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giovedì, 30 marzo 2006

Al via [fair]watch, blog indipendente con un occhio alle imprese

Roma, 29 marzo - Lo sapevate che la Commissione Europea sulla responsabilità sociale ha approvato una nuova Alleanza per imprese competitive e responsabili, senza vincoli di obiettivi precisi, tagliando fuori dalla decisione sindacati e ong? Questo mentre negli stessi giorni alcune imprese assicurative europee sono state scoperte aver investito i soldi dei loro risparmiatori in imprese che producono fosforo bianco, lo stesso che ha fatto strage di migliaia di iracheni? E che invece, con una spesa pro-capite di 6,75 euro all’anno, gli svizzeri sono in testa alla classifica europea di consumo di prodotti equosolidali?

Queste sono alcune delle notizie che potrete trovare su [fair]watch (www.faircoop.it/fairwatch.htm) il nuovo progetto di comunicazione, info rmazione, approfondimento sui temi della responsabilità sociale, economie solidali, ambiente e diritti che verrà lanciato da [fair], la rete di consulenti, formatori e comunicatori per un’economia solidale (www.faircoop.it) a TERRA FUTURA, mostra-convegno delle pratiche di sostenibilità che si terrà a Firenze dal 31 marzo al 2 aprile prossimi.

[fair]watch è un blog indipendente di professionisti ed esperti di diversi settori che, in continuità ed in collegamento con il più famoso Tradewatch, vuole aprire una finestra sui temi controversi dell’economia e dello sviluppo, dando notizia di progetti, esperienze, denunce. E ogni settimana un editoriale metterà il dito su un tema controverso. [fair]watch potrà essere uno strumento utile per le campagne della società civile, per le organizzazioni, per i media e per i semplici cittadini, dove trovare ed approfondire temi e contenuti che difficilmente possono trovare spazio nell’ info rmazione mainstream, ma che sono il meglio della rete e dell’attività dei movimenti.

Postato da: robycuda a 23:04 | link | commenti
appuntamenti

Appello alle banche del Belgio: basta fare affari in Birmania. Coinvolti KBC, Dexia, Fortis, ING e AXA

L’organizzazione birmana Burmese Democrats ha chiesto alle banche del Belgio di non investire nelle aziende che operano in Birmania. Tali investimenti finiscono di fatto per sostenere il regime militare, noto per le sue crudeli e sistematiche violazioni dei diritti umani. Un recente rapporto di Netwerk Vlaanderen rivela dei lagami tra i cinque maggiori gruppi finanziari del Belgio - KBC, Dexia, Fortis, ING e AXA - e le società che operano in Birmania. Successivamente la KBC ha deciso di escludere la Total (presente da tempo in Birmania) dal proprio portafoglio. In Belgio la campagna ‘Municipalities for Burma’ – promossa da Actions Birmanie, Réseau Financement Alternatif e Netwerk Vlaanderen –chiede a tutte le municpalità di sostenere l’attività di Burmese democrats e fare pressione sulle proprie banche disinvestano dalla Birmania. (Fonte: Municipalities for Burma, BankTrack)

Postato da: robycuda a 11:50 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi

I fondi pensione frenano i tassi di interesse

Nonostante le manovre delle banche centrali, i tassi di mercato a lungo termine continuano ad essere piuttosto bassi. Una delle principali cause potrebbe essere il ruolo giocato dai fondi pensione nel Paesi Ocse, che sono diventati dei veri e propri colossi finanziari e continuano ad acquistare titoli obbligazionari pubblici a privati, contribuendo a contenerne i tassi di interesse. Nel 2004 il totale delle attività dei fondi pensione ammontava a circa 16.000 miliardi di dollari, pari all’84% del Pil dell’intera area, percentuale che in alcuni paesi (Islanda, Svizzera, Olanda, Usa) si avvicina o supera il 100% del Pil. (Fonte: Mps Finance)

