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mercoledì, 31 agosto 2005

Comunicato Stampa congiunto
Campagna Sbilanciamoci! e Autopromozione Sociale Comune di Roma
Ufficio Stampa: Agenzia Metamorfosi 055/601790 - 339/6675294

Dal 1 al 4 settembre torna la 3° edizione del forum "L'impresa di un'economia diversa"
Sbilanciamoci!: al via a Roma la Contro-Cernobbio
Quattro giorni di proposte innovative per superare le ricette neoliberiste. Ricco il programma degli incontri: aprono Fausto Bertinotti e Rosy Bindi, attesi gli interventi di Jeremy Rifkin
, Vandana Shiva
e Aminata Traoré.

Quattro giorni alla ricerca di un'alternativa al neoliberismo per un'economia diversa fondata sulla pace, la giustizia, i diritti, l'ambiente. Torna, quest'anno nel quartiere Corviale di Roma, la terza edizione de "L'impresa di un'economia diversa", l'ormai tradizionale appuntamento che la Campagna Sbilanciamoci! organizza in concomitanza e in contrapposizione al Meeting di Cernobbio dello Studio Ambrosetti. Come ogni anno, infatti, dalla cittadina lombarda economisti, imprenditori, esponenti di Confindustria, leader di Governo rinnoveranno le ricette economiche dimostratesi fallimentari: privatizzazioni, riduzioni del welfare, flessibilità, precarizzazione del lavoro, allentamento dei vincoli ambientali. "La Campagna Sbilanciamoci! dice il portavoce Giulio Marcon - contrappone a queste istanze quelle di difesa dell'intervento pubblico, di promozione e allargamento del welfare, di promozione dei diritti del lavoro, mirate ad uno sviluppo sostenibile, e ad una fiscalità solidale che colpisca rendite e privilegi. Per questo diamo appuntamento a Roma - al Corviale- dal 1 al 4 settembre, per la terza edizione del Forum "L'impresa di un'economia diversa - Dall'economia del privilegio alla società dell'eguaglianza". Sono invitati tutti coloro che credono che sia possibile sperimentare e promuovere politiche alternative fondate sul rispetto della persona e della natura".

Saranno Fausto Bertinotti e Rosy Bindi ad aprire il Forum intervenendo al dibattito dedicato alle derive neofeudali dell'economia liberista. Poi una tavola rotonda serale su "Sviluppo senza progresso", dedicata a Pasolini. Il secondo giorno atteso l'intervento del noto economista Jeremy Rifkin, che parlerà con Susan George e Vittorio Agnoletto dell'importanza di costruire un'Europa sociale. Migranti, armi, debito dei paesi poveri, spesa pubblica, microcredito e sostenibilità nei forum paralleli che le organizzazioni aderenti alla campagna organizzano per sabato 3. Nella tavola rotonda finale di domenica Vandana Shiva e Aminata Traoré interverranno sulle pratiche e le esperienze di "economia diversa".

Quest'anno il Forum si svolgerà nel quartiere Corviale di Roma, simbolo, nel nostro paese, di quelle periferie urbane degradate ed abbandonate per troppo tempo e ora oggetto di politiche di recupero urbanistico, riqualificazione economica e sociale, sviluppo locale. "Dopo Bagnoli, simbolo del fallimento di un certo modello di sviluppo industriale del secondo dopoguerra, e Parma, emblema dei disastri finanziari causati dalla vicenda Parmalat, abbiamo scelto Roma continua Giulio Marcon - città che dal 2006 ospiterà, grazie all'impegno dell'Autopromozione Sociale del Comune di Roma e delle altre istituzioni capitoline "La Città dell'Altra Economia", uno spazio unico in Europa per le esperienze, le pratiche, le iniziative di organizzazioni e imprese che sperimentano e fanno crescere la realtà di un'economia diversa".
"Il fatto che il Forum si tenga a Corviale - afferma Alessandro Messina, dirigente dell'U.O Autopromozione Sociale, Assessorato Lavoro e Periferie del Comune di Roma, che quest'anno da' il suo patrocinio al Forum - è significativo, perché è proprio lì che l'Autopromozione Sociale sta realizzando grandi cose in sinergia col territorio, fra cui il primo incubatore delle imprese locali. Portare al Corviale i rappresentanti dell'economia solidale è dunque un modo per proseguire su questa linea e continuare a rivitalizzare in senso responsabile l'economia della città."

La terza edizione del Forum servirà dunque ad aprire gli occhi su un'economia italiana fatta di rendite, privilegi, corporativismi e speculazioni finanziarie in un percorso che porterà ad una seria analisi sulle possibili alternative: globalizzazione dei diritti e dell'uguaglianza, attenzione alla sostenibilità ambientale, azione pubblica per nuove politiche fiscali, di sviluppo, welfare e redistribuzione del reddito. Tutto ciò grazie al contributo delle pratiche, le esperienze, le alternative dei movimenti e delle organizzazioni sociali, dell'altra economia, del mondo del lavoro a confronto per la costruzione di un'impresa di un'economia diversa. "Il forum di Roma sarà - assicura Marcon - un laboratorio per affinare e promuovere le nostre proposte per "Un'Italia capace di futuro" e per un mondo più giusto e solidale fondato sull'equità, la pace, la dimensione umana e sociale di un'economia che abbia come misura le persone, i diritti, l'ambiente".

Sbilanciamoci! avanza dal 2000 critiche alle politiche del governo proponendo alternative serie e credibili: il rapporto sulla finanziaria, il rapporto sulla cooperazione allo sviluppo, l'indice di qualità della vita QUARS collocano Sbilanciamoci!è ormai fra i punti di riferimento per la società civile nella promozione di contenuti e valori alternativi alle politiche neoliberiste.

Autopromozione Sociale è la prima agenzia di sviluppo locale del comune di Roma ispirata ai principi di qualità sociale e responsabilità ambientale, attiva già da qualche anno. Ad oggi sono già state finanziate tramite Autopromozione Sociale 726 imprese (il 70% delle quali "giovani" realtà, cioè costituite da meno di 18 mesi) che si ispirano a criteri di responsabilità sociale.

