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Il nostro Tfr? Andrà alla General Electric
Non si sblocca l’impasse sul Tfr. L’11 novembre ci sarà il Consiglio dei Ministri e Roberto Maroni intende ripresentare il testo di riforma così com´è: o si da il via libera o la si boccia, non ci sono altre possibilità. Questo a prescindere dall’opinione che daranno le Camere, da momento che non è vincolante. Anche l’incontro tra il sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla e i vertici Ania (l'Associazione delle imprese assicuratrici) non ha sciolto i nodi. Lo scoglio più grosso riguarda soprattutto la “portabilità” del contributo a carico datore di lavoro (che rappresenta un quota minoritaria del Tfr versato). Secondo il testo attuale della legge, infatti, il lavoratore che decida di portare il proprio Tfr in un fondo diverso da quello negoziale, non potrà trasferire la quota versata dal datore di lavoro, che continuerà invece a restare nel fondo negoziale. Eppure lunedì scorso lo stesso Brambilla, nel corso di un convegno a Trieste organizzato dal Mib School of Management, aveva dato aveva parlato di una bozza di compromesso, secondo la quale sarebbe garantita piena portabilità dei contributi, compresi quelli del datore di lavoro, trascorsi due anni di permanenza obbligatoria presso i fondi negoziali.
“Ho sempre sostenuto la necessità di garantire piena parificazione tra tutti gli strumenti previdenziali, ha dichiarato Brambilla, ma semplicemente non è stato possibile, vista l’opposizione di ben 23 sigle sindacali, sia di lavoratori che di datori di lavoro, pari al 95% di tutte le parti sociali. Il motivo è che tale contributo è previsto dai contratti collettivi, che secondo la stessa legge delega sulla previdenza avrebbero l’ultima parola sull’argomento, come ci hanno confermato autorevoli giuristi”. Stimolato poi sull’argomento dagli altri relatori, Brambilla ha accennato ad un problema dal quale rischiava non uscire, ma che richiama una delle questioni cruciali dell’attuale riforma previdenziale: “rischiamo di portare via il Tfr alle piccole e medie imprese e consegnarlo alla Generali Electric - si è lasciato sfuggire il vice ministro -. Dei 760 miliardi di risparmi raccolti in Italia la maggior parte finisce all’estero. Dovremmo fare come la Francia, che ha chiesto ai fondi negoziali di comprare titoli pubblici indicizzati francesi”.
Bnl dice no all’Opa Unipol Il Cda della Bnl ha bocciato all’unanimita’ l’Opa promossa dall'Unipol, perche’ il prezzo ‘’non e’ equo’’ e il piano industriale della compagnia ‘’non e’ condivisibile’’. La valutazione dei consiglieri e’ avvenuta sulla scorta dell'analisi svolta dagli advisor finanziari Mediobanca, JP Morgan e Rothschild. Unipol intanto annuncia di aver completato positivamente l’iter previsto dal Provvedimento ISVAP n. 2322 del 6 dicembre 2004 e di essere pertanto nelle condizioni di emettere un prestito obbligazionario subordinato per un importo massimo di 1,4 miliardi di euro. La compagnia bolognese ha anche fatto sapere di aver raggiunto accordi per cedere fino al 35% di Aurora
La civiltà del petrolio è al tramonto, dobbiamo ridurre i consumi
“Siamo in un periodo di transizione, tra pochi decenni la curva di produzione del petrolio sarà piatta e questo porterà a uno shock mondiale drammatico, se non ci prepariamo ad affrontare il problema almeno un decennio prima”. Non lo ha detto qualche ambientalista pessimista, ma James Schlesinger, Consulente del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali di Washington e della Lehman Brothers Inc, in un’intervista su Rai 2 a margine delle due giornate di studio “L'anima dell'impero. Gli orizzonti inquieti del petrolio tra apocalisse e sostenibilità” organizzate a Rimini dal Centro Pio Manzù. E’ andato più a fondo Colin Campbell, geologo ed esperto mondiale di petrolio: “per la prima volta ci troviamo di fronte ad una risorsa come il petrolio destinata a finire e non abbiamo un’alternativa all’altezza. Quindi dobbiamo andare verso una vita più semplice, dobbiamo accettare di cambiare il nostro stile di vita e non è detto che questo sia negativo, anzi. Abituarci a ridurre i nostri consumo, ad esempio a spostarci meno e con mezzi più puliti. Per diversi secoli molti profeti ci hanno detto di tornare ad una vita più semplice, ora è arrivato il momento di metterlo in pratica”.
