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Abn Amro contestata per il progetto petrolifero Shakalin II (Russia)
Il gigante olandese Abn Amro è stato al centro delle proteste di alcune organizzazioni ambientaliste durante l’assemblea annuale degli azionisti, a causa del finanziamento accordato dalla banca al progetto Sakhalin-II in Russia. Si tratta di una delle maggiori operazioni al mondo di sfruttamento di gas e petrolio, nella zona del mar di Ohotsk, in estremo oriente. L’accusa delle associazioni – tra cui Friends of the Earth International, Sakhalin Environment Watch and Pacific Environment e Wwf - è di violare le linee guida sociali e ambientali conosciute come “Equator Principles”, sottoscritti dalla stessa Abn Ambro. Capofila del progetto è la Shell, che detiene il 55% dell’impresa incaricata di realizzare il progetto, la Sakhalin Energy Investment Company Ltd, partecipata con quote di minoranza da Mitsui & Co Ltd (25%) e Mitsubishi Corp. (20%). Uno dei rischi maggiori riguarda le ultime 100 balene in via di estinzione, ma gli effetti dell’ettività di estrazione metteranno in pericolo l’intera fauna marina della zona e la stessa sopravvivenza dei pescatori. (Fonte: Friends of the Earth International)
Proteste all’assemblea di Wells Fargo: basta investire contro l’ambiente
Proteste in occasione dell’assemblea degli azionisti di Wells Fargo, una delle maggiori banche statunitensi con 435 miliardi di asset gestiti e oltre 23 milioni di clienti, per la politica di investimenti adottata dall’istituto di credito, che non ha esitato a finanziare compagnie petrolifere e società estrattive note per i loro progetti devastanti dal punto di vista dell’ambiente e dei diritti umani. All’interno dell’assemblea, alcuni aziosti sensibili alla causa hanno invitato la banca a cambiare strategia. (Fonte: DirtyMoney.org - http://dirtymoney.org/home/)
Le Nazioni Unite: più etica in finanza, nascono i “Principi per un investimento responsabile”
Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha presentato i “Principi per un investimento responsabile”, siglato dalle maggiori istituzioni finanziarie di 16 paesi, rappresentative di oltre 2 mila miliardi di dollari di asset gestiti. I Principi – che prevedono 35 possibili azioni che possono essere intraprese dagli investitori - sono stati sviluppati nel corso di un lavoro durato quasi un anno promosso dal segretario generale e coordinato dall’UN Environment Programme Finance Initiative (UNEP FI) dall’UN Global Compact. “Questi Principi nascono dalla consapevolezza che mentre la finanza è il motore dell’economia, le decisioni di investimento non riflettono sufficientemente considerazioni di natura ambientale, sociale e di corportate governance, o anche i principi dello sviluppo sostenibile. I Principi forniscono un quadro di riferimento per realizzare un ritorno di lungo termine sugli investimenti e un mercato più sostenibile”, ha detto Kofi Annan. Il testo prevede 35 possibili azioni che possono essere intraprese dagli investitori. Il documento si può scaricare su: http://www.unpri.org/. (Fonte: UN Global Compact; UNEP Finance Initiative)
Il fondo della globalizzazione
Immediatamente dopo la storica visita del Presidente cinese Hu Juntao negli Stati Uniti, ossessionati dalla paura di non essere più l’unica super-potenza mondiale, si sono svolti gli incontri di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Puntuale è arrivata l’esortazione del G7 finanziario alle istituzioni finanziarie a liberare più risorse petrolifere sui mercati mondiali per abbassare il prezzo del petrolio, ad abbozzare timidamente la necessità di un “aggiustamento strutturale” dell’economia Usa, rigettata da copione dalla Casa Bianca, ed a spingere la Cina a rivalutare la propria moneta concentrandosi sul mercato interno e non sull’export per favorire la riduzione dell’enorme deficit commerciale Usa. Un richiamo che espone la crisi senza ritorno in cui versa il liberismo, vista però l’ossessione a tutt’oggi della Banca mondiale e del Fmi di imporre ai paesi più poveri un modello di crescita economica fallimentare perché centrata essenzialmente sulle esportazioni.
Ancora una volta l’agenda degli incontri ha espresso la necessità per le istituzioni di Bretton Woods di reinventarsi per sopravvivere ad un mondo in rapida trasformazione nella geografia economica e politica, senza però rimettere in discussione le assunzioni della globalizzazione liberista. Si promette che ad alcuni, ma non tutti, i paesi emergenti entro l’anno saranno date maggiori quote di potere nel Fondo, ma si rinuncia a cambiare radicalmente le funzioni e le politiche del custode della globalizzazione liberista. Sul fronte della Banca il “falco” Wolfowitz continua la sua crociata anti-corruzione contro solo alcuni dei governi presunti corrotti del Sud – non importanti per la geopolitica americana – rifiutandosi però di cancellare totalmente i debiti odiosi generati da decenni di prestiti della Banca a dittatori corrotti e ben noti. Infine, il nuovo piano per “l’energia pulita e lo sviluppo” della Banca che in maniera anacronistica chiede investimenti in centrali a “carbone pulito” e mega-progetti di estrazione di gas naturale e addirittura apre all’opzione nucleare, qualcosa che la Banca non ha mai finanziato. Una chiara restaurazione energetica globale dettata dagli interessi energetici del G8, inclusa la poco democratica Russia, che a luglio ospiterà il summit di un gruppo sempre più offensivo perché apertamente delegittimato dalla storia.
Antonio Tricarico , coordinatore CRBM (Campagna per la riforma della Banca Mondiale, pubblicato su www.faircoop.it/fairwatch.htm)
I danni dell’industria mineraria
Friends of the Earth Internazional e numerose comunità locali di Perù, Ghana e Indonesia hanno recentemente chiesto alla compagnia mineraria americana Newmont di smettere di inquinare le loro risorse idriche a causa delle sue attività estrattive. Il messaggio è stato consegnato da alcuni rappresentanti dell’organizzazione ambientalista e delle popolazioni indigene alla dirigenza della Newmont durante l’assemblea annuale della società, tenutasi a Denver a inizio settimana. Purtroppo l’operato della compagnie mineraria ha già causato numerosi impatti negativi per le comunità locali. In Perù, a Choropampa, nel 2000 oltre 400 persone furono ricoverate a causa di una fuoriuscita di mercurio, senza che la Newmont muovesse un dito per mitigare questi terribili impatti. In Indonesia, nel 2004, il governo commissionò uno studio da cui si evinse che le risorse idriche nei pressi di una miniera della Newmont presentavano una presenza di mercurio tre volte superiore ai limiti imposti per legge (e l’aumento di tumori e malattie della pelle in quella zona sono quasi sicuramente collegate a tale anomalia). Per finire, le operazioni del colosso minerario statunitense ad Ahafo, in Ghana, hanno considerevolmente peggiorato la qualità dell’acqua della zona. (Crbm, www.crbm.org)
Nel 2050 il 33,6% della popolazione sarà costituita da anziani
Nel 2050 in Italia ci saranno 264 anziani ogni 100 giovani e il 33,6 per cento della popolazione sarà sopra i 65 anni, rispetto all’attuale 19,5%, mentre solo il 12,7% dei cittadini sarà sotto i 14 anni, contro il 14,2% di oggi. Inoltre la popolazione attiva passerà dall’attuale 66,4% al 54% e il numero complessivo degli abitanti diminuirà da 58,6 milioni a 55,8 milioni. È questo lo scenario delineato dall’Istat, che mette in guardia le istituzioni sulle conseguenze di una tale composizione sociale, incompatibile con il trend attuale di riduzione della spesa sanitaria pubblica e del reddito pensionistico. Inoltre la vita media degli uomini passerà dai 77,4 anni di oggi agli 83,6 del 2050, e quella delle donne dagli 83,3 agli 88,8 anni, cifre che collocano il nostro Paese al primo posto per quanto riguarda gli uomini e al secondo per le donne. Un andamento che non verrà compensato da un eventuale incremento delle nascite e nemmeno dai flussi migratori.
Aumentano i profitti di Sace
Il Gruppo Sace, l’assicurazione pubblica che garantisce le esportazioni e gli investimenti delle imprese italiane all’estero, ha realizzato nel 2005 un utile lordo di 921,2 milioni di euro (757,4 milioni l’utile netto), per una raccolta premi lorda pari a 197,7 milioni di euro, 9.092 milioni di patrimonio netto (+9%) e investimenti per 5.528 milioni di euro. La società è al centro di molte critiche da parte di organizzazioni a difesa dei diritti umani per alcuni progetti sostenuti (Per informazioni in proposito: www.crbm.org) La capogruppo ha registrato 837 milioni di utili lordi (+44%), premi lordi per 175,2 milioni di euro (+41%) e volumi assicurati pari a 7.668 milioni di euro (+45,8%). Nel 2005 il gruppo ha rafforzato l’attività assicurativa tradizionale e lanciato prodotti innovativi di natura mista assicurativo-finanziaria. Inoltre ha ampliato i canali distributivi e la gamma di operazioni assicurabili, grazie alla Delibera Cipe di dicembre 2004 e al Decreto sulla competitività del marzo 2005. Nel dicembre dello stesso anno ha ottenuto il rating da parte dell’agenzia Moody’s pari a Aa2, sulla base della forte capitalizzazione, della posizione occupata nel mercato di riferimento e del supporto fornito dallo Stato italiano.
Fondi comuni: fino a metà del guadagno mangiato dai costi
I Fondi comuni di investimento nel 2005 sono stati un buon affare solo per i gestori, ovvero le banche emittenti, ma non per i risparmiatori. Gran parte dei rendimenti infatti sono stati “mangiati” dai fondi stessi sotto forma di “costi” (di gestione, di distribuzione, ecc.). Lo rivelano i calcoli effettuati da Corriere Economia del 24 aprile scorso, secondo i quali i costi pesano per una percentuale variabile dal 30 al 45% per i fondi obbligazionari e dal 12 al 24% per gli azionari. Alcuni casi poi sono eclatanti: il fondo Pioneer monetario Euro B ha reso solo lo 0,73% a fronte di