Il Forum si svolgerà presso la sede del Municipio Roma XV, via M.Mazzacurati, 73 ed è realizzato con il patrocinio e il contributo del Municipio XV, dell'Ufficio Autopromozione Sociale del Comune di Roma, della Provincia di Roma e della
Regione Lazio.

Il programma completo è disponibile all'indirizzo internet:
http://www.sbilanciamoci.org/corviale_programma.sbml

La Campagna Sbilanciamoci! è promossa da:
Altreconomia, Antigone, Arci - Arci Servizio Civile, Associazione Finanza Etica, Ass. Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Carta, Cipsi, Cittadinanzattiva, Cnca, Comitato italiano contratto mondiale sull'acqua, Comunità delle Piagge - Firenze, Cooperativa Roba dell'Altro Mondo, Ctm-Altromercato, Donne in nero, Emergency, Emmaus, Fondazione Responsabilità Etica, Ics, Legambiente, Lila, Lunaria, Mani Tese, Medici senza frontiere, Pax Christi, Rete Lilliput, Terre des Hommes, Uisp, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un Ponte perÂ…, WWF

Organizzazione e coordinamento
Sbilanciamoci c/o Lunaria
Via Buonarroti, 39 - 00185 Roma
Tel. 06.44361190
info@sbilanciamoci.org - www.sbilanciamoci.org

Ufficio Stampa
Agenzia Metamorfosi, Comunicare il cambiamento sostenibile
Crisitano Lucchi 339/6675294 - Duccio Tronci 338/6250252
Giorgia Vezzoli 335/8470167 -
www.metamorfosi.info | agenzia@metamorfosi.info

SALA STAMPA VIRTUALE: http://www.metamorfosi.info/met_sbilanciamoci_sala_stampa.asp
Su http://sbilanciamoci.blogspot.com/ è inoltre attivo un blog sul Forum curato da Agenzia Metamorfosi, per seguire i lavori in tempo reale direttamente dalla sala stampa del Corviale a Roma.

Postato da: robycuda a 16:27 | link | commenti (1)
appuntamenti

sabato, 20 agosto 2005

Benetton svetta a Piazza Affari

E’ la famiglia Benetton la più ricca di Piazza Affari. Nella classifica pubblicata il 13 agosto scorso da Milano Finanza i quattro fratelli Benetton appaiono al primo posto con 7,52 miliardi di partecipazioni azionarie in società quotate, sottraendo così lo scettro a Silvio Berlusconi, che dopo la vendita del 17% di Mediaset è slittato al secondo posto. Benetton – che ha chiuso il 2004 con ricavi consolidati pari a 1.686 milioni di euro (1.859 milioni nel 2003) e utili netti in crescita a 123 milioni di euro (108 milioni nel 2003) - detiene partecipazioni in Autogrill, Autostrade, Benetton Group, Caltagirone Editore, Pirelli & C., Telecom Italia.

Il 30% della società Autostrade fu acquistato nel 1999, nell’ambito del vasto piano di privatizzazioni lanciato dallo Stato per ridurre il debito pubblico. Tre anni prima Benetton comprò dall’Iri anche Autogrill, che insieme ad Autostrade configurava une vera a propria concentrazione, tanto che l’Antitrust impose alla famiglia di affidare la ristorazione nelle aree autostradali di sosta attraverso una normale procedura di gara. Le gare furono fatte ma secondo l'Antitrust in modo non conforme alle regole e questo comportò una multa da 15 milioni e 800mila euro a carico della proprietà. Per acquistare Autostrade Benetton si servì della controllata Schemaventotto, rastrellando il 70% del capitale azionario della società con soldi prestati dalla banche attraverso un'offerta pubblica di acquisto (Opa). Poi l'indebitamento (7 miliardi di euro in totale) di Schemaventotto fu girato direttamente ad Autostrade Spa, che tuttora restituisce il debito alle banche grazie al flusso dei pedaggi pagati dagli automobilisti. Si tratta di un’entrata sicura, che negli ultimi anni ha garantito una seri di extraprofitti a Benetton. Trattandosi di un servizio pubblico, tuttavia, la legge stabilisce dei limiti ai profitti della società concessionaria. A decidere se Autostrade sta guadagnando troppo dai pedaggi è anzitutto il Nars, un nucleo di valutazione tecnica di stanza presso il Ministero dell'economia. Alcuni esperti sostengono che nei primi cinque anni della gestione Benetton gli extraprofitti ci sono stati eccome, tanto che lo stesso Ministro dell’Economia Giulio Tremonti si rifiutò di firmare al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) l'aumento richiesto. Ma il rifiuto del Ministro, così come i pareri delle stesse autorità di vigilanza furono scavalcate dall’approvazione di un decreto conforme agli interessi della famiglia Benetton, con l’atteggiamento compiacente dell’Anas e della Corte dei Conti (vd Report “Vivere di rendita”, trasmissione del 1 ottobre 2004 – sezione Documenti).

I pedaggi autostradali dovrebbero servire a finanziare il servizio, cioè la manutenzione del manto stradale e gli altri investimenti necessari, anziché a ripagare i debiti di Benetton. In realtà i costi di costruzione delle autostrade sono già stati ammortizzati da tempo e, dunque, l’automobilista paga in anticipo gli investimenti a venire. Ma quali? La società Autostrade si era impegnata ad eseguire una serie di lavori tra il 1997 e il 2003, tra cui il nuovo tracciato appenninico tra Bologna e Firenze, ma alla fine del 2004 erano aperti solo alcuni cantieri. Come spiegò l’anno scorso il senatore Paolo Brutti a Report, su “9mila-9500 miliardi di investimenti, ne hanno fatti il 10%. Si sono impegnati a farne altri 9500. Però da quello che noi sappiamo, mentre del vecchio l'unica opera che si sta veramente cominciando a fare è la Variante di valico, per quello che riguarda i nuovi investimenti erano state fissate delle tappe: allo stato dei fatti non si vede nulla. Cioè non è vero che entro il 2007 noi avremo il passante di Mestre, non è vero che avremo interventi sull'autostrada Adriatica, cioè tutte cose che, se si faranno, oramai slitteranno agli anni 2010, 2011, 2012”. (Report, vedi sopra). In altre parola il gruppo Benetton, in qualità di concessionario, è stato inadempiente nei confronti dello Stato. Intanto il titolo continua a salire in Borsa, gli investimenti sono in alto mare e gli automobilisti pagano tariffe sempre più alte che vanno direttamente alle banche creditrici. Altro elemento interessante è stato il contributo versato nel 2003 alla società Autostrade da parte dell'Anas, quindi a carico dei contribuenti: 5 milioni di euro per la campagna a favore del Telepass.