Postato da: robycuda a 11:29 | link | commenti
economia internazionale

Dalla liberalizzazione nel tessile non hanno beneficiato i consumatori

L’abolizione delle quote di importazione nel tessile scattata il primo gennaio dello scorso anno e l’invasione di manufatti cinesi a basso costo ha bruciato migliaia di posti di lavoro in tutta Europa, soprattutto in Italia. Ma, si dirà, almeno avrà contribuito ad abbassare i prezzi su capi di largo consumo come maglioni, camice, magliette e calzature, come prevedono da sempre le teorie ortodosse del libero mercato. Invece no. I prezzi dell’abbigliamento nell’ultimo anno in Italia sono costantemente aumentati, a differenza di paesi come la Gran Bretagna (-40% negli ultimi 8 anni) e la Germania (il leggera discesa). Il differenziale di prezzo derivante dai bassi costi di produzione, in altre parole, è stato incassato dai diversi anelli della distribuzione commerciale. (Fonte: Ref, Eurostat)

Postato da: robycuda a 11:20 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

martedì, 28 marzo 2006

Bot dei poveri e bot dei ricchi

Di seguito l’articolo di Francesco Gavazzi apparso sul Corriere della Sera di ieri, che chiarisce bene la questione della tassazione dei Bot sventolata dal centrodestra.

La realtà e la propaganda sul fisco. Bot dei poveri e bot dei ricchi

di Francesco Giavazzi

Una modifica del modo in cui sono tassati i rendimenti di azioni e obbligazioni è senza dubbio opportuna. D’altronde lo stesso Berlusconi aveva chiesto al Parlamento una delega (legge n. 80 del 2003) per «armonizzare l’imposizione su tutti i redditi di natura finanziaria». L’attuale regime fiscale infatti favorisce i ricchi a scapito dei poveri e chi possiede per lo più titoli di Stato, rispetto alle imprese. Il 10% più ricco delle famiglie possiede il 40% di tutte le attività finanziarie; il 10% più povero l’1,2%. Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l’aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono, pagano solo il 12,5%.

Quest’aliquota favorisce i titoli di Stato anche rispetto al reddito d’impresa che paga il 36% senza contare l’Irap. L’aliquota del 12,5% si applica anche alle stock options che in molte società costituiscono una quota sempre più rilevante del compenso dei dirigenti. Una banca che ha troppi dipendenti, ad esempio, fa benissimo a retribuire il suo capo del personale con stock options milionarie: se costui riesce a ridurre il numero dei dipendenti, le azioni della banca saliranno, e nulla funziona meglio di questi incentivi. Ciò che è iniquo è che il dipendente prepensionato paghi, sulla sua pensione, il 23%, mentre il dirigente che lo ha mandato a casa solo il 12,5%. La modifica del regime fiscale dovrebbe riguardare tutti i titoli, non solo quelli di nuova emissione.

Titoli identici ma con diversa tassazione segmenterebbero il mercato e ne ridurrebbero la liquidità, che è un fattore cruciale per la trasparenza dei prezzi. L’aumento dell’imposta sui titoli di Stato già posseduti ne ridurrebbe i rendimenti, ma non il prezzo: cioè una famiglia che possiede un Btp (direttamente o attraverso un fondo comune di investimento) riceverebbe una cedola un po’ più bassa, ma il valore di mercato del titolo non cambierebbe. Infatti la gran parte dei titoli pubblici è detenuta da investitori istituzionali che non pagano la ritenuta: sono costoro a determinare i prezzi. Certo, la famiglia vedrebbe decurtate le sue cedole, una perdita in parte compensata dalla riduzione del prelievo sui conti correnti bancari.

Maria Cecilia Guerra (Il Sole 24 Ore, 24 marzo) ha calcolato l’effetto di un’aliquota unica al 20% per famiglie con diversi redditi netti. Una famiglia con un reddito netto di 20 mila euro l’anno subirebbe una perdita (minori interessi sui titoli, in parte compensati dal minor prelievo sui depositi) di 25 euro l’anno circa; l’effetto per una famiglia con un reddito netto di 79 mila euro è di 456 euro l’anno. I risparmiatori non devono quindi temere una modifica del regime di tassazione: gli effetti sul reddito sono modesti e quelli sul valore dei titoli di Stato pressoché nulli. Se mai dovremmo temere gli effetti — questi sì equivalenti a una patrimoniale — di un governo che non fosse capace di fermare la crescita del debito pubblico. I mercati e le agenzie di rating hanno dichiarato una tregua sino a giugno, quando il nuovo governo presenterà il suo primo Documento di programmazione economica (Dpef). Se non fosse convincente, il premio al rischio sui titoli italiani salirebbe, cioè il loro prezzo di mercato scenderebbe. Chi ci può far pagare una patrimoniale è un governo che non riuscisse a fermare la crescita del debito, non un governo che rendesse meno inique le aliquote. (Corriere della Sera, 27/03/2006)

