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Benetton e la "globalizzazione dolce" (per lui)
Complimenti alla marchetta di Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi, dove appare una lunga intervista a Luciano Benetton, da qualche tempo paladino dell’imprenditoria sociale dopo una campagna pubblicitaria sul microcredito. Non faremmo questa annotazione se non fossimo citati anche noi, nostro malgrado, laddove dice Di Vico: “E proprio a lui, che odia tutti gli embarghi e si è opposto alla guerra in Iraq, è capitato di diventare obiettivo privilegiato dei blog no global per una storia di indigeni Mapuches e terre acquistate in Patagonia”. Talmente contrario che nel febbraio 2003 venne alla luce il coinvolgimento del suo gruppo nella guerra del Golfo. Così si leggeva su La Repubblica di giovedì 27 febbraio 2003, p. 9: “Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il caso ‘Strada Gigante’: una nave italiana che sta trasportando verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani - è che la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine storicamente pacifista. ‘Stradablu’, la compagnia armatrice che possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro ‘21 Investimenti’ una partecipazione in ‘Stradablu’ minoritaria e ‘finanziaria’, senza coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della ‘21 Investimenti’ con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi”. In realtà la società finanziaria 21 Investimenti gestisce un fondo (il Fondo Giada) che detiene il 28% (non il 44% come sembrava in un primo momento) di StradaBlu, società che ha armato la nave in questione. I Benetton hanno precisato che si trattava solo di ospedali da campo (Altreconomia, aprile 2003).
Ma la beffa viene con la domanda sui Mapuche argentini. Chiede Di Vico: Intanto i no global continuano a prendersela con lei per le terre dei Mapuches che ha comprato in Patagonia. “Noi abbiamo comprato da una società argentina che esisteva da oltre 110 anni, risponde Benetton. Abbiamo cercato un dialogo coi Mapuches e offerto
Globalizzazione addio, il mondo torna al protezionismo
Riportiamo di seguito l’ottimo articolo di Federico Rampini apparso su Repubblica del 30 aprile scorso.
di Federico Rampini
La tendenza è così netta da mettere in allarme The Wall Street Journal, la Bibbia quotidiana del capitalismo americano. «Il mondo non è più piatto», sentenzia il quotidiano rovesciando il titolo del celebre saggio di Thomas Friedman. (Lo stesso Wall Street Journal è una vittima del riflusso: comprato l’anno scorso da Rupert Murdoch che si appresta a liquidarne il gruppo dirigente, il giornale finisce nella pancia di un semi-monopolio, anche nell’informazione Usa la concorrenza si riduce).
Dall’Ohio alla Pennsylvania e ora in vista del'Indiana, i due candidati democratici alle presidenziali hanno capito che nell'America dei colletti blu travolti dalla recessione i voti si conquistano attaccando il made in China e il Nafta: quell'accordo di libero scambio con Canada e Messico firmato da Bill Clinton, che segnò una tappa cruciale della globalizzazione.
L'Inghilterra, patria storica del liberismo, ha nazionalizzato
La paura dell'immigrazione – che già ebbe un ruolo nel no francese alla Costituzione europea del 2005 – ha favorito la Lega e Alemanno; Tremonti cavalca il protezionismo; Berlusconi blocca Air France a costo di scaricare di nuovo un'Alitalia decotta sul contribuente italiano.
La destra italiana non ha mai creduto seriamente al mercato, adesso trova un alibi e una sponda nella revisione ideologica che serpeggia da Washington a Londra a Pechino. Segno dei tempi, la "liberal" Cnn ha dato in appalto una fascia oraria all'anchorman Lou Dobbs per una crociata contro l'immigrazione. Anche ai vertici delle grandi istituzioni internazionali – gli arbitri della globalizzazione – il mutamento degli equilibri è evidente. Dalla Banca mondiale ha dovuto dimettersi il neoconservatore Wolfowitz, scivolato su uno scandalo sessuale ma soprattutto isolato nel suo iperliberismo. Al Fondo monetario internazionale è arrivato un socialista francese, Dominique Strauss Kahn, che predica aumenti di spesa pubblica per contrastare la recessione.
Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici. La più ovvia è che la globalizzazione si è spinta molto avanti e prima o poi una battuta d’arresto era prevedibile. Il ciclo vittorioso del neoliberismo si può far risalire molto indietro. A metà degli anni Settanta avvengono le prime innovazioni della deregulation finanziaria; nel 1979-80 le privatizzazioni di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e s'impone il "pensiero unico", il modello vincente è il mix fra liberaldemocrazia e capitalismo. Due anni dopo l’India esce da una lunga esperienza di socialismo protezionista e vara le liberalizzazioni che la lanciano verso lo sviluppo. Nel 1995 sulle ceneri del Gatt nasce il Wto (l’organizzazione del commercio mondiale) e accelera l’abolizione delle barriere agli scambi. Nello stesso periodo l’Europa costruisce il suo mercato unico e ne prepara il coronamento finale con l'euro.
Le crisi finanziarie che alla fine degli anni 90 scoppiano in America latina, nel sud-est asiatico, in Russia, danno all’Occidente un potere d’influenza smisurato: i governi in bancarotta sono costretti ad accettare i diktat del Fmi, il "pensiero unico" impone le ricette ai paesi emergenti. Il culmine è il 2001, quando la Cina fa il suo ingresso nel Wto: la nazione più popolosa del mondo, che sotto Mao Zedong fu il teatro dell’esperimento più radicale di comunismo, irrompe nell’arena del capitalismo globale.
Il 2001 è l'anno di tutte le contraddizioni, contiene già i segnali del riflusso attuale. L’11 settembre impone all’America la sicurezza come priorità assoluta: ne soffriranno certe aperture all'immigrazione, e la fiducia nel multilateralismo. L’ingresso della Repubblica Popolare nel Wto è una bomba a scoppio ritardato. Col passare degli anni mette in difficoltà industrie tradizionali e fasce di classe operaia in Occidente. L’invasione del made in China apre in casa nostra i varchi alla demagogia populista, che promette un futuro migliore se solo si fermano le lancette della storia, e si erige attorno ai nostri paesi una Grande Muraglia anti-cinese. Stati Uniti e Unione europea avevano spinto sull’acceleratore della globalizzazione quando erano convinti di ricavarane i maggiori benefici. Le sorprese sono clamorose e innescano i ripensamenti. In seno al Wto europei e americani scoprono di non essere più i padroni del gioco. Si forma un'alleanza dell'emisfero Sud del pianeta, capitanata da India e Brasile, che mette sotto accusa le politiche agricole di Washington e Bruxelles e pretende accesso ai mercati ricchi. I paesi emergenti rimettono in discussione le regole quando le giudicano inique, e trovano alleati nel movimento alter-global o nelle ong umanitarie: è il caso dei brevetti sui medicinali, dove India Brasile e Thailandia sfidano la lobby dell’industria farmaceutica e sfornano prodotti "generici" a una frazione dei prezzi occidentali.
L'emergere di Cindia come il nuovo baricentro dell’economia globale ha un altro effetto choc che si riverbera a ondate progressive in tutto il pianeta: esplodono i consumi di energia e di alimenti, scatenando l’inflazione di tutte le materie prime, dal petrolio al gas, dai metalli al legname, dal riso ai cereali. Nel settore energetico la penuria e l’impennata secolare dei prezzi sconvolge i rapporti di forza. Nei paesi produttori torna a imporsi di prepotenza il ruolo dello Stato: dal Venezuela alla Russia è una catena di ri-nazionalizzazioni. Si ridimensiona il potere dei petrolieri occidentali: la Shell calcola che l’80% delle riserve petrolifere mondiali sono controllate da enti pubblici. Anche nel mercato agroalimentare la globalizzazione è vittima del suo successo. Grazie al boom economico dei loro paesi centinaia di milioni di asiatici possono permettersi una dieta più ricca. Ma i raccolti non hanno tenuto il passo con questa esplosione dei consumi. Ecco perché i governi produttori erigono ostacoli all’export per sfamare in precedenza i loro cittadini.