L’altra faccia dell’azienda

Nonostante le accuse di alcuni organismi impegnati a difesa dei diritti umani, l’immagine del gruppo trevigiano non è mai stata veramente intaccata, complice una massiccia campagna pubblicitaria che ha fatto di Benetton il simbolo della responsabilità sociale. Come la campagna promozionale del 2003 a sostegno del Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite, che provocò una levata di scudi di una parte dell’associazionismo e del mondo pacifista. Così scriveva Ersilia Monti , rappresentante italiana della Clean Clothes Campaign: “La multinazionale veneta sarebbe di maggior aiuto alla causa della lotta contro la fame nel mondo se decidesse finalmente di corrispondere a chi lavora per lei in ogni parte del mondo salari in linea con il costo della vita. Dall’indagine ‘Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-2001’ (scaricabile dal sito www.cleanclothes.org), condotta dall’organizzazione inglese Labour Behind the Label, aderente alla rete della Clean Clothes Campaign, Benetton risulta essere una delle aziende meno attente al problema dei livelli retributivi nei paesi di delocalizzazione. Riferirsi costantemente ai minimi salariali locali, come fa Benetton, significa mantenere consapevolmente intere comunita’ al di sotto della soglia di poverta’”.

Nello febbraio dello stesso anno venne alla luce il coinvolgimento del gruppo nella guerra del Golfo. Così si leggeva su La Repubblica di giovedì 27 febbraio 2003,  p. 9: “Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il caso ‘Strada Gigante’: una nave italiana che sta trasportando verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani - è che la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine storicamente pacifista. ‘Stradablu’, la compagnia armatrice che possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro ‘21 Investimenti’ una partecipazione in ‘Stradablu’ minoritaria e ‘finanziaria’, senza coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della ‘21 Investimenti’ con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi”. In realtà la società finanziaria 21 Investimenti gestisce un fondo (il Fondo Giada) che detiene il 28% (non il 44% come sembrava in un primo momento) di StradaBlu, società che ha armato la nave in questione. I Benetton hanno precisato che si trattava solo di ospedali da campo (Altreconomia, aprile 2003).

Ma le contestazioni della società civile non hanno mai preoccupato molto l’azienda di Ponzano Veneto, che per tutelare i propri affari non ha esitato a entrare in conflitto con la più antica e gloriosa comunità indigena argentina, quella dei Mapuche. Nel 1991 il gruppo acquistò 900 mila ettari di terreno in Patagonia acquisendo tutte le proprietà della Compañía de Tierras del Sud Argentino SA. Il territorio, come altri in quella zona, era un tempo abitato dai Mapuche, ora confinati in una striscia di terra sovraffollata chiamata Reserva de la Compania. Nell’agosto 2002 una famiglia Mapuche - i coniugi Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir e i loro quattro figli – decisero di chiedere all'Istituto autarchico di colonizzazione un terreno da coltivare, per riuscire a sbarcare il lunario dopo che la ditta della moglie chiuse i battenti. Venne loro indicato il lotto di Santa Rosa, che si presumeva demaniale e inutilizzato. In realtà apparteneva alla famiglia Benetton, che nell’ottobre 2003 inviò 15 agenti ad effettuare lo sgombero, sequestrare gli attrezzi e demolire l’abitazione. Ne è nato un caso giudiziario e politico al tempo stesso, che dura tuttora e vede contrapposti, come avviene da secoli, il diritto delle popolazioni indigene a vivere nelle loro terre e gli interessi dei nuovi proprietari-colonizzatori (I particolari della vicenda nell’articolo “Benetton contro i Mapuche”, L’Espresso on line, 10/2004 – nella sezione Documenti).

R.C.

Postato da: robycuda a 11:33 | link | commenti
aziende, economia italiana

domenica, 14 agosto 2005

Ecco le “opportunità” del mercato cinese

Il 90% di tutte le condanne a morte nel mondo avvengono in Cina, che nel 2004 ha inflitto 3.400 esecuzioni e 6.000 condanne a morte. Lo rivela Amnesty Internetional in un appello inviato al Comitato olimpico internazionale in vista delle Olimpiadi del 2008. Intanto continua e si rafforza la censura sulla stampa e su internet, con l’arresto nei giorni scorsi di due giornalisti cinesi che lavoravano per due prestigiose testate internazionali: Zhao Yan del New York Times e Ching Cheong dello Strait Times di Singapore. Se poi guardiamo ai diritti dei lavoratori c’è solo l’imbarazzo della scelta nel lunghissimo elenco di violazioni, basta fare un giro sul sito di China Labor Watch (http://www.chinalaborwatch.org/) o leggersi i tanti reportage, campagne di pressione e articoli sull’argomento. Ma i governi e le imprese occidentali continuano a guardare dall’altra parte e a fare affari d’oro con la repubblica cinese. Il Dalai Lama continua a non essere ricevuto ufficialmente nel nostro paese e addirittura il presidente Ciampi spinge perché si ponga fine all’embargo europeo sull’export di armi, nientemeno.