Postato da: robycuda a 15:14 | link | commenti
economia italiana

domenica, 26 marzo 2006

Accordo di Kyoto solo a parole, nessuno rinuncia al business

Secondo l’accordo di Kyoto il nostro Paese dovrà ridurre del 6,5% le emissioni di gas serra entro il 2012, rispetto ai valori del 1990. Nel 2004 tuttavia le emissioni erano già aumentate del 13% negli ultimi 14 anni. Non tutti sanno inoltre che il Protocollo di Kyoto si colloca all’interno del “Terzo Rapporto sul clima del panel intergovernativo sui cambiamentio climatici”, che richiede una riduzione non inferiore al 50% entro il 2040-2060 a livello globale, sempre che vogliamo mantenere l’atmosfera del pianeta in una condizione di sicurezza ed evitare il suicidio collettivo. Un obiettivo che si scontra decisamente con il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, dal titolo evocativo “Business as usual”, che prevede invece una crescita della domanda globale di energia del 50% nei prossimi 25 anni, attraverso l’uso di combustibili fossili e tecnologie tradizionali, che determinerà un aumento complessivo delle emissioni del 60% e una concentrazione di CO2 che metterà seriamente in pericolo l’equilibrio climatico. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 14/03/2006)

Postato da: robycuda a 21:51 | link | commenti (1)
economia internazionale

sabato, 25 marzo 2006

L’Argentina rinazionalizza l’acqua di Buenos Aires

Roma, 23 marzo 2006 – Il governo argentino ha ufficialmente deciso di nazionalizzare nuovamente l’azienda idrica di Buenos Aires, ponendo quindi termine al contratto di concessione precedentemente esistente con le compagnie europee Suez e Aguas Barcelona. Val la pena ricordare che nel 1995 l’Aguas Argentinas, il consorzio costituito dalle due società, aveva ricevuto un nostegno finanziario di 70 milioni di euro dalla Banca europea per gli investimenti. Tuttavia il consorzio non è riuscito a garantire i necessari investimenti per approntare le misure atte alla dimunizione dell’alto livello di nitrato presente nell’acqua corrente di Buenos Aires. Un problema di lunga data, quello del nitrato, e che ha causato danni alla salute di numerose persone. Nonostante un operato come visto discutibile, il consorzio ha imposto un aumento delle tariffe sui consumi idrici (al punto che la Suez ha citato in giudizio per 1,4 miliardi di dollari il governo argentino, che non avrebbe permesso l’innalzamento delle tariffe). Ora l’esecutivo del Paese sudamericano ha deciso di revocare il contratto, dalla validità trentennale, creando al posto del consorzio la compagnia statale Aguas y Saneamiento Argentino. (Fonte: Crbm, 23/03/2006)

Postato da: robycuda a 18:06 | link | commenti
economia internazionale

La liberalizzazione del commercio non ha creato sviluppo, uno studio commissionato dalla Banca Mondiale