Il Tibet e i Giochi olimpici del 2008 segnano la caduta di un altro dogma del "pensiero unico": l’idea di un automatismo dei diritti umani, l’illusione che lo sviluppo capitalistico generi di per sé democrazia. Il colpo di grazia alla lunga avanzata della globalizzazione è venuto dal centro del capitalismo finanziario, l’America. La crisi dei mutui subprime non ha finito di mietere vittime e di seminare danni. Un dato è ormai certo: quando i banchieri di Wall Street e la classe operaia di Detroit convergono nel chiedere protezione allo Stato, è il segno che una fase storica sta cambiando.
Il Tfr rende il doppio dei Pip
Nel
Crisi alimentare: a guadagnarci non sono i contadini
Mentre l’India propone di mettere al bando le contrattazioni sui futures delle commodities alimentari, per frenare la speculazione che sta affamando i Paesi più poveri, continua il dibattito sulle cause e gli effetti dell’attuale crisi alimentare. Il Corriere Economia di ieri ha mostrato gli utili delle grandi multinazionali del settore agrolimentare, cresciuti come non mai negli ultimi mesi: +70% nel 2007 per il colosso americano Cargill (prodotti agroalimentari), +100% per il gruppo canadese Potash Corporation (fertilizzanti), +6% nei primi tre mesi dell’anno per Nestlè, solo per citare alcuni grandi marchi. Le imprese, in altre parole, hanno scaricato sui consumatori l’aumento dei prezzi ben oltre il dovuto. Intanto altri 100 milioni di abitanti sono scivolati nella povertà estrema, portando a quota 1 miliardo e 200 milioni le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno. Di seguito riportiamo stralci di un lungo comunicato del 24 aprile scorso di Via Campesina, che contribuisce a chiarire le idee su alcuni aspetti della crisi in corso.
“Spesso al riparo dai dibattiti pubblici, la speculazione è una delle principali cause dell’attuale crisi alimentare. (…) Sebbene la domanda sia cresciuta leggermente più della produzione, le politiche nazionali e internazionali sono perfettamente in grado di gestire la situazione e assicurare prezzi stabili per produttori e consumatori. (…) Le multinazionali e gli analisti tuttavia si aspettano che le terre saranno utilizzate sempre più per produrre biocarburanti e che aumenterà la domanda dei paesi asiatici, così acquistano grandi aree agricole espellendo i piccoli coltivatori. Sulla base di tali previsioni, le grandi imprese stanno manipolando il mercato. I trader hanno tolto dal mercato grandi stock di generi alimentari, per fare crescere ulteriormente i prezzi e aumentare i profitti. In Indonesia, durante l’aumento dei prezzi della soia nel gennaio 2008,
Mentre dunque gli speculatori guadagnano, molti contadini e agricoltori non beneficiano dell’attuale aumento dei prezzi. Crescono i volumi, ma i benefici del raccolto spesso non finiscono nelle loro mani: sono già andati ai finanziatori, alle grandi compagnie o direttamente ai trader. Sebbene i prezzi siano cresciuti su alcuni cereali, la crescita è modesta se paragonata a quella registrata sui mercati mondiali e sopportata dai consumatori. Se il cibo proviene dal mercato domestico, di norma i benefici degli alti prezzi vanno alle compagnie o agli intermediari che comprano i prodotti dagli agricoltori e li rivendono a prezzi maggiorati. Se poi il prodotto arriva dal mercato internazionale, questo meccanismo è ancora più chiaro, dal momento che il mercato è controllato dalle multinazionali. Esse stabiliscono a quale prezzo acquistare le merci nei paesi di provenienza e a queli prezzi rivenderle ai paesi importatori. Sebbene in alcuni casi i prezzi possano salire anche alla fonte, la maggior parte va altrove. Nel settore caseario e dell’allevamento, ad esempio, l’aumento dei costi di produzione (foraggio e petrolio) ha provocato una diminuzione dei redditi degli agricoltori, nonostante l’aumento dei prezzi al consumo. (…)
I lavoratori rurali inoltre devono comprare cibo e non hanno accesso a quello che producono e ciò li rende particolarmente vulnerabili alla crisi. (…) I produttori di olio di palma, ad esempio, non hanno affatto beneficiato dell’auemento del prezzo dell’olio alimentare nel 2007, avendo ricevuto solo le briciole dai grossisti. Molti lavorano a contratto per grandi aziende dell’agrobusiness e questo impedisce loro di produrre cibo per le proprie famiglie, dovendo coltivare in grandi monoculture prodotti come canna da zucchero, olio di palma, caffè, te e cacao. Ciò significa che a fronte di piccoli aumenti, gli agricoltori dovranno poi sostenere prezzi molto più alti quando andranno a comprare cibo. Un meccanismo che sta aumentando la povertà per molte famiglie”. L’articolo completo (in inglese) è su:
http://www.viacampesina.org/main_en/index.php?option=com_content&task=view&id=525&Itemid=1
Se anche Unimondo si affida a Unicredit…
Pubblichiamo di seguito lo scambio epistolare tra
Cara Redazione di Unimondo,
Buongiorno, anzi no. Non vorrei sembrare sarcastico, ma la pubblicità di Genius la Carta di credito “etica” di Unicredit, la Banca armata principe della Lista delle Banche Armate di quest’anno, sul vostro sito, non mi sembra una genialata. Anzi.
Sono un assiduo frequentatore del vostro sito e non ricordo di aver visto mai nessuna pubblicità.
Iniziamo bene. Potete solo migliorare a questo punto.
Vi scrivo perché non mi spiego come sia possibile scivolare su queste cose così palesi.
Ho la sensazione che anche per un sussulto di dignità riceverete molte lettere su questa vicenda, piccate, deluse, dubbiose, arrendevoli.
E saranno gli stessi visitatori, navigando in Rete e volendo trovare informazioni sui danni degli istituti finanziari, ed in particolare sulle loro esposizioni nel facilitare e rendere possibile le transazioni e i pagamenti nel commercio di armamenti in giro per il mondo. Visitando il vostro sito.
Questa non è un’attenuante: è, per parte mia, un’aggravante.
Le notizie le sapete e quindi la conseguenza dovrebbe, doveva (sic!) essere automatica.
Mi sfogo, dunque, con voi altri, comunicandovi che secondo me Unimondo con la pubblicità delle Banche Armate è come l’Europa senza Illuminismo: inservibile.
Vi chiedo pertanto di provare a motivare questa scelta, mi riservo il diritto di rendere pubblica la vostra risposta, o non risposta perché voglio sapere chi è che ha deciso di rovinarvi/ci la reputazione
Perché, e concludo, vedere Unimondo.org sito parlare di Banche Armate e di fianco la pubblicità della Carta di credito “moschicida” di Unicredit, cioè una di queste, è come vedere una partita di calcio tra due squadre in finale. Quando l’arbitro fischia la fine della partita può non essermi chiaro se abbia vinto la cronaca delle banche armate o la Banca armata.
Escludo, però, che possiate aver vinto entrambi. In attesa di risposta
Risposta del direttore di Unimondo, Fabio Pipinato.
Gentile
La ringrazio per la Sua lettera alla quale non mi attardo a rispondere. Unimondo ha già fatto pubblicità ed è la prima volta che pubblicizza una “Carta” di un Istituto di credito. Trattasi di una decisione di cui, in qualità di direttore del portale, mi assumo
Provo ad interloquire per punti:
1) Da dieci anni Unimondo offre un’informazione puntuale e gratuita sulle banche armate e, per fortuna, non solo su quelle. Più volte ha denunciato le modalità di costruzione, traffico, smercio, responsabilità economiche, politiche e finanziarie del commercio di armi. Vorrebbe continuare a farlo.
2) Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.
3) Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento.
4) Come direttore devo tener conto anche delle risorse presenti nel CC di Banca Popolare Etica che il lettore responsabile potrà trovare in Home Page sotto la dicitura: “dona ad Unimondo”. Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono. All’aumento progressivo dei lettori negli anni non è sempre corrisposto un aumento delle donazioni.
5) Sto ricevendo molte lettere piccate, deluse, dubbiose ed arrendevoli. Alcune da parte di organizzazioni per noi importanti come Pax Christi. Chiederò alla redazione di pubblicarle. Siamo per il dialogo. Non è un caso che abbiamo un’intensa attività culturale, nei territori ove abbiamo sede, poco propensa alla contrapposizione. Ed è forse per questo che vorremmo sopravvivere al mercato che ha costi sempre più importanti, con il sostegno del mercato, per non sottrarci nel denunciare le storture del mercato stesso. So che si tratta di abitare una contraddizione ma per questo ho deciso di aprire un dialogo con i lettori meno arrabbiati come lei. Mi piacerebbe coinvolgere nel dialogo anche i funzionari di Unicredit ai quali girerò, con il Suo permesso, la Sua lettera e le lettere che giungono in redazione. Credo possa essere anche questa un’occasione d’interloquire in modo costruttivo, al di là delle categorie della guerra, che ci ha visto per un decennio o di qua o di là del muro.
6) I lettori più affezionati si ricorderanno della polemica nell’anno del giubileo in occasione del Festival di San Remo. Ebbene, dopo pochi giorni è stata varata la legge per la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. La Campagna sdebitarsi ha voluto condividere anche con noi il successo. Sarebbe una vittoria di tutti se riuscissimo a trovare una via per un disimpegno formale dell’Istituto di Credito (al quale stiamo dando noi credito) dal finanziare l’export di armi a favore di un impegno graduale e fattivo per il sociale.
7) Iniziamo subito. Osserviamo che altri Istituti di credito riportano chiaramente il Bilancio Sociale, il Codice etico e ambientale e anche la loro policy in materia di "armamenti". Non ci dispiacerebbe ottenere la stessa trasparenza da Unicredit con i quali stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione.
Cordialità,
Replica di
Assolvo il mio compito, Gentile Direttore, nell’autorizzarLa, come da Lei richiestomi, a girare la mia lettera ai vertici di Unicredit, sperando possa, insieme a molte altre, insinuare nella Banca il dubbio che c’è una netta dicotomia tra quanto affermato e riportato dagli stessi, sul proprio sito http://www.unicreditgroup.eu, alla voce Sostenibilità.
Vi si legge infatti:
“Operiamo facendoci carico delle responsabilità connesse alle nostre scelte imprenditoriali nella consapevolezza che la sostenibilità nel tempo dell'impresa, intesa nella triplice accezione di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, sia elemento di competitività che favorisce anche lo sviluppo dei territori, del mercato e la coesione sociale” ed ancora: “La responsabilità sociale è parte della cultura aziendale; siamo convinti, infatti, che per fare bene il proprio lavoro sia necessario avere principi, target di gestione e comportamenti che consentano di determinare la nostra identità”
Ebbene, Le fa merito essersi assunto la responsabilità di aver consentito la pubblicità di un prodotto di Unicredit, venduto e promosso come etico, sul suo portale. Ma quella pubblicità confonde, consapevolmente, l’etica con la beneficenza.
Ovviamente non mi soffermo nel ricordarLe che, in termini quantomeno giuridici, c’è differenza ed anzi completo e obbligatorio distacco, tra Fondazioni bancarie e banche stesse, e quindi c’è quantomeno un errore di fondo nel pensare di promuovere un “interlocutore importante per il sociale come
Non mi soffermo perché nella sostanza io credo che siano la stessa cosa
Le scrivo e mi soffermo invece, con l’urgenza della gravità, del precipizio sempre più vicino, sempre più profondo, sempre più grande, che mi si para davanti e mi si concretizza dentro, quando leggo due passaggi, fondamentali, nella Sua lettera di risposta.
Il Suo punto 2 dice:
“Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.”
Ecco io credo che il punto (il vertice del contendere) stia qui. Le Fondazioni, le Banche, non sono affatto dimentiche nella gratuità. Perseguono giorno e notte una loro strategia multipla che ha un unico scopo quello di autopromuovere la loro attività di perseguimento del massimo profitto. Il resto è accidente.
Potremmo, se lo vorrà, aprire a margine un confronto su questo aspetto. Tra l’altro basterebbe ricordare i pronunciamenti dei Vertici aziendali sulla loro uscita dalla Lista Banche Armate. Come anche Lei ben sa: parola non rispettata.
Il suoi punti 3 e 4, inoltre, sono la resa, l’aspetto che più mi allarma. Lei scrive. “Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento” e ancora “Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono”.
Qui, credo sia evidente, c’è la tragedia che demoralizza e toglie il fiato: la tragedia è che Lei Direttore ha scritto che senza i soldi delle armi non esisterebbe nemmeno Unimondo. Cioè che si possono prendere i soldi da chi si vuole, se servono per “fare del bene”. I soldi per fare informazione, solidarietà, giustizia, si possono prendere anche da chi li fa favorendo il commercio di armamenti? E questo che pensa?
Anzi, forse proprio questa è la domanda a cui Unimondo dovrebbe rispondere. Che siate voi a dircelo chiaramente, perchè siete anche voi che ci avete fatto sognare, sperare, impegnare e adesso avete il dovere di darci delle risposte. Convincenti.
Quale deve essere il grado di autosostenibilità economica ed etica di un’economia solidale che vuole avere pretese generali di ricostruzione del legame sociale e porsi come alternativa alla mercificazione della grande impresa capitalistica?
Infine, l’ultimo Suo punto Direttore, il settimo, dove conclude dicendo: “…Con Unicredit stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione”, ecco io credo si debba saper gestire il conflitto e sapere che la contrapposizione non è un’onta.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio, che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata), ma è etico - con o senza parola - proprio per l’uso alternativo che se ne fa. Per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità (modello Le Piagge), di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare.
Sono sempre più convinto, infatti, e concludo, che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne’ danari ne’ speranze). E allora sì che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste Banche e Fondazioni (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema. La società è piena di stimoli, anche molti negativi, ma se ha un decalogo che regge, non è stupida, fa confronti. D’altra parte la spazzatura è sempre stata nelle strade, ma uno non se la porta a casa. Un saluto di pace, speranza e futuro.
Rcs incassa 97 milioni di utili
Rcs MediaGroup ha chiuso il 2007 con un utile netto pari a 96,9 milioni di euro, grazie anche ai contributi pubblici al Corriere della Sera. E' utile ricordare che Rcs, a cui fa capo il Corriere della Sera, è controllato dai seguenti azionisti (se per caso qualcuno fosse ancora convinto della libertà e imparzialità della nostra informazione): Giuseppe Rotelli (imprenditore della sanità privata lombarda) con il 4,748% e opzioni per un ulteriore 6,070%, Mediobanca al 14,94%, Giovanni Agnelli Sapa al 10,291%, Efiparind (Pesenti) al 7,747%, Banco Popolare in intestazione fiduciaria a Ubs al 6,070%, Diego Della Valle al 5,499%, Premafin al 5,462%, Pirelli al 5,335%, Si.to Financiere (famiglia Toti) al 5,243%, Benetton al 5,1%, Intesa Sanpaolo al 5,037%, Generali al 3,957%, Merloni al 2,090% e Sinpar (Lucchini) al 2,060%.
Generali, Algebris e gli speculatori
Tutto è finito con la minaccia di una causa legale. Al termine di un’estenuante assemblea degli azionisti, a minacciare il Gruppo Generali è stato l’implacabile Davide Serra, amministratore delegato dell’hedge fund Algebris, da qualche tempo alla ribalta delle cronache finanziarie per il suo attivismo un po’ sopra le righe. Algebris - azionista con lo 0,5% - rimprovera a Generali una gestione “conservatrice” che deprimerebbe le potenzialità della compagnia. Eppure il Leone ha numeri la record: negli ultimi due anni ha aumentato gli utili del 52% a quasi 3 miliardi di euro nel 2007, aumentando del 77% il dividendo, ed è una delle poche società che non ha subito i contraccolpi della crisi finanziaria, grazie una politica prudente di investimento. Ma per Serra non basta. Secondo Algebris il top management guadagna troppo rispetto agli omologhi europei, indipendentemente dalle performance della società, e investe poco in azioni della compagnia. Ma gli stessi dirigenti in carica sono troppo vecchi (il presidente Bernheim ha 83 anni) e inadeguati alle trasformazioni del mercato, serve un solo Ceo (ora ce ne sono due) e un responsabile finanziario di “caratura internazionale”. Poi biosogna ricalcolare alcuni indicatori come il combined ratio (rapporto tra spese/sinistri e raccolta premi) e il cost ratio, stabilire strategie e obiettivi certi in un programma a 3-5 anni rispetto agli utili per azione, dividendi e risultato operativo. Insomma alla base c’è un problema di costi, che va affrontato al più presto. Un’azione decisa su questo fronte potrebbe portare gli utili intorno a 4,7 miliardi nel 2010.
Algebris inoltre ha fatto di tutto nelle ultime settimane per conquistare la presidenza del Collegio Sindacale (organo che controlla la correttezza e la legalità della gestione di una società), che per legge spetta alle minoranze. Quel ruolo gli consentirebbe di partecipare anche ai comitati esecutivi. A tal fine è riuscito a estromettere a colpi di ricorsi il candidato di Benetton, che la Consob ha ritenuto non idoneo a rappresentare le minoranze (visto che Benetton fa parte della maggioranza di Mediobanca, che a sua volta controlla Generali). E ieri appunto, il colpo di scena, quando l’assemblea si apperstava a votare il candidato di minoranza presentato da Assogestioni, Eugenio Colucci e Serra ha minacciato di trascinare la compagnia in tribunale. Motivo: Colucci non avrebbe i requisiti prescritti dalla legge.
In ogni caso il botta e risposta tra Serra e Bernheim è stato istruttivo. Serra è un ragazzo di 37 anni che pensa di essere in un film di Oliver Stone, degno rappresentante di quella classe emergente di speculatori che scambiano le aziende per delle mucche da mungere fino all’ultima goccia. Ha annunciato battaglia in assemblea e così ha fatto, facendo intervenire anche suoi collaboratori e avvocati fisicamente uguali a lui (stessa faccia e stesso taglio di capelli) e in possesso di una sola azione. Bernheim ha detto che i fondi di private equity e gli hedge funds a volte hanno risanato delle aziende, ma ne hanno distrutte molte altre. Verissimo. Aggiungiamo i rischi di crisi sistemiche, indotte dalla operazioni spericolate di questi fondi, come richiamato più volte dallo stesso Fondo Monetario internazionale. Peccato che le stesse Generali abbiano deciso pochi mesi fa di investire 8 miliardi in strumenti alternativi, tra cui soprattutto hedge funds e private equity.
