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Gli affamati superano il miliardo
Hanno superato il miliardo gli affamati nel mondo, complice la crisi finanziaria globale. Lo rivelano i dati della Fao, secondo i quali 642 milioni di denutriti si trovano in Asia e nel Pacifico e 265 milioni nell’Africa Subsahariana, dove la fame colpisce il 32% della popolazione. La crisi ha inciso sia sul fronte delle rimesse (soldi inviati a casa dagli immigrati nei paesi ricchi) e sia sul versante della cooperazione allo sviluppo, con pesanti tagli agli aiuti ai paesi poveri. Il prezzo delle materie prime agricole intanto resta alto, nonostante i ribassi degli ultimi anni: i generi alimentari di base restano più cari del 24% rispetto al 2006.
GB, un trader scambia 16 milioni di barili di petrolio in un'ora. E manda in tilt il mercato
Un società specializzata nella compravendita di greggio a Londra è stata posta oggi sotto inchiesta, dopo che un suo trader ha perso 10 milioni di dollari a causa di una serie di operazioni non autorizzate, che secondo gli inquirenti sarebbero responsabili del balzo dei prezzi globali del greggio, che martedì scorso ha raggiunto i livelli massimi di quest'anno. E proprio martedì il trader - il cui nome non è stato reso noto per ragioni legali, ma che secondo indiscrezioni della stampa potrebbe essere Steve Perkins, un broker considerato però esperto e che vanta un'ottima reputazione nell'ambiente - avrebbe lasciato l'azienda,
La PVM ha confermato di aver dovuto pagare i 10 milioni di dollari per onorare le operazioni e ha informato
Secondo gli analisti, i contratti stipulati dal trader sono sufficienti a spiegare l'eccezionale picco di attività (e prezzi) nelle compravendite di petrolio registrato nelle prime ore di martedì, le cui cause in un primo momento erano state attribuite e fattori geopolitici. «I prezzi erano cresciuti in breve tempo di 2 dollari al barile senza un'apparente giustificazione», ha spiegato al Financial Times un esperto newyorkese. In una sola ora, infatti, il costo di un barile era cresciuto da
Ecco i “fondi armati”: in testa Unicredit, seguono Ubi e Intesa Sanpaolo
Bella iniziativa quella di Valori di giugno, che analizza i “fondi armati” della banche, ossia i fondi di investimento di proprietà delle banche che hanno in portafoglio azioni o altri titoli di aziende attive nel mercato delle armi. Si sono scoperte cose interessanti. Ad esempio che Ubi Banca, che nel
Intesa Sanpaolo, oltre al massiccio coinvolgimento nel settore attraverso Finmeccanica e diverse operazioni d’appoggio, ha investito 8 milioni di euro in Bae Systems, mediante il fondo azionario Eurizon Europa.
Infine Unicredit, che mettiamo in fondo alla lista ma è di gran lunga la prima per importi investiti, dato che ha puntato circa 805,82 milioni di euro nella produzione dei peggiori ordigni bellici (comprese Siemens e Daimler), soprattutto attraverso i suoi fondi del Lussemburgo.
Onnipresente nei fondi delle prime 5 sgr italiane (società di gestione del risparmio) è Finmeccanica, campione nazionale di strumenti di morte, che beneficia complessivamente di 58 milioni di euro. (Fonte: Valori, giugno 2009)
I segreti inconfessabili delle banche
I membri del network europeo Banktrack CRBM (Italia), Friends of the Earth (Francia), Netwerk Vlaanderen (Belgio), Platform (Regno Unito), SETEM (Spagna) e Urgewald (Germania) lanciano oggi il sito www.banksecrets.eu, in cui si rendono pubblici gli investimenti in pratiche e compagnie “a rischio” di 13 delle più grandi banche del mondo. A dispetto della crisi del settore bancario, le istituzioni finanziarie continuano a effettuare investimenti pericolosi in un contesto di grande segretezza. Per svelare i segreti delle banche, gli attivisti delle associazioni promotrici del sito hanno tenuto azioni dimostrative nelle principali capitali europee.
Recenti ricerche portate avanti dai membri di Banktrack hanno evidenziato i collegamenti tra le banche e compagnie messe all’indice perché hanno sostenuto dittatori, causato danni ambientali irreversibili o prodotto armamenti proibiti, come le munizioni a grappolo. I 13 istituti di credito hanno investito un totale di 39,6 miliardi di euro nelle compagnie e nei progetti succitati.
Dal 2005 al 2009, Banco Santander, Barclays, BBVA, BNP Paribas, Citigroup, Credit Agricole, Deutsche Bank, ING, Intesa Sanpaolo, HSBC, RBS, Société générale e Unicredit hanno finanziato imprese come la Textron, che produce le letali munizioni a grappolo, la Petrochina e
Dei 39,6 miliardi di euro, 11,4 sono stati concessi sotto forma di prestiti e 10,5 di obbligazioni, mentre ammonta a 17,7 miliardi il totale delle azioni delle compagnie “a rischio” che le banche detengono.
“Questi investimenti così dannosi non possono più essere tollerati” ha dichiarato
“Gli investitori non devono attendere di essere dichiarati legalmente responsabili per violazioni dei diritti umani e danni ambientali” ha affermato Mathias Bienstman del Netwerk Vlaanderen. “Devono evitare di registrare profitti a causa di queste attività così controverse. Le banche hanno un grande potere e di conseguenza possono contribuire a un cambiamento in positivo” ha aggiunto Bientsman. (Crbm)
Il private equity mette le mani sulle reti gas dell’Enel
L’80% di Enel Rete Gas andrà ad una società posseduta per il 75% dal fondo di private equity F2i e dal 25% da Axa Private Equity (del gruppo assicurativo francese Axa). Con 32 mila chilometri di tubi, circa 2 milioni di clienti e 3,6 miliardi di metri cubi di gas distribuito a 1.200 comuni, Enel Rete Gas – posseduta oggi al 99,88% da Enel Distribuzione - è il secondo network del gas nazionale. L’operazione comporterà un esborso di circa 1,2 miliardi, di cui 480 milioni con capitali propri e il resto a debito, grazie all’intervento un pool di dieci banche fra cui Intesa Sanpaolo e Unicredit, già soci di F2i, oltre a Caylon, Mps, Hsbc, Jp Morgan, Mediobanca, SocGen, Santander e Bnp. Enel Distribuzione disporrà inoltre di un’opzione di riacquisto del pacchetto a partire dal 2014 e fino al 2018, che terrà conto del valore di mercato della partecipazione (dunque in casi di crescita F2i incasserà una plusvalenza). La cessione prevede la separazione tra proprietà e servizio (unbundling), che continuerà ad essere gestito da Enel, mentre l’80% dei profitti verrà incassato da F2i e da Axa. Dunque ci sono tutte le premesse per nuovi aumenti delle tariffe a carico dei consumatori, anche perché - nonostante le assicurazioni di Vito Gamberale, amministratore delegato di F2i – non si sa per quanto tempo i nuovi investitori si accontenteranno del rendimento del 7% stabilito dall’Authority per l’energia. Il processo di vendita delle reti è in atto da tempo e investe anche altri gruppi. Eni ad esempio ha venduto parte della rete gas di Roma, che facevano capo a Italgas, per comprare il 52,72% del capitale di Distrigaz, mentre anche
Nel caso di Enel, la cessione delle rete avviene per rastrellare liquidità e ridurre il debito – che nel primo trimestre 2009 si attestava a 50 miliardi di euro – soprattutto dopo le acquisizioni effettuate in Spagna e Russia. Infatti Enel Rete Gas non è affatto una società in perdita, dato che nel
L’aggravante è che il contratto di cessione comporta un’opzione di riacquisto da parte di Enel dal 2014 al 2018, dopo
(Fonti: Alessandra Puato, Corriere Economia 01/06/2009; Borsa & Finanza, 06/06/2009; Mf 29/05/2009)
Amazzonia: scrivi alle aziende per fermare la distruzione
La distruzione delle foreste tropicali produce un quinto delle emissioni di gas serra a livello globale. Più dell’intero settore dei trasporti in tutto il mondo. Il principale motore della deforestazione dell’Amazzonia è l’allevamento bovino e il prodotto più redditizio che ne deriva, la pelle.
Se permettiamo che l’Amazzonia venga distrutta per espandere l’industria della pelle distruggeremo il più grande polmone del pianeta.
Agisci insieme a noi! Scrivi anche tu a Geox, Nike, Timberland, Adidas, Reebok e Clark’s su http://www.greenpeace.org/italy/campagne/foreste/amazzonia-che-macello. Fai sentire la tua voce. Fai sentire che non sei disposto ad acquistare scarpe che possono avere un’impronta ecologica devastante sulla foresta amazzonica. Ogni singolo passo conta se lo facciamo per salvare l’Amazzonia e proteggere il nostro clima!
Italiani sempre più lontani dalla finanza
Dopo i ripetuti scandali finanziari, i risparmi bruciati dai fondi di investimento e i contraccolpi dell’attuale crisi borsistica, era il minimo che potesse succedere. Il 70% degli italiani guarda infatti con disinteresse agli strumenti finanziari sul mercato, tra i quali una parte non dispone nemmeno di risorse economiche sufficienti. E’ la fotografia scattata dall’ultimo rapporto “Multifinanziaria retail market” condotto da Gfk-Eurisko relativo a gennaio 2009, su un campione rappresentativo di 19,5 milioni di famiglie. Coloro che dispongono invece di risorse e si sentono vicini a titoli, conti correnti, prestiti e carte di credito, non superano il 30% (in discesa). Nel merito degli “stili finanziari”, diminuiscono al 22% gli “innovatori” (che denotano una maggiore dimestichezza con il mondo economico e finanziario, sfruttandone le opportunità) e al 3,7% gli “aspiranti”. In crescita speculare il segmento dei “distaccati”, che passano dal 18,7% di gennaio 2008 al 20,7% del gennaio scorso, per un totale di circa 4 milioni di nuclei familiari.
Lo storico fondatore di Aig sotto processo
Lo storico fondatore di Aig, l’84enne Maurice Greenberg, è finito davanti ai giudici di New York con l’accusa di essersi appropriato di 4,3 miliardi di dollari di azioni Aig. La somma era nel portafoglio di un'oscura società denominata Starr International, di cui Greenberg era presidente, destinata a integrare le retribuzioni in Aig e proteggere la compagnia dai tentativi di scalata. Secondo la difesa l’ex capo del colosso assicurativo americano non poteva disporre del patrimonio della Starr. Greenberb aveva fondato Aig nel 1968, restando al comando della società per 38 anni, durante i quali l’azienda assunse le dimensioni attuali, ma avviò una serie di operazioni che posero le basi per la crisi in corso. Nel 2005 dovette dimettersi, coinvolto in uno scandalo.
Generali alla conquista della previdenza messicana
Generali cresce nel mercato dei fondi pensione messicani attraverso Afore Banorte Generali, joint venture tra il Leone e il Grupo Financiero Banorte. Afore ha acquisito infatti le attività di Afore Ixe, che detiene in portafoglio circa 300 milioni di euro in fondi pensione, diventando il quarto operatore messicano nel settore previdenziale, con 3,5 milioni di affiliati e 3,3 miliardi di fondi in gestione. La compagnia ha spiegato che dal 1998, anno di avvio del sistema previdenziale privato, i fondi pensione hanno registrato un incremento annuo del 30%, raggiungendo ad oggi una penetrazione sulla popolazione attiva pari al 32%, dunque con grossi margini di crescita.
Fondiaria-Sai: Ligresti riorganizza le attività immobiliari
Si è chiusa l’ultima fase del riassetto industriale-immobiliare del Gruppo Fondiaria Sai, che ha scorporato gran parte delle attività di Immobiliare Lombarda in due società. Di queste la più corposa (409 milioni di patrimonio netto) verrà fusa in Fondiaria-Sai, mentre l’altra (242 milioni) in Milano Assicurazioni. Rientra nella scissione anche la partecipazione in Igli, che detiene il 29,96% di Impregilo. Fondiaria Sai a sua volta acquisirà il 3% di Immobiliare Lombarda, evitando così passaggi di denaro. Obiettivo dell’operazione è separare nettamente la gestione degli immobili, che farà capo a Immobiliare Lombarda, dalla funzione di investimento immobiliare, competenza delle due compagnie, che potranno tra l’altro migliorare la razionalizzazione degli attivi a copertura delle riserve.