Così scrive il corrispondente di Repubblica Federico Rampini in un lungo e documentato articolo di due mesi fa (scaricabile per intero nella sezione Documenti): “Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo”. Solo un anno fa il salario orario di un cinese era pari a 1,98 dollari, contro i 20 della Francia e i 24,20 degli Stati Uniti (Nomisma). Ecco le “opportunità” del mercato cinese, di cui parlano perfino noti esponenti della sinistra. Perfino gli Usa, che si fregiano di un embargo a Cuba lungo mezzo secolo proprio a causa dei diritti umani, nei confronti della Cina cambiano decisamente tono. Alla richiesta del sindacato americano AFL/CIO di un’indagine sulle condizioni di lavoro in Cina e l’applicazione di eventuali sanzioni economiche, rispose così l’allora segretario al commercio estero Usa Robert Zoellick: “il commercio con la Cina porta benefici ai lavoratori americani, agli agricoltori e ai consumatori. Esso favorisce lavori ben pagati negli Usa, crea un mercato in espansione per i prodotti manifatturieri e agricoli, mettendo a disposizione degli americani una vasta gamma di prodotti”. (RSI News 05-2004)

Postato da: robycuda a 12:47 | link | commenti
economia internazionale

sabato, 13 agosto 2005

Unipol-Bnl: un salto nel buio per 20.000 lavoratori

Riportiamo sotto il comunicato stampa dei sindacati confederali di Bnl del 21 luglio scorso sul tentativo di acquisizione da parte del gruppo Unipol. Molto interessante è anche la presa di posizione della Fisac-Cgil di pochi giorni fa (http://www.fisac.it/documenti/segrgen/comunicati/segrunipol.pdf). L’intervista comparsa oggi sul Manifesto del segretario della Fisac Domenico Moccia, infine, chiarisce ulteriormente la posizione del sindacato. Il problema di fondo è perché mai affidare il destino di 20.000 lavoratori ad un gruppo – Unipol – che oltre a non avere un piano industriale deve fare i salti mortali per reperire le risorse finanziarie, che ancora non ci sono. L’intera operazione costerà circa 5 miliardi di euro che Unipol intende così finanziare: 2,6 attraverso aumento di capitale, 1,4 di prestiti e 1 miliardo con la cessione di alcune partecipazioni, ma non si sa quali. Secondo l’analista di Standard&Poor's Antonello Aquino “con la vendita di troppe attività, Unipol minerebbe la flessibilità finanziaria o la capacità di generare liquidità in caso di emergenza” (Il Sole 24 Ore di oggi).

Un sforzo quantomeno sproporzionato, che non vale certamente qualche agevolazione bancaria ai soci coop (che detengono la maggioranza del capitale Finsoe, che a sua volta controlla Unipol). Anche perché poi quei soldi dovranno rientrare e si sa che la prima voce di costo, su cui spesso e volentieri si abbatte la scure dell’azienda, è proprio il costo del lavoro. Inquietante è la frase pronunciata dall’amministratore delegato di Unipol Giovanni Consorte in un dialogo con Emilio Gnutti, intercettata dai magistrati, in cui Consorte spiega cosa farà di Bnl una volta conquistata: “Toglierla dal listino per due o tre anni, lavorarci sopra come delle belve, rimetterla in Borsa e portare a casa i soldi”. In questo gioco le coop hanno messo sul piatto 900 milioni di euro, frutto anche delle agevolazioni fiscali di cui godono per legge (e quindi anche un po soldi nostri), nella speranza dichiarata di qualche ipotetico vantaggio (quale?) al sistema cooperativo. Finora l’unica certezza sono gli obiettivi di Consorte: gestire uno dei più grandi gruppi bancassicurativi del paese, la terza assicurazione Danni e Vita e la sesta banca per attivi. L’altra certezza sono le plusvalenze incassate dal gruppo di immobiliaristi e imprenditori che a luglio hanno venduto il 27% di Bnl a Unipol: una somma di 1,22 miliardi di euro – totalmente  esentasse grazie alla legge Tremonti sulle operazioni di Merger & Acquisitions – suddivisa tra Francesco Gaetano Caltagirone, gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola e Luigi Statuto e gli imprenditori Tiberio ed Ettore Lonati, Giulio Grazioli e Vito Bonsignore.

 

R.C.

Unipol solitaria in Bnl non è nei nostri auspici

In uno scenario di politica industriale, che appare sempre più attenta a presunti o effettivi intrecci tra i vari potentati economici il sindacato della BNL, rifiutando qualsiasi logica di colorazione nazionale o politica del “capitale”, ha scelto come unico modo per interloquire con i soggetti economici interessati al controllo della BNL, quello di valutare la stabilità della struttura proprietaria, la fattibilità del progetto finanziario e la credibilità di obiettivi sostenibili all’interno di  scrupolosi progetti industriali.

            BBVA possiede tutte queste caratteristiche e ha inoltre accompagnato il suo progetto di OPS con un  Piano Industriale che la impegna in questa direzione, disponendo altresì delle risorse finanziarie idonee a dare credibilità a questo progetto.

            Unipol, nei cui confronti non esiste alcun pregiudizio, semplicemente non possiede nessuno di questi requisiti.

            Le risorse finanziarie sono frutto di un complesso meccanismo incrociato che vede coinvolti più soggetti economici con i quali si assumono impegni e debiti.

            La struttura proprietaria che si va delineando per BNL è eterogenea e non lascia intravedere elementi certi di governance.

            Il progetto industriale è limitato a semplici enunciazioni di principio.

            La ricerca di rapporti con le OO.SS. aziendali è inesistente, nonostante la consapevolezza che i lavoratori  e le lavoratrici di BNL nella recente Assemblea di Bilancio abbiano esercitato il loro ruolo di azionisti dipendenti con una rappresentanza senza pari a livello europeo di 11.000 deleghe.

Le scriventi Organizzazioni Sindacali esprimendo tutte le loro preoccupazioni rispetto ad una concreta possibilità che lo scontro intorno alla proprietà della BNL possa proseguire in ambiti giudiziari/istituzionali, rendendo problematica la governance della banca con tutte le inevitabili negative conseguenze che un tale evento potrebbe comportare, invitano tutti gli attori interessati a ricercare soluzioni  rapide e condivise.