Non ultimo, il problema della trasparenza, che Serra pretende dagli altri ma si guarda bene dall’applicare in casa propria. Algebris Investments Llp viene costituita il 28 aprile
Il Comune di Milano gioca con i derivati, e perde 250 milioni di euro
E' sconcertante vedere come i Comuni buttino al vento i soldi dei cittadini. Un esempio eclatante viene dal comune di Milano, guidato dall’ex broker finanziario Letizia Moratti. Plus-Il Sole 24 Ore del 12 aprile scorso spiega nei dettagli le operazioni azzardate della giunta meneghina, che nel giugno
Quindi non resta che continuare per i prossimi 27 anni sperando che i tassi non salgano troppo. Ma non è tutto. Il contratto prevede anche che il comune debba ammortizzare il suo prestito obbligazionario, pagando gradualmente lo stesso importo alle banche, le quali alla scadenza nel 2035 restituiranno in un’unica soluzione la somma alla giunta comunale, la quale a sua volta rimborserà i cittadini che hanno comprato le obbligazioni. Il problema è che il pagamento alla scadenza dipende dalla solvibilità della banche stesse (Deutsche Bank, Depfa Bank, JP Morgan e Ubs) e di questi tempi non è un fatto per nulla scontato. Inutile dire che in caso di insolvenza il comune avrebbe una perdita secca di 1,7 miliardi, pari al prestito obbligazionario. Sempre a carico dei cittadini.
Olimpiadi: industria sportiva sotto accusa
Si avvicinano i giorni delle Olimpiadi di Pechino, e i lavoratori che producono per le imprese sportive internazionali che spendono milioni di euro in sponsorizzazioni sono sottoposti ad orari di lavoro massacranti e ricevono salari da fame. Lo rivela il nuovo rapporto della Play Fair Campaign 2008 (PF08) "Vincere gli ostacoli", che nella versione italiana ospita la prefazione di Luciano Gallino.
I ricercatori di Play Fair hanno sollevato il velo sulla Yue Yuen, il piccolo produttore di Hong Kong che fabbrica 1/6 delle scarpe mondiali e conta fra i suoi clienti più importanti marchi come adidas, Nike e New Balance. Un lavoratore della Yue Yuen che produce per
Il rapporto fa luce anche sulle condizioni dei lavoratori che cuciono palloni sportivi in Thailandia, India e Cina. Alla Joyful Long sul Delta del fiume Pearl in Cina, che fornisce adidas, Nike, Umbro e Fila, lo straordinario può arrivare a 232 ore al mese mentre i salari medi sono quasi la metà del minimo legale.
Nonostante 15 anni di adozione di codici di condotta da parte dei principali e più popolari marchi sportivi, il rapporto PlayFair 2008 dimostra che i lavoratori impegnati nella produzione dei loro prodotti sono ancora sottoposti a ritmi produttivi estremi, a straordinari eccessivi, non registrati e non pagati, abusi verbali, minacce alla salute e alla sicurezza anche dovuti all'esposizione a prodotti chimici tossici, senza alcuna tutela e assicurazione prevista.
In particolare l’inchiesta identifica 1) nei bassi salari, 2) nell'abuso di contratti temporanei e altre forme di precarizzazione, 3) nella violazione del diritto di associazione sindacale e di contrattazione collettiva e 4) nella chiusura di stabilimenti dovuti alla ristrutturazione dell'industria, i quattro punti chiave su cui le imprese devono intervenire. Il rapporto è scaricabile su http://www.abitipuliti.org. (Fonte: Campagna Abiti Puliti)
Alitalia: arriva il Salvatore (Ligresti)
La cordata italiana per Alitalia si farà e il gruppo Ligresti sarà coinvolto. Lo ha detto lo stesso Salvatore Ligresti, presidente onorario di Fondiaria-Sai e di Premafin, parlando con i giornalisti a margine dell'assemblea di Fondiaria-Sai a Firenze. Ai giornalisti che gli chiedevano se, secondo lui, la cordata italiana sara' fatta, Ligresti ha risposto che ''le cose si fanno in silenzio e - ha aggiunto rispondendo ai cronisti - penso che si fanno''. Ai giornalisti che gli chiedevano poi se il suo gruppo sara' coinvolto, Ligresti ha risposto che ''penso ci sara' modo di essere coinvolti. Una mano bisogna darla, penso sia giusto e doveroso nei confronti del paese, della compagnia, dei lavoratori e del turismo''. (Asca)