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Al via la “riforma dello zucchero” dell’UE
Via libera dai ministri agricoli europei alla “riforma dello zucchero”, dopo diverse ipotesi di accordo mai andate in porto e una causa inoltrata alla WTO (l’organizzazione mondiale del commercio) da Australia, Brasile e Tailandia. Il regime di sostegno allo zucchero, adottato dalla Comunità Europea a partire dal 1968, si basa su un prezzo garantito agli agricoltori molto alto ed è caratterizzato dalla presenza di quote di produzione, di sussidi all’esportazione e di dazi doganali per bloccare le importazioni. All’interno delle quote stabilite, il prodotto può essere venduto sia sul mercato interno che internazionale e beneficia del sostanzioso sostegno economico elargito nell’ambito della PAC (la politica agricola comune). Normalmente però la produzione supera tali quote, in tal caso l’eccedenza deve essere necessariamente esportata e per questo beneficia di sussidi all’esportazione, in modo da non minacciare il prezzo interno all’UE: in pratica l’UE paga la differenza fra il prezzo di mercato e quello europeo. Questo consente all’Europa di vendere sul mercato internazionale a prezzi molto bassi senza rispettare le regole di mercato e tagliando fuori molti produttori dei paesi in via di sviluppo, che non riescono a reggere tale concorrenza.
Va detto che l’UE garantisce un canale preferenziale per lo zucchero di canna importato dai paesi ACP e dall’India (circa 1,3 milioni di tonnellate), sul quale non si applica alcun dazio. L’accusa di Brasile, Australia e Tailandia è, tra l’altro, di sovvenzionare “in nero” una quantità di zucchero bianco equivalente a quella grezza importata dai paesi ACP, che verrebbe raffinata a riesportata con i sussidi, ma senza dichiararla tra le quote ammesse dal Wto.
La riforma approvata taglia del 36% del prezzo garantito, da attuarsi in quattro anni a partire dalla stagione agricola 2006/2007. Gli agricoltori saranno compensati per un importo pari a circa il 64,2% dei tagli attraverso gli ormai usuali pagamenti diretti disaccoppiati (i sussidi interni che l’UE eroga in proporzione alla superficie occupata). E’ anche previsto un piano di finanziamenti di 7,5 milioni di euro a favore della ristrutturazione del settore. Questa riforma consentirà all’Unione Europea di presentarsi al prossimo vertice WTO di Hong Kong con una
In realtà per i paesi poveri non cambierà granché, dal momento che anche i sussidi interni si sono dimostrati dannosi per i produttori stranieri, oltre che per i piccoli agricoltori europei. L’accordo prevede addirittura che nel caso in cui le importazioni da un paese aumenti di più del 25% ci sia un blocco dell’import. Siamo ancora molto lontani, quindi, da un pieno accesso ai mercati europei da parte del cosiddetto sud del mondo. (Fonte: Roberto Meregalli, Una riforma per Hong Kong, su www.tradewatch.it)
La Sace: l’export italiano crescerà nei prossimi quattro anni L’export italiano è in ripresa e crescerà nei prossimi quattro anni. Ad affermarlo è uno studio condotto dall’Oxford Economic Forecasting in collaborazione con Sace, la società italiana di assicurazione del credito all’esportazione, che conferma un aumento del 5,8% delle esportazioni di beni nel 2005 e un incremento medio del 7,7% negli anni 2006-2009. Più contenuta la crescita dei servizi, che si attesterà al 3,6% nei prossimi 4 anni. A sostenere l’export italiano saranno principalmente due fattori: la ripresa economica dei paesi europei e la crescita dei mercati interni in paesi come India, Cina, Russia, Turchia e le cosiddette “tigri asiatiche”, che continueranno ad acquistare beni di investimento e di consumo a ritmi sostenuti. Lo studio evidenzia quindi un progessivo riposizionamento geografico verso i paesi cosiddetti emergenti e la necessità di investire maggiormente nella produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, per sostenere la competizione internazionale.