R.C.
Acqua: Napoli e Firenze e privatizzano
I Comitati civici in difesa dell'acqua di Napoli, Caserta e province, in presidio presso l'Assemblea dell'ATO 2 tenutasi all'Hotel Oriente il 28 ottobre, registrano con indignazione che quanto chiesto dai cittadini, in mobilitazione da mesi per difendere il diritto ad un bene fondamentale quale l'acqua, è stato per l'ennesima volta ignorato. L'Assemblea dell'ATO2, con un accordo trasversale tra i poteri forti e le forze politiche di centro-sinistra e centro-destra, ha rinviato al 31 gennaio 2006 la chiusura del bando di gara che con la scelta dell'azienda sancirà il definitivo affidamento ai privati del Servizio Idrico Integrato.
“Gli amministratori, con Bassolino e la Iervolino in testa, hanno ignorato la voce dei cittadini” commentano dal Comitato Civico per l’Acqua. La privatizzazione dell'acqua, messa in atto con la delibera dell'ATO2 (comprendente 136 comuni di Napoli e Caserta) del 23 novembre 2004, costituisce l'ultimo e forse più grave attacco ai diritti fondamentali della popolazione. Questo regalo alle multinazionali rappresenta il modo per scaricare sui cittadini gli sprechi e le inefficienze portando precarietà ai lavoratori del settore e aumenti delle tariffe. I Comitati, pur valutando positivamente il cambiamento di posizione di molti sindaci espressisi per la gestione pubblica (in house) proprio grazie alla denuncia dei cittadini, ribadiscono il rifiuto di qualsiasi pratica dilatoria. Essi intensificheranno la loro mobilitazione affinché si affermi in modo esplicito il principio della non mercificazione dell'acqua con il ritiro della delibera del 23 novembre 2004 ed il conseguente annullamento della gara. “A questa arroganza ed insensibilità i Comitati rispondono con il rafforzamento della loro mobilitazione affinché sia fatta la scelta politica della gestione pubblica” precisano i Comitati Civici.
Un’allarme che arriva anche da Firenze dove è aumentata dal 3,6% all'8,6% la partecipazione della multinazionale Suez in Acea/Publiacqua, la società che gestisce l'acquedotto fiorentino. Per fare un po’ di storia, lo scorso 23 settembre i 50 sindaci dell’acquedotto, a cominciare dal Sindaco di Firenze Dominici senza interpellare in nessun modo il Consiglio Comunale, hanno deciso di far entrare la corporation ACEA s.p.a. in Publiacqua. Questa decisione ha tradito centinaia di migliaia di cittadini toscani che vedranno aumentarsi le tariffe dell'acqua; la società civile e i movimenti dei nostri territori, che hanno raccolto oltre 40.000 firme per la ripubblicizzazione dell'acqua e chiesto di conseguenza una moratoria per l'accesso di ACEA in Publiacqua.
Ora nel silenzio più assoluto la corporation francese Suez ha aumentato la sua partecipazione in Acea che è a sua volta azionista di rilievo in Publiacqua. I mercati finanziari hanno reagito molto bene facendo guadagnare in un sol colpo ad Acea il 5,52% in borsa.
Ecco che i Comuni toscani, con queste partecipazioni di Acea e Suez, continuano a sostenere la privatizzazione dei servizi essenziali locali nel Sud del Mondo, depauperando i territori delle loro risorse e gravando gli utenti di aumenti delle tariffe non programmati né pattuiti, come denunciato da Mani Tese e dalla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale sul caso in Honduras. Ma anche Vandana Shiva, l’intelettuale indiana promotrice della campagna "Gange is not for sale" (il Gange non è in vendita), contrasta il progetto di Suez che prevede una mega conduttura per portare acqua del Gange fino a Nuova Dheli. Racconta Vandana Shiva: "Si tratta di 635 milioni di litri d'acqua che quotidianamente Suez rivende all'Ente idrico statale. La prendono gratuitamente dall'Ente e gliela rivendono a dieci volte il prezzo pagato. [...] Così, ci rimettono i contadini, il settore pubblico dei servizi e soprattutto i consumatori; solo la Suez ci guadagna, e senza dover investire nulla. Oggi in India ogni famiglia spende circa il 25% del proprio reddito ogni giorno per l'acqua, nonostante ciò la disponibilità pro-capite è sempre più ridotta. [...] Credo davvero che la privatizzazione di servizi essenziali, come l'acqua e l'energia, non sia necessaria, sia uno spreco, non sia sostenibile e non possa basarsi che sulla corruzione e la frode."
Rete Lilliput, 29/10/2005
Niente tasse per la Bell di Gnutti
Prima del settembre 2001 il 25% di Olivetti – che a sua volta controllava Telecom Italia attraverso Tecnost - era proprietà di Bell Sa, un società lussemburghese controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti. A quella data la Bell Sa cedette il 22,58% di Olivetti a Olimpia e quella operazione - che consentì successivamente a Tronchetti Proverai di assumere il controllo di Telecom attraverso la stessa Olimpia – fruttò alla stessa Bell una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro. Una bella cifra, su cui tuttavia si aprì un’indagine della magistratura di Milano per omessa denuncia dei redditi per gli anni 2001 e 2002, che provocò secondo i giudici un mancato introito all’erario di 22,7 milioni di euro nel 2001 e di 680,7 milioni di euro nel 2002. Secondo il settimanale Plus del Sole 24 Ore, i pm Carlo Nocerino e Letizia Mannella starebbero per depositare le conclusioni di quell’inchiesta, con la richiesta al Gip di archiviare il procedimento. Il motivo: Bell aveva sede in Lussemburgo e si trattava di una sede effettiva, non solo creata per pagare meno imposte, ma dotata di una “stabile organizzazione” dotata di una vera a propria direzione. Il particolare è importante, dato che per la legislazione esistente – convenzione bilaterale Italia-Lussemburgo e commentario Ocse – in questi casi la società è sottoposta all’imposizione fiscale del luogo di residenza (il Lussemburgo), anche se l’attività è svolta in Italia.
R.C.
Finanziaria: Finmeccanica va da Letta e sbucano i soldi per le fregate Fremm
"Come volevasi dimostare: è bastata una visita dell'Ammistratore delegato di Finmeccanica Guarguarglini al Palazzo ed ecco che spunta fuori l'emendamento alla Finanziaria che trova i soldi - tolti a Comuni e Regioni - per finanziare le navi Fremm": così Giorgio Beretta della 'Campagna di pressione alle banche armate' commenta la notizia che la "riunione Governo-sindacati sulla questione delle navi Fremm, prevista per domani, è stata rinviata perchè un emendamento dell'Esecutivo alla finanziaria autorizza contributi quindicennali di 30 milioni di euro a partire dal 2006, di 30 milioni dal 2007 e di ulteriori 75 milioni euro a decorrere dal 2008". "Quando si dice che la politica dell'industria militare italiana si fa a porte chiuse nelle stanze dei Palazzi romani si intende proprio questo: una capatina di Guarguaglini dal sottosegretario Gianni Letta e voilà spuntano i soldi. Almeno il comparto armiero abbia la decenza di risparmiarci i soliti piagnistei sui "tagli", visto che - come documenta il SIPRI - l'Italia spende per la difesa 484 dollari pro-capite, di cui un terzo va all'industria, ben più di Germania (411 dollari) e Giappone (332 dollari)" - conclude Beretta.
Come riportato dalle agenzie di stampa, giovedi scorso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta aveva incontrato Pier Francesco Guarguaglini, presidente ed amministratore delegato della Finmeccanica a Palazzo Chigi. Oggi lo stesso Letta si è premurato di comunicare subito l'emendamento ai ministri della Difesa, delle Attività produttive, dell'Economia, all'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, alle segreterie nazionali e di Genova di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil e alla presidenza dell'associazione degli industriali di Genova. Nella lettera Letta scrive di ritenere ''praticamente risolto il problema per il quale era stata richiesta la convocazione'' domani a Palazzo Chigi che, dunque, è rinviata.
Con un emendamento alla Finanziaria, il governo autorizza così i finanziamenti per le fregate europee multimissione Fremm: si tratta di contributi quindicennali di 30 milioni di euro a partire dal 2006, di 30 milioni dal 2007 e di ulteriori 75 euro a decorrere dal 2008 per consentire la prosecuzione del programma di sviluppo ed acquisizione delle unità navali e delle relative dotazioni operative - riporta l'ANSA.
Così dopo il varo venerdi scorso del cacciatorpediniere lanciamissili
Una scelta che il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Giulio Fraticelli ha descritto come assurda. "Ma a chi dobbiamo fare la guerra? - commentava il generale Fraticelli al Corriere. "Si spende troppo per questi mezzi costosissimi. Al massimo serviranno per esibizioni e qualche crociera". Una fregata costa 300 milioni - notava Fraticelli e aggiungeva: "In tempi di vacche magre bisogna realisticamente decidere cosa ci possiamo permettere. Le autorità che vigilano sul bilancio dello Stato dovrebbero essere consapevoli di come vengono spesi i soldi ed esprimere il loro punto divista sulle priorità. Ci servono più di 100 aerei? Ci servono una portaerei e 10 fregate? Sono numeri che andavano bene per fronteggiare il Patto di Varsavia, non per lo scenario odierno. Non possiamo pensare di andare in giro per il mondo a fare la guerra a chissà quale Paese. Quello che ci viene chiesto dalla Nato e dalle Nazioni Unite è portare la pace. Avremo sempre più missioni da compiere. E servono uomini. Adesso ne mandiamo 200 in Sudan. Ci cominciamo ad affacciare in Africa, dove nei prossimi anni le operazioni di pace aumenteranno". E lo dice il capo di Stato Maggiore dell'Esercito!
Da Unimondo – http://unimondo.oneworld.net/
Il paese è fermo, le assicurazioni crescono a due cifre
Nei primi sei mesi del 2005 la raccolta premi complessiva del settore assicurativo si è attestata a 55.964 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto allo stesso periodo del 2004, dove i premi hanno registrato un +2,4%. Il contributo maggiore alla crescita è venuto dal comparti del ramo vita, dove i premi hanno toccato i 37.820 milioni di euro, in aumento del 19,2%, pari al 67,6% del totale. I rami danni, con una raccolta di 18.144 milioni (+2%), incidono per il restante 32,4%. Lo rivelano gli ultimi dati Isvap (l’Istituto di vigilanza sul settore) sull’andamento del mercato assicurativo. Nel vita la fetta più grossa (45% del totale) riguarda il ramo I (assicurazioni sulla durata della vita umana) che ha realizzato premi per 17.030 milioni (+10,5%), ma la crescita più sostenuta riguarda i prodotti di ramo III (assicurazioni ad alto contenuto finanziario), che hanno messo a segno un +22,8% a 13.546 milioni e, soprattutto, quelli di ramo V (prodotti a capitalizzazione), che con un incremento del 32,7% si attesta a 6.838 milioni di euro. Tra i prodotti di ramo III rientrano le cosiddette Unit Linked e Index Linked, polizze che investono direttamente in fondi comuni di investimento e, nel caso delle Index, sono agganciate agli indici di Borsa. Si tratta di veri e propri strumenti finanziari puri travestiti da polizze, anche se di assicurativo non hanno nulla, salvo il nome, così come i prodotti di ramo V. Negli anni scorsi le Unit e Index Linked hanno fatto perdere molti soldi ai risparmiatori, a causa dei ribassi delle Borse. Per rimediare le compagnie hanno emesso prodotti a rendimento garantito, per lo più inferiore al tasso di inflazione e con costi non indifferenti. Ora che le Borse risalgono molti risparmiatori sono tornati a investire in questi prodotti, anche se meno massicciamente di prima, attratti dalla promesse di agenti e promotori.
Va detto che nel periodo gennaio-settembre 2005 i procedimenti sanzionatori notificati dall’Isvap sono aumentati del 15,94% rispetto allo stesso periodo del 2004, raggiungendo il numero di 6.545. L’Istituto di Vigilanza è intervenuto su 146 prodotti vita, superando in numero l’intero 2004 (140). A seguito degli accertamenti condotti sono stati bloccati 7 prodotti, mentre per 57 è stata inibita l’ulteriore commercializzazione. In totale sono state effettuate 70 ispezioni, di cui 25 presso società, 12 presso centri di liquidazione sinistri e 33 presso intermediari, in linea, per numero e composizione, con quella dell’analogo periodo del 2004. Nel danni, l’Rc Auto copre il 52,1%, con una crescita dello 0,7%. Seguono gli altri comparti: Corpi di veicoli terresti (8,8%), Rc Generale (8%), Infortuni (7,8%). Ma guardando i bilanci semestrali delle compagnie colpisce soprattutto la crescita degli utili, che in alcuni casi raddoppiano o triplicano. Tutto questo mentre il paese è fermo. Il fatto si spiega in parte con la crescente capacità delle assicurazioni di valutare e selezionare i rischi che assumono, ovvero escludere i rischi maggiori e ridurre così i costi dei sinistri. Si assiste quindi al paradosso che mentre aumenta il livello di rischio in un mercato sempre più fragile e complesso, si riduce in proporzione la quota assicurata dai privati e si assiste, in molto paesi, al ritorno del pubblico (pensiamo al rischio terrorismo o catastrofi naturali). Altri fattori sono l’esternalizzazione dei costi in altri paesi (per le compagnie più grosse) e l’andamento positivo delle Borse. Finché dura.