Roma 21 luglio 2005

FIBA-CISL     FISAC-CGIL  UILCA  DIRCREDITO/FD

 

 

Postato da: robycuda a 14:29 | link | commenti
economia italiana

"Sotto la banca la Chiesa campa" - I missionari sugli sponsor della Giornata mondiale della gioventù
"Sotto la banca, la chiesa campa" è il titolo di un duro editoriale del mensile "Missionari Saveriani" nei confronti del Comitato italiano per il sostegno economico alla Giornata mondiale della gioventù (GMG) di Colonia. Il direttore del mensile, p. Storgato, protesta per l'inclusione tra gli sponsor dell'iniziativa di Banca di Roma, la "banca armata" italiana per eccellenza: «Se il Signore Gesù ha scacciato dal tempio perfino i 'venditori e compratori di colombe', cosa farebbe con i 'venditori e compratori di armamenti'?» - scrive p. Storgato che conclude con una sferzante domanda: «E chi osa pensare che una casa di preghiera possa diventare una spelonca di ladri?». Deciso anche don Sacco, direttore del mensile "Mosaico di Pace" che in un'intervista ribadisce "nessuna indulgenza per lo sponsor armato". Intanto in numerose chiese italiane dallo striscione che annuncia la GMG è stato volutamente sforbiciato il logo della Banca di Roma.
(vd www.banchearmate.it)
 
Riportiamo di seguito l'editoriale di padre Marcello Storgato
 
Nel drappo che annuncia la GMG, la giornata mondiale della gioventù di Colonia, campeggia ben visibile lo sponsor di una banca, insieme a Tim e altre ditte. Ci interroghiamo sulla necessità - e anche sulla sconvenienza - di esporre pubblicità in chiesa e, soprattutto, di favorire l'immagine di banche che appoggiano e sono coinvolte nel commercio delle armi. Dopo tutto, ha senso esporre in chiesa striscioni con pubblicità varie? Ma per quali motivi fare una così grande pubblicità alla “ banca ”? Le riviste Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia da anni hanno lanciato la “ campagna banche armate ”, per sensibilizzare il vasto pubblico sui finanziamenti - sia pur entro il rispetto di una legge - che contribuiscono alla diffusione delle armi nel mondo, ricavando buoni compensi di intermediazione.
Con una lettera ben articolata e ragionata, i direttori delle tre riviste missionarie esprimono le perplessità e la contrarietà alla scelta dello sponsor e del reclame . Portano i dati ufficiali dell'ultima “relazione” governativa sulle operazioni finanziarie di armamenti. Si dichiarano “disponibili ad una riflessione seria, pacata e approfondita con diocesi, parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti su questi temi che riguardano non solo i nostri stili di vita ma la stessa nostra testimonianza cristiana”.
Neanche ai papaboys è piaciuto. Lo dicono nel loro sito web: “A noi non piace! Non è la prima volta che lo sponsor si infila nelle chiese, insieme a preghiere e canzoni a marchio. Dobbiamo essere nel mondo, ma non del mondo... anche se non sempre ci riusciamo. Ma chi ce lo vorrebbe insegnare, se lo ricorda?” - si domandano i papaboys. “Senza alcun intento denigratorio, è lecito domandarsi (e domandare alle banche) quale sia la verità”.
Il presidente del comitato italiano per il sostegno economico alla GMG, ha risposto dicendosi dispiaciuto “per un'azione denigratoria, che genera confusione e crea disagio nella comunità ecclesiale; un'azione impropria anche nei confronti della banca cui moltissimi missionari si rivolgono per sostenere le proprie meritevoli iniziative...”.
Quanti siano i “moltissimi” missionari che si rivolgono alla banca in questione, non lo so. Io non ci sono. Forse perché non ho “mie proprie iniziative” che meritano un sostegno. Ma se il sostegno venisse dal commercio di armi, qualunque iniziativa cesserebbe di essere “meritevole”. E così anche per il “drappo” della GMG e per qualunque altra iniziativa “santa”. Neanche l'acqua santa può raddrizzare i mezzi storti.
Se il Signore Gesù ha scacciato dal tempio perfino i “venditori e compratori di colombe”, cosa farebbe con i “venditori e compratori di armamenti”? Ma forse, quel giorno, era andato fuori di testa... E chi osa pensare che una casa di preghiera possa diventare una spelonca di ladri ?

Postato da: robycuda a 09:52 | link | commenti
banche e armi

venerdì, 12 agosto 2005

L’affare Antonveneta, tra paradisi fiscali e correntisti ignari

Difficile per i non addetti ai lavori orientarsi nell’intricatissima vicenda della (mancata) acquisizione di Banca Antonveneta da parte della Banca Popolare Italiana (ex Popolare di Lodi), sulla quale si sono accesi i riflettori della magistratura. Ogni giorno emergono nuove rivelazioni e nuovi interrogativi, che complicano oltremodo l’intera storia. Tra le accuse dei magistrati spiccano quelle di false comunicazioni al mercato e di aggiotaggio, ovvero la divulgazione di notizie false al fine di alterare a proprio vantaggio l’andamento delle quotazioni dei titoli. Il sospetto è che per contrastare l’Opa (Offerta Pubblica di Acquisto) dell’olandese Abn Amro, interessata allo stesso modo ad acquisire l’Antonveneta, l’amministratore delegato della Bpi Giampiero Fiorani abbia agito sottobanco insieme ad altri azionisti, bloccando di fatto l’operazione della banca olandese. Ma andiamo per ordine. L’Offerta Pubblica di Acquisto (Opa) o di Scambio (Ops) è una proposta di acquisto (o di scambio con altre azioni) del capitale di una società, lanciata da un’altra società interessata all’acquisizione, che ne fissa anche il prezzo. L’obbligo di Opa scatta quando l’acquirente supera il 30% del capitale della società che intende acquisire: l’obiettivo è mettere in grado tutti gli azionisti, grandi e piccoli, di godere degli stessi vantaggi dall’operazione di acquisto. Altri contendenti possono contrastare l’Opa lanciando una contro-Opa, ad un prezzo superiore. Tutto deve essere trasparente e comunicato al mercato e alle autorità di controllo, soprattutto per evitare alterazioni nel prezzo dei titoli e dunque una situazione falsata del mercato, che potrebbe indurre i risparmiatori a scelte sbagliate di investimento.

Il sospetto è che Fiorani abbia invece agito di nascosto insieme ad altri soci, accaparrandosi di fatto gran parte del capitale azionario di Antonveneta senza comunicare nulla e togliendo terreno all’Opa di Abn Amro. Come affermano i magistrati, ha agito di “concerto” molto tempo prima di lanciare la contro-Opa - attraverso un patto parasociale mai svelato – insieme agli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola e i tre fratelli Lonati, oltre che al noto finanziere Emilio Gnutti. Tutto questo attraverso finanziamenti a tassi ultra-agevolati concessi da Fiorani ai “concertisti” per acquistare azioni Antonveneta per conto dello stesso Fiorani, poi rivendute a quest’ultimo garantendosi ampie plusvalenze (sull’incremento del valore dei titoli). Uno dei provvedimenti dei magistrati milanesi è stato proprio il sequestro delle azioni in possesso di Fiorani e soci (pari al 40% del capitale Antonveneta) e di circa 100 milioni di plusvalenze. Questi passaggi, ovviamente, non sono avvenuti alla luce del sole, ma attraverso transazioni su diverse piazze, mediante società e filiali bancarie situate in paradisi fiscali come Lussemburgo, Svizzera e Isole Vergini Britanniche. Queste ultime, ad esempio, sono la sede della Garlsson, società di Ricucci dalla quale, secondo le intercettazioni telefoniche dei magistrati, sono stati girati 25 milioni di euro per sottoscrivere l’aumento di capitale di Fiorani, necessario a rastrellare titoli Antonveneta. L’altra società di Ricucci, utilizzata nella scalata a Rcs, è la Magiste International, società lussemburghese posseduta da un anonimo The Libra Trust dell'isola di Guernsey, i cui beneficiari risultano lo stesso Ricucci, il figlio Edoardo, gli altri discendenti eventuali e addirittura la Croce Rossa (vd http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?m1s=null&m2s=e&idCategory=4799&idContent=457269). La stessa Popolare Italiana ha come primo azionista la Victoria & Eagle Strategic Fund (4,1% del capitale), domiciliato all’isola di Cayman, con la sede di gestione in Svizzera a Lugano (vd articolo successivo). Appoggiarsi ad un paradiso fiscale, in questi casi, garantisce il necessario anonimato nelle operazioni finanziarie messe in atto, oltre che una serie di vantaggi di natura fiscale (vd articolo seguente; vd anche testo della trasmissione Report del giugno 2000 nella sezione Documenti, un po’ datata ma ancora attuale).

Una volta entrati in possesso delle azioni, i soci “amici” le hanno girate a Bpi concentrando le transazioni tra il 18 e il 22 aprile, giorni nei quali è stato registrato in Borsa un aumento del volume delle contrattazioni tramite l’incrocio simultaneo di ordini di acquisto e di vendita pre-concordati, secondo i magistrati “artifizi fuorvianti idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo del titolo”. In altre parole era necessario dimostrare che il mercato era attivo  (benché fossero già stati rastrellati gran parte dei titoli) e non dare l’impressione dell’esistenza di un accordo.

Un altro capitolo riguarda le autorizzazioni della Banca d’Italia, che hanno coinvolto pesantemente il presidente Antonio Fazio. Per ottenere le necessarie autorizzazioni a lanciare la contro-Opa, oltre al comportamento compiacente di Fazio, Fiorani avrebbe effettuato delle finte cessioni di partecipazioni in altre società, al fine di rientrare nei parametri patrimoniali richiesti da Bankitalia. Anche qui c’entrano i paradisi fiscali. E’ notizia recente la scoperta di cessioni per un miliardo di euro effettuate da Bpi a Deutsche Bank, Dresdner Bank e Bnp Paribas e garantite dalla stessa Bpi tramite la società lussemburghese Sonata securities, ferma restando la possibilità di riaverle entro un anno. Determinante in particolare è stato il ruolo di Deutsche Bank Londra, legata a doppio filo a Sonata, addirittura amministrata da due manager della banca tedesca. Anche qui siamo di fronte ad una simulazione, per avere autorizzazioni non dovute.

In totale la ex Popolare di Lodi per conquistare l’Antonveneta ha varato operazioni per oltre 5 miliardi di euro: 1,5 aumentando il capitale, 1 miliardo con la cessione di quote di minoranza e altri 3 miliardi attraverso prestiti, cartolarizzazioni e altre operazioni. L’aumento di capitale è avvenuto anche vendendo quote ai clienti Bpi, ignari dei progetti di grandezza di Fiorani e dei passaggi mirabolanti di denaro dai tropici alle alpi svizzere, mobilitando la rete di sportelli e promotori finanziari sul territorio.

R.C.

 

 

E’ uno strano «animale» finanziario Victoria & Eagle ...

di Mario Gerevini, CorriereEconomia 18/07/2005

 

E’ uno strano «animale» finanziario Victoria & Eagle Strategic Fund, primo azionista con il 4,1% della Banca Popolare Italiana (Bpi, ex Lodi). Domicilio all’isola di Cayman, «testa» in Svizzera a Lugano, sede della società di gestione. Si cerca di capire dove investe, oltre a Bpi, e si finisce, tanto per dirne una, in un terreno incolto in Sardegna. Si prova a capire di chi è e il risultato è decisamente imbarazzante per la banca di Gianpiero Fiorani. Si sbircia nel portafoglio del fondo e sorprende quanto sia sbilanciato e condizionato da quel 4% di Bpi. Si sfoglia il bilancio della banca lodigiana e non c’è traccia di Victoria & Eagle (V&E). Eppure 153,5 milioni di euro Fiorani li ha investiti lì, nel fondo di Cayman, diretto da manager di sicuro affidamento, gente, come il gestore Fabio Conti, fatta accomodare nelle ben retribuite poltrone di consigliere in varie società del gruppo. BPI, 153 MILIONI A CAYMAN - Partiamo da questa cifra: 153 milioni. E’ sufficientemente «rotonda» da far pensare che a Lodi abbiano ben ponderato l’operazione (o le operazioni se, come probabile, ci sono state più sottoscrizioni nel corso del tempo). Ed è un asset tale che deve essere stato esaminato nel consiglio di amministrazione presieduto da Giovanni Benevento, nonché passato al setaccio dai sindaci e dai revisori, se non altro perché l’esperienza catastrofica del fondo Epicurum di Parmalat ha aumentato la sensibilità dei «vigilantes» su tutti i prodotti finanziari targati Cayman. La banca, per altro, quando un paio di mesi fa nacquero sospetti sulla reale autonomia di V&E diffuse un comunicato per ribadire la propria correttezza «verificata - si legge - sia dagli auditors interni sia dalle competenti autorità di vigilanza».

Dunque, dentro quali e quanti investimenti, in quali e quanti Paesi e comparti finanziari affondano i 153 milioni della Lodi? C’è poco da girare il mondo: V&E avrebbe poco più di 300 milioni di patrimonio di cui una porzione importante sono investimenti di tesoreria in fondi dei fondi, poi ci sono hedge fund ma tutto è in funzione del pacco Bpi, in una logica di controbilanciamento di una partecipazione (rilevata nel ’99 e poi cresciuta) che ha dato scarsissime soddisfazioni.

IL CORTOCIRCUITO - Dunque la Bpi ha investito 153 milioni in un fondo che ha impegnato circa il 50% del suo attivo nella banca diventandone il principale azionista. Lo si può definire un grandissimo atto di fiducia della banca in se stessa oppure una gestione captive della liquidità o anche un cortocircuito o un sistema di autocontrollo che favorisce, tra l’altro, il collocamento di tranche degli aumenti di capitale (si può pensare che il buon Conti non si adegui alle esigenze del suo principale azionista-sottoscrittore?). Questo è un punto essenziale: chi è il dominus di V&E.

L’AUTOSMENTITA - Quando dai documenti depositati alla Sec (per via di una partecipazione del fondo in una piccola azienda tecnologica Usa) emerse che la Bipielle Bank Suisse controllava V&E, a Lodi si affrettarono a smentire dicendo, in un comunicato ufficiale, che in realtà la filiale svizzera guidata dal vicepresidente del gruppo, Desiderio Zoncada, «è esclusivamente custode e nominee per conto dei clienti che hanno sottoscritto le quote».

Parole sacrosante ma con un piccolo dettaglio che deve essere sfuggito nell’imbarazzo del momento. E cioè che il principale cliente di Bipielle Suisse (nonché il più grande sottoscrittore di V&E) è la capogruppo Banca Popolare Italiana. Una volta realizzata, con l’aiuto della Consob, l’importanza di questo dettaglio, Bpi ha voluto renderne immediatamente partecipe anche il mercato. E così in due righette di una noterella affogata nel fondo pagina di uno dei tanti ultimi prospetti info rmativi, la banca «precisa» di «detenere quote del fondo Victoria & Eagle Strategic Fund...per un controvalore complessivo di bilancio pari a euro 153.520.347,62». Altro che depositaria di clienti.

L’AF FARE SARDO - Da qui ai terreni della Sardegna il passo non è poi così lungo. Tra le partecipazioni curiose di questo fondo un po’ naif, a cui Fiorani avrebbe rifilato anche obbligazioni convertibili della Fingruppo di Gnutti, c’è anche quella indiretta (tramite un’immobiliare fiorentina) in una società che da anni sta cercando invano di sviluppare iniziative turistiche su un terreno di proprietà (325 ettari) acquistato vicino ad Alghero. Insieme al fondo c’è una cordata di imprenditori toscani.

E SE BPI VOLESSE RISCATTARE? - Se accettiamo il fatto che V&E sia esterno al gruppo Bpi, come formalmente è, allora bisogna porsi una domanda: che cosa succederebbe se la Bpi avesse bisogno di quella liquidità, dei 153 milioni, e per questo chiedesse la redemption , cioè il riscatto delle quote? V&E sarebbe in grado di far fronte alla richiesta? Ma è solo fantascienza. Perché mai Fiorani dovrebbe mettere in difficoltà un azionista, il primo azionista della banca, che per di più può essere manovrato a piacere? No, i 153 milioni restano lì. Bpi investe in V&E che investe in Bpi. Il resto sono chiacchiere.

Paradisi fiscali: quanto ci perdono i cittadini

La ricchezza detenuta nei paradisi fiscali costa ai governi circa 255 miliardi di dollari all’anno di mancate entrate, secondo i dati Tax Research Limited aggiornati al marzo 2005. Si tratta di una somma di gran lunga superiore al totale delle risorse richieste per raggiungere gli Obiettivi del Millennio fissati dall’Onu. (Per dare un parametro di riferimento, i francesi hanno calcolato nel 2000 una perdita fiscale di circa 30 mila miliardi l'anno, ndr). Ma il costo complessivo delle piazze off shore è certamente superiore alla cifra rilevata, dato che essa non comprende le perdite derivanti dai profitti delle grandi imprese e dalla pressione verso il basso causata dalla concorrenza fiscale intrapresa dai governi per attrarre capitali esteri. Mettendo insieme varie fonti, economisti e analisti finanziari hanno calcolato che il patrimonio custodito dai paradisi fiscali dovrebbe aggirarsi intorno agli 11,5 mila miliardi di dollari. Questa cifra include asset finanziari come depositi, titoli, azioni e obbligazioni, così come altri strumenti detenuti sotto forma di titoli immobiliari e oro. La sola ricchezza riconducibile a singoli individui è cresciuta di circa 600 miliardi di dollari all’anno nella seconda metà degli anni ’90, segnando un forte trend al rialzo.