Controllo congiunto di Isvap e Bankitalia per sette “conglomerati finanziari”
Banca Carige, Intesa, Mediolanum, Monte dei Paschi, Sanpaolo Imi, Unicredito e Unipol. Sono queste le società che verranno sottoposte al controllo congiunto di Isvap (l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni) e Banca d’Italia, in quanto considerati “conglomerati finanziari” a metà strada tra compagnia di assicurazione e banca. Le due Authority hanno sottoscritto il primo accordo di coordinamento, in linea con i principi della direttiva comunitaria 87 del 2002. Il documento è stato poi inviato alla Consob, che dovrebbe decidere a breve l’adesione. La principale novità per il mercato è l’eliminazione del doppio computo del capitale reciprocamente investito all’interno dei gruppi, per soddisfare i requisiti patrimoniali delle unità del gruppo. La direttiva stabilisce inoltre che l’authority prevalente in relazione all’attività del gruppo (per esempio l’Isvap per Unipol) dovrà coordinare l’attività insieme alle altre istituzioni coinvolte.
Il Parlamento nicaraguese approva la ricetta del Fondo Monetario Internazionale
Dopo quasi cinque ore di dibattito, mozioni e fitte trattative tra i deputati, la Asemblea Nacional nicaraguense ha approvato il progetto di Bilancio della Repubblica presentato dal Governo (49 voti a favore e 39 contro), che adempie ancora una volta al volere del Fondo Monetario Internazionale (vd notizia di venerdì 11 novembre) il quale vietava qualsiasi aumento salariale (se non minimo) e prescriveva un tetto alla Spesa Pubblica fissato unilateralmente. Con 47 voti contro e solo 42 a favore è stato quindi respinto il progetto presentato dal Frente Sandinista, che prevedeva sostanziosi aumenti ai settori della sanità (circa 400 milioni di cordobas che avrebbero permesso un aumento dei salari di circa il 40 per cento e l'acquisto di medicine per gli ospedali e i Centro de Salud), ai maestri per rispettare gli accordi firmati dal Governo lo scorso mese di marzo, al settore giudiziario e universitario (per rispettare il limite del 4 e del 6 per cento rispettivamente, garantito dalla Costituzione). Le Federazioni dei medici e dei lavoratori della Sanità hanno già annunciato che continueranno lo sciopero generale, che è ormai arrivato al suo quindicesimo giorno, i maestri intendono impedire l'inizio del prossimo anno scolastico e il settore giudiziario minaccia il blocco di qualsiasi attività nei tribunali. (Fonte:
Immobili e guerra alimentano la crescita Usa
Interessante l’analisi di Francesco Arcucci su Affari&Finanza del 21 novembre. Arcucci ripercorre gli ultimi cinque anni dell’economia americana e mondiale, dalla depressione del biennio 2001/2002 all’attuale ripresa. La depressione era dovuta ad un eccesso di offerta, dopo la superproduzione degli anni 90 ad opera di paesi emergenti come Cina e India. Quindi le imprese cominciarono a ridurre gli investimenti e le famiglie i propri consumi, mentre la borsa crollò. A questo punto la banca centrale americana abbassò drasticamente i tassi di interessa, dal 6% all’1%, per stimolare consumi e investimenti. Il basso costo del denaro infatti incrementò il ricorso al credito da parte di privati e imprese, ma anche l’acquisto di case creando una vera a propria bolla immobiliare, con i prezzi delle case alle stelle. L’alto valore degli immobili, d’altra parte, garantì prestiti consistenti da parte delle banche. Ma a salvare l’economia americana fu anche la guerra in Irak, che fece crescere la spesa pubblica per centinaia di miliardi di dollari ridando fiato alla borsa. Sembra un paradosso, dice Arcucci, ma tuttora gli operatori di borsa temono più di ogni altra cosa due eventi: la diminuzione del prezzo degli immobili (con effetti pesanti per le famiglie, che dovrebbero ridurre il ricorso al credito) e la fine della guerra. Due eventualità che potrebbero riportare l’economia americana ad una recessione ben più grave di quella del 2001.
Luigi Zunino vende a Danilo Coppola l’ex area Falk
L’immobiliarista Luigi Zunino ha venduto all’amico e collega Danilo Coppola parte della storica (ex) area Falk di Sesto San Giovanni, ai confini con Milano. L’accordo tra il Gruppo Risanamento (Zunino) e il Gruppo Coppola prevede la cessione dei diritti edificatori su 150.000 metri quadri per l’edilizia residenziale e 30.000 mq destinati al settore terziario e commerciale, per un controvalore di 490 milioni di euro. L’investimento comprende la realizzazione di 2.000 appartamenti a box auto, del centro commerciale (un altro!), di un albergo e di uffici, su progetto dell’architetto Renzo Piano. Il valore di vendita è stimato intorno ai 780 milioni di euro. (fonte: Il Diario del Nord Milano, 08/11/2005)
Slitta di due anni la riforma del Tfr
Alla fine il Consiglio dei Ministri ha trovato l’accordo. Un accordo all’italiana, ovvero il rinvio, durante il quale le norme potranno nuovamente cambiare. La riforma del Tfr slitterà al 2008. O meglio, i lavoratori delle imprese private con più di venti dipendenti (circa 7,5 milioni) avranno tempo fino al primo gennaio 2008 per decidere dove investire il proprio Tfr, mentre i 5 milioni di lavoratori delle imprese più piccole fino al primo gennaio 2009. Questa è sostanzialmente l’unica novità rispetto al testo originario. Nel caso in cui il lavoratore non indichi alcuna scelta (il cosiddetto silenzio-assenso) entro sei mesi dall'entrata in vigore del provvedimento (quindi il primo luglio 2008 e il primo luglio 2009) il suo Tfr andrà al fondo pensione previsto dagli accordi collettivi (fondo chiuso) oppure a quello aperto scelto da azienda e lavoratori. Se invece non esistono accordi la liquidazione andrà al fondo cui aderirà il maggior numero di dipendenti dell'azienda e, negli altri casi, a un fondo gestito dall'Inps. I soldi raccolti dal fondo, tuttavia, dovranno poi essere investiti, acquistando strumenti finanziari più o meno rischiosi: in caso di mancata scelta del lavoratore, prevale la linea di investimento più prudenziale.
Per quanto riguarda il contributo del datore di lavoro resta pressoché invariato il testo precedente, secondo il quale tale contributo deve restare al fondo negoziale. E’ previsto il trasferimento in fondi aperti solo se questi sono previsti da accordi collettivi, mentre è escluso il conferimento alle polizze individuali. Soddisfatta la Confindustria, le cui imprese associate potranno utilizzare il Tfr per altri due anni, insoddisfatto il sindacato, che non potrà gestire da subito il Tfr dei lavoratori, attraverso i fondi negoziali e perplesse le assicurazioni, che sperano tuttavia in questi due anni di poter modificare il testo a favore di fondi aperti e polizze individuali. Anche se il capo economista della Cgil Beniamino Lapadula ha affermato che il rinvio al 2008 “varrebbe solo per il silenzio assenso e non per le assicurazioni, che potrebbero mettere subito sul mercato polizze in cui collocare le liquidazioni”. Immediata le reazione del Ministro Maroni, che ha annunciato di voler querelare il sindacalista per diffamazione.
R.C.
La finanziaria ci interessa? Sbilanciamoci!
LILLIPUT studenti bocconi vi invita all'incontro: "LA FINANZIARIA CI INTERESSA? SBILANCIAMOCI!" GIOVEDì 24 NOVEMBRE ore 18 aula P01 (sopra la mensa universitaria), c/o Pensionato Bocconi via Bocconi, 12 - Milano. Intervengono: Angelo Marano, Università della Tuscia; Giulio Marcon, portavoce campagna "Sbilanciamoci!"; Alessandro Santoro, univ.Milano-Bicocca
La finanziaria continua ad essere un provvedimento importante per la politica economica, sociale ed ambientale del nostro paese. Dietro le decine di articoli e le centinaia di commi del testo - spesso oscuri ed enigmatici - si nascondono scelte importanti per il paese che hanno un impatto concreto sulla vita quotidiana dei cittadini... In occasione dell'iniziativa sarà presentato il rapporto di analisi della Finanziaria redatto dalla campagna SBILANCIAMOCI! http://www.sbilanciamoci.org/
Profitti d’oro per le banche, a scapito dei clienti
Al 30 settembre 2005 le prime 10 banche italiane hanno guadagnato 8,6 miliardi di euro al netto delle imposte, il 56% in più rispetto al 2004. Com’è possibile fare profitti così alti in un paese che non cresce? Ci sono diverse spiegazioni. La prima è che a pagare sono i clienti. Secondo uno studio 2005 di Capgemini sui costi dei servizi bancari, il costo medio di un conto corrente in Italia è di 252 euro contro i 130 euro della media europea e, secondo l’Istat, dal '98 al 2004 l'aumento dei prezzi dell'indice bancario è stato del 48% contro il +17% dell'indice generale. Poi ci sono i mutui ipotecari e il forte aumento del credito al consumo da parte di famiglie e individui che non riescono più a sostenere i propri acquisti “pronta cassa”: due aree su cui le banche incassano sostanziose commissioni, senza contare i servizi accessori. Infine hanno inciso le entrate derivanti dai servizi prestati alle aziende e il taglio ai costi di gestione operato da molti istituti di credito. (fonte: La Repubblica on line, 20/11/2005).
Benetton entra negli aeroporti romani e restituisce lo 0,8% delle terre ai Mapuche
Edizione Holding della famiglia Benetton e Clessidra Sgr, la società di gestione che possiede il fondo di private equity Clessidra, sono entrati ufficialmente nel capitale di Miotir, che a sua volta controlla il 15,4% di Gemina, titolare della maggioranza degli aeroporti di Roma (e altre quote di minoranza in Impresilo e Rcs). (private equity: è l’attività di chi investe per professione nel capitale di rischio di società che presentano prospettive di sviluppo).
Edizione Holding e Clessidra avranno ciascuno il 32,5% del capitale di Miotir, mentre Romiti – che prima possedeva il 100% - scenderà al 35%. L’operazione avverrà attraverso un aumento di capitale, probabilmente con la partecipazione di Capitalia, che potrebbe diventare azionista della nuova società. Miotir inoltre crescerà fino al 22% nel controllo di Gemina, acquistando il 7% in mano a Pirelli, Pesenti ed Edison. Benetton aggiunge così un altro importante tassello al proprio impero finanziario, che si estende ora anche agli aeroporti romani.
Tra i tanti possedimenti della famiglia di Ponzano Veneto c’è anche un appezzamento di circa 900.000 ettari in Patagonia. E’ uno dei tanti territori strappati in passato alla popolazione indigena dei Mapuche, che non disponendo di un titolo legale sulla terra sono stati progressivamente confinati in zone sempre più ristrette. La novità è che dal prossimo gennaio la Benetton restituirà 7.500 ettari di questo territorio alla popolazione Mapuche. La transazione passerà attraverso il governo della provincia di Chubut, che poi ridistribuirà l'appezzamento alle comunità. Si tratta di una prima "vittoria" dei Mapuche con la famiglia Benetton, in una lotta che prosegue da quando nel 1991 Edizione Holding acquistò qual territorio da Compañia de Tierras sud Argentino (per
Roberto Cuda
da: Appunti Finanziari, 20/08/2005
Benetton svetta a Piazza Affari
E’ la famiglia Benetton la più ricca di Piazza Affari. Nella classifica pubblicata il 13 agosto scorso da Milano Finanza i quattro fratelli Benetton appaiono al primo posto con 7,52 miliardi di partecipazioni azionarie in società quotate, sottraendo così lo scettro a Silvio Berlusconi, che dopo la vendita del 17% di Mediaset è slittato al secondo posto. Benetton – che ha chiuso il 2004 con ricavi consolidati pari a 1.686 milioni di euro (1.859 milioni nel 2003) e utili netti in crescita a 123 milioni di euro (108 milioni nel 2003) - detiene partecipazioni in Autogrill, Autostrade, Benetton Group, Caltagirone Editore, Pirelli & C., Telecom Italia.
Il 30% della società Autostrade fu acquistato nel 1999, nell’ambito del vasto piano di privatizzazioni lanciato dallo Stato per ridurre il debito pubblico. Tre anni prima Benetton comprò dall’Iri anche Autogrill, che insieme ad Autostrade configurava une vera a propria concentrazione, tanto che l’Antitrust impose alla famiglia di affidare la ristorazione nelle aree autostradali di sosta attraverso una normale procedura di gara. Le gare furono fatte ma secondo l'Antitrust in modo non conforme alle regole e questo comportò una multa da 15 milioni e 800mila euro a carico della proprietà. Per acquistare Autostrade Benetton si servì della controllata Schemaventotto, rastrellando il 70% del capitale azionario della società con soldi prestati dalla banche attraverso un'offerta pubblica di acquisto (Opa). Poi l'indebitamento (7 miliardi di euro in totale) di Schemaventotto fu girato direttamente ad Autostrade Spa, che tuttora restituisce il debito alle banche grazie al flusso dei pedaggi pagati dagli automobilisti. Si tratta di un’entrata sicura, che negli ultimi anni ha garantito una seri di extraprofitti a Benetton. Trattandosi di un servizio pubblico, tuttavia, la legge stabilisce dei limiti ai profitti della società concessionaria. A decidere se Autostrade sta guadagnando troppo dai pedaggi è anzitutto il Nars, un nucleo di valutazione tecnica di stanza presso il Ministero dell'economia. Alcuni esperti sostengono che nei primi cinque anni della gestione Benetton gli extraprofitti ci sono stati eccome, tanto che lo stesso Ministro dell’Economia Giulio Tremonti si rifiutò di firmare al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) l'aumento richiesto. Ma il rifiuto del Ministro, così come i pareri delle stesse autorità di vigilanza furono scavalcate dall’approvazione di un decreto conforme agli interessi della famiglia Benetton, con l’atteggiamento compiacente dell’Anas e della Corte dei Conti (vd Report “Vivere di rendita”, trasmissione del 1 ottobre 2004 – sezione Documenti).