R.C.
Gli hedge funds mettono in pericolo la stabilità dei mercati
I fondi speculativi possono mettere a rischio la stabilità dei mercati. Lo ha affermato il presidente del comitato per la sorveglianza bancaria della Banca centrale europea, Edgar Meister, secondo il quale gli hedge funds dovrebbero adottare un codice di autoregolamentazione. In occasione della presentazione del rapporto annuale sulla stabilità del settore bancario, Meister ha detto che l’aumento di hedge funds è alla base di una crescente competizione tra le banche, che vogliono ritagliarsi fette sempre più grosse del mercato dell’intermediazione.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Il Venezuela chiede il conto alle multinazionali del petrolio L'agenzia delle imposte del Venezuela ha deciso di imporre nuove tasse a quattro compagnie petrolifere private, con l'intenzione di estenderle a tutte le imprese di estrazione del greggio, inclusi i giganti Chevron e BP Plc. Nuove imposte per 240 milioni di dollari sono già state richieste all'italiana Eni Spa, Royal Dutch Shell PLC e U.S. firm Harvest Natural Resources Inc. Tutte e tre le società hanno contestato il provvedimento, anche se la Harvest ha pagato parte della somma. Sono circa 22 le società private che estraggono petrolio in Venezuela. Secondo il Senato tutte queste società avrebbero evaso circa 3 miliardi di dollari di imposte. Anche la Shell, la seconda compagnie europea, dovrebbe al governo circa 130 milioni di dollari. Nell’aprile scorso il governo di Hugo Chavez alzò la pressione fiscale sul settore dal 34 al 50%, con effetto retroattivo, in attesa della trasformazione di tali contratti – entro la fine dell’anno – in joint-venture con compagnia statale Pdvsa. Fonte: BusinessWeek on line, 17/10/2005
Fao: 60° anniversario tra le polemiche
“Le uniche cose che crescono al mondo sono la fame e la povertà”: lo ha dichiarato a Roma il presidente della Repubblica venezuelana Hugo Chávez durante la cerimonia per le celebrazioni del sessantesimo anniversario della fondazione dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao). “Il mondo è sotto l’egida del colonialismo globale” aveva detto poco prima il capo di Stato sudamericano, aggiungendo che “l’emancipazione dalla fame è un dovere, ma all’interno del modello economico che oggi domina il mondo è impossibile raggiungere questo obiettivo”. In tal senso, Chávez ha ricordato che la Fao non riesce ad avere 900 milioni di dollari l’anno per sostenere chi ha bisogno mentre ogni giorno i Paesi più sviluppati “dedicano all’agricoltura e al sostegno delle esportazioni 1.000 milioni di dollari”. Infine, Chávez ha puntato il dito accusatore contro gli Stati Uniti, definendoli “una vera minaccia per il pianeta”. In questo il capo di Stato di Caracas si è accomunato al collega dello Zimbabwe, Robert Mugabe, che Chávez ha salutato con enfasi, schierandosi al suo fianco: “Si demonizza il presidente dello Zimbabwe perché toglie le terre a chi non ne ha bisogno per darle a chi ne ha bisogno per vivere” ha detto il capo di Stato venezuelano, richiamando implicitamente le espropriazioni in corso in Venezuela e la nascita delle cooperative agricole come soluzione ai problemi di soddisfacimento del fabbisogno alimentare interno e del problema della disoccupazione. In attesa di essere chiamato sul palco dell’Onu a tenere il suo discorso, Mugabe ha espresso alla stampa internazionale riunita a Roma il suo dissenso per le polemiche suscitate da Washington e Londra per la sua presenza al vertice della Fao. “Lo Zimbabwe è membro dell’Onu e ha tutte le ragioni di partecipare a questa iniziativa” si è difeso il presidente africano, aggiungendo che “ogni Paese ha il diritto di decidere secondo il volere della sua gente. Ma sono le voci di Bush e Blair a voler decidere oggi chi deve governare nello Zimbabwe, in Iran, in Venezuela o in altre parti del mondo. Io dico, per quanto piccolo sia il mio Paese, con soli 14 milioni di persone, che a loro non è permesso di decidere per la mia gente” ha concluso polemicamente Mugabe.[LL]
Fonte: Misna