Sul patrimonio totale di 11,5 mila miliardi di dollari, dato un tasso atteso di ritorno pari al 7,5% annuo, gli analisti hanno calcolato un reddito di circa 826,5 miliardi di dollari all’anno. Se questo reddito fosse tassato regolarmente (tasso medio del 30%) gli stati incasserebbero circa 258,8 miliardi di dollari all’anno. Si tratta anche qui di dati prudenziali: la somma di 11,5 mila miliardi di dollari comprende infatti solo i soggetti che rientrano nella categoria “high net-worth individual”, che riguarda le persone che dispongono di investimenti in liquidità superiori ad 1 milione di dollari. Dalla metà degli anni ‘90 le banche occidentali hanno favorito molto i clienti “high net-worth individual” nel trasferimento delle proprie ricchezze sui conti offshore. I servizi di private banking rappresentano un’attività molto redditizia per gli istituti di credito: secondo i dati di Cap Gemini si tratta di un mercato di circa 7,7 milioni di persone. Solo l’Ubs (Unione banche svizzere) gestisce circa 250.000 clienti attraverso il proprio business offshore. E mentre i profitti delle banche raggiungono livelli record nel primo semestre 2005, i governi aumentano la pressione fiscale sulle classi a medio e basso reddito, oppure tagliano i servizi pubblici. Porre fine ai paradisi fiscali è oggi quantomai urgente.

Documento tradotto da: http://www.taxjustice.net/e/newsletter/

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economia italiana, paradisi fiscali

L’Argentina riapre i negoziati con le multinazionali dell’acqua e dell’energia

 

 

Il governo argentino ha riaperto le negoziazioni con le imprese straniere di utilities, concessionarie di importanti servizi pubblici, come acqua ed energia. Dai tempi della crisi, infatti, il presidente Kirchner aveva bloccato le tariffe dei servizi pubblici per far fronte alla grave situazione sociale del paese, prorogandone la rinegoziazione per oltre tre anni. Ad essere interessate sono le 61 concessioni stipulate negli anni 90 dall’allora presedente Menem, tra le quali compaiono soprattutto imprese francesi e spagnole, ma anche due italiane: la Camuzzi, operante nel settore del gas e l’Impregilo, per le autostrade. Il primo via libera è arrivato dalla commissione bicamerale del Congresso argentino per la Distrocuyo, compagnia elettrica partecipata dalla francese Edf, che ha incassato un aumento delle tariffe del 31%, ma solo per le utenze commerciali e industriali. Ancora in fase di trattativa è invece il caso della Aguas Argentina, controllata dal colosso francese Suez. Si tratta della più grande concessione del mondo, che copre l’approvvigionamento idrico di circa 10 milioni di persone e il trattamento delle acque reflue di Buenos Aires. Dal 1993 la Suez ha investito circa 1.700 milioni di dollari e ha ne accumulati 650 di debito, mettendo in contro nell’ultimo bilancio le perdite derivanti da un’eventuale dismissione dell’attività. Il 26 luglio scorso la società ha intimato al governo un ultimatum: o verrà trovata una soluzione entro 30 giorni ai problemi finanziari dell’impresa o la multinazionale francese toglierà il disturbo. L’azienda ha chiesto un sussidio pubblico immediato di 130 milioni di pesos (44 mln di dollari) e aumenti tariffari del 49% a partire dal 2006, a fronte del 35% offerto dal governo.

Ha accettato la proposta del governo invece la Gas Natural Ban, controllata da imprese spagnole, che potrà incrementare le tariffe del 27% per i soli utenti industriali. Nessun aumento tariffario, almeno per ora, all’italiana Camuzzi, presente sul suolo argentino attraverso le due controllate Camuzzi Gas Pampeana e Camuzzi Gas del Sur, che insieme controllano il 30% della domanda nazionale. In questo caso le tariffe sono ferme al 1.999.

La temuta fuga delle concessionarie straniere in seguito ai blocchi tariffari del governo – che secondo alcuni avrebbe lasciato il paese senza acqua ed energia - non c’è stata. Al contrario, quando nel giugno scorso la Edf ha venduto il 65% di Edenord, il principale distributore di energia del paese, ad acquistare la quota è stato un pool di investitori argentini (gruppo Dolphin), in linea con un processo che ha visto negli ultimi anni un progressivo ritorno di imprenditori nazionali nella gestione dei servizi pubblici. Nel 2005 il Pil argentino è cresciuto del 10,5% e gli investimenti del 17,6% (+20% nel primo semestre 2005), a dispetto di chi prevedeva un crollo degli indicatori economici e dell’affidabilità del paese, reo di aver detto no alle condizioni imposte per la ristrutturazione del debito estero dal Fondo Monetario Internazionale. (Per approfondimenti: Le origini della crisi argentina, in sezione Documenti). Fonte: Il Sole 24 Ore 10/08/2005

Postato da: robycuda a 14:42 | link | commenti
economia internazionale

Un altro punto di vista

Dopo 5 anni di giornalismo finanziario una piccola valvola di sfogo. Con questo blog non ho certo la pretesa di competere con alcun organo di informazione specializzato ma, appunto, dare voce a tutto il “non detto” del mondo economico e finanziario, ovvero a quelle notizie o parti di esse che transitano di sfuggita sui mass media, o semplicemente non appaiono. E’ l’altra faccia della medaglia, dove i giochi economico-finanziari si mostrano nella loro interezza, dove l’impatto sui beni comuni e sulla democrazia appare senza equivoci o filtri ideologici. Poi ci sono le notizie “ufficiali”, quelle che riempiono le prime pagine dei giornali, inchieste e articoli che vale la pena riprendere, interpretare o commentare. Quello che cambia è il “punto di vista”, ovvero il tentativo di spiegare concetti e meccanismi apparentemente inaccessibili e, soprattutto, metterne in luce il legame con i problemi sociali più immediati, con la continua erosione delle risorse pubbliche e perfino con il nostro stile di vita. Le oscillazioni della Borsa hanno ben a che fare con la crisi dello stato sociale e con la precarizzazione del lavoro, anche se i professionisti della comunicazione non lo dicono. Un blog alla portata di tutti, un piccolo contributo alla riflessione, al dibattito e all’azione, imperfetto e strettamente legato al tempo che riuscirò a dedicargli. Per chi vuole cambiare, o anche solo capire.

 

Roberto Cuda

 

Postato da: robycuda a 14:35 | link | commenti
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