I pedaggi autostradali dovrebbero servire a finanziare il servizio, cioè la manutenzione del manto stradale e gli altri investimenti necessari, anziché a ripagare i debiti di Benetton. In realtà i costi di costruzione delle autostrade sono già stati ammortizzati da tempo e, dunque, l’automobilista paga in anticipo gli investimenti a venire. Ma quali? La società Autostrade si era impegnata ad eseguire una serie di lavori tra il 1997 e il 2003, tra cui il nuovo tracciato appenninico tra Bologna e Firenze, ma alla fine del 2004 erano aperti solo alcuni cantieri. Come spiegò l’anno scorso il senatore
L’altra faccia dell’azienda
Nonostante le accuse di alcuni organismi impegnati a difesa dei diritti umani, l’immagine del gruppo trevigiano non è mai stata veramente intaccata, complice una massiccia campagna pubblicitaria che ha fatto di Benetton il simbolo della responsabilità sociale. Come la campagna promozionale del 2003 a sostegno del Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite, che provocò una levata di scudi di una parte dell’associazionismo e del mondo pacifista. Così scriveva
Nello febbraio dello stesso anno venne alla luce il coinvolgimento del gruppo nella guerra del Golfo. Così si leggeva su La Repubblica di giovedì 27 febbraio 2003, p. 9: “Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il caso ‘Strada Gigante’: una nave italiana che sta trasportando verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani - è che la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine storicamente pacifista. ‘Stradablu’, la compagnia armatrice che possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro ‘21 Investimenti’ una partecipazione in ‘Stradablu’ minoritaria e ‘finanziaria’, senza coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della ‘21 Investimenti’ con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi”. In realtà la società finanziaria 21 Investimenti gestisce un fondo (il Fondo Giada) che detiene il 28% (non il 44% come sembrava in un primo momento) di StradaBlu, società che ha armato la nave in questione. I Benetton hanno precisato che si trattava solo di ospedali da campo (Altreconomia, aprile 2003).
Ma le contestazioni della società civile non hanno mai preoccupato molto l’azienda di Ponzano Veneto, che per tutelare i propri affari non ha esitato a entrare in conflitto con la più antica e gloriosa comunità indigena argentina, quella dei Mapuche. Nel 1991 il gruppo acquistò 900 mila ettari di terreno in Patagonia acquisendo tutte le proprietà della Compañía de Tierras del Sud Argentino SA. Il territorio, come altri in quella zona, era un tempo abitato dai Mapuche, ora confinati in una striscia di terra sovraffollata chiamata Reserva de la Compania. Nell’agosto 2002 una famiglia Mapuche - i coniugi Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir e i loro quattro figli – decisero di chiedere all'Istituto autarchico di colonizzazione un terreno da coltivare, per riuscire a sbarcare il lunario dopo che la ditta della moglie chiuse i battenti. Venne loro indicato il lotto di Santa Rosa, che si presumeva demaniale e inutilizzato. In realtà apparteneva alla famiglia Benetton, che nell’ottobre 2003 inviò 15 agenti ad effettuare lo sgombero, sequestrare gli attrezzi e demolire l’abitazione. Ne è nato un caso giudiziario e politico al tempo stesso, che dura tuttora e vede contrapposti, come avviene da secoli, il diritto delle popolazioni indigene a vivere nelle loro terre e gli interessi dei nuovi proprietari-colonizzatori (I particolari della vicenda nell’articolo “Benetton contro i Mapuche”, L’Espresso on line, 10/2004 – nella sezione Documenti).
R.C.