I miliardi di dollari che la Banca mondiale ha dispensato ai Paesi poveri per promuovere il loro commercio e l'integrazione nell'economia mondiale non hanno raggiunto il loro obiettivo. Infatti, a fronte degli ingenti danni derivanti dalla liberalizzazione commerciale e dall'afflusso incontrollato di importazioni, non si è registrato un proporzionale aumento delle esportazioni. È quanto afferma un rapporto commissionato dalla stessa Banca a un gruppo di studio indipendente (IEG – Indipendent Evaluation Group). Questa politica di aiuti condizionati a riforme economiche che prevedevano, tra gli atri, la liberalizzazione commerciale ha fallito. Per questo motivo i negoziati commerciali della Wto, che vedono i Paesi ricchi premere per un ulteriore abbassamento delle tariffe dei Paesi in via di sviluppo, rischiano di confermare e accentuare il trend negativo registrato dallo studio. A dire la verità, è ormai da vari anni che le organizzazioni della società civile denunciano l'assenza di una relazione positiva tra liberalizzazione commerciale e crescita economica. Anche l'ambiente accademico, di cui è composto il gruppo di valutazione indipendente della Banca mondiale, negli ultimi anni sta ponendo forti interrogativi sull'assioma liberalizzazione uguale sviluppo economico. Secondo quanto riportato da Agence-France press, il direttore del gruppo di studio, Vinod Thomas, ha affermato che” la valutazione realizzata conferma che la liberalizzazione commerciale, da sola, non è abbastanza per generare sviluppo economico e lotta alla povertà”. Il rapporto del IEG sostiene che “molti clienti della Banca mondiale in Africa non sono riusciti a diversificare le loro esportazioni, rendendosi ancora più vulnerabili dagli shock dei prezzi delle materie prime. La mancanza di diversificazione nelle loro esportazioni ha impedito a questi Paesi di integrarsi nell'economia mondiale”. Tra il 1987 e il 2004, la Banca mondiale ha destinato l'8% del totale dei prestiti (38 miliardi di dollari) in sostegno al commercio dei Paesi in via di sviluppo, vincolandoli a riforme politiche per facilitare la concorrenza, eliminare le rigidità del mercato del lavoro e abbassare gli standard ambientali di produzione. Ma i guadagni previsti per la popolazione non ci sono stati, concentrandosi solamente nelle ridotte élite di quei Paesi. (Crbm, 23/03/2006)

Postato da: robycuda a 18:03 | link | commenti
economia internazionale

Nuovo aumento dei tassi europei, contro un’inflazione che non c’è

Per la seconda volta in quattro mesi la Banca centrale europea ha alzato i tassi di interesse. Questo farà lievitare il costo dei mutui e dei prestiti alle aziende, riducendo la moneta in circolazione e la domanda complessiva di beni e servizi, per frenare a sua volta l’aumento dei prezzi. Quanto poi sia alto il rischio di inflazione è ancora oggetto di discussione, tanto che alcuni analisti prevedono addirittura una discesa dell’indice dei prezzi nei prossimi due anni. Ma questo resta l’obiettivo dichiarato dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet, che ha spiegato come “il ritmo di crescita annua del credito al settore privato si è ulteriormente rafforzato negli ultimi mesi. Il ricorso al prestito delle famiglie e delle aziende non finanziarie è aumentato a un passo notevole e questo mette a rischio la stabilità dei prezzi nel medio e lungo termine”. Tuttavia perché il ricorso al credito si trasformi in inflazione – ma anche su questo la teoria economica non è concorde - occorre che il denaro preso a prestito venga speso all’interno dell’Unione europea, ed è qui che l’opposizione alle mosse della Bce si fa più pesante. Secondo gli economisti di Citigroup infatti, la maggior parte delle somme erogate nel 2005 sarebbero finite alle aziende per operazioni di fusione e acquisizione effettuate all’estero, cioè acquisto di pacchetti azionari e delocalizzazioni in altri mercati. Tutte operazioni che hanno semmai aumentato la disoccupazione in Europa e ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 13/03/2006)

Postato da: robycuda a 11:51 | link | commenti
economia internazionale

domenica, 19 marzo 2006

AXA e ING finanziano le armi al fosforo bianco

Alcune ricerche condotte dalla organizzazioni promotrici della campagna internazionale “My Money. Clear Conscience?”, rivelano che il gruppo assicurativo francese AXA (prima assicurazione in Europa) e il gruppo finanziario olandese ING (quello del Conto Arancio) hanno investito complessivamente 37 milioni di dollari in due società cha supportano la produzione di armi al fosforo bianco per l’esercito americano, la Teledyne Technologies e la Shaw Group. Esse saranno responsabili del disegno, assemblaggio, integrazione, distribuzione e test di un moderno sistema per riempire le munizioni con la contestata sostanza, che ha già causato molte vittime civili in Irak, all’interno di un progetto che si concluderà nel gennaio 2007. Sia per Axa che per Ing non si tratta in realtà di una sorpresa, dato che entrambe continuano tuttora ad  investire nella produzione di armi, anche le più controverse. (Fonte: Netwerk Vlaanderen vzw - www.netwerkvlaanderen.be/en, 16/03/2006)

Postato da: robycuda a 18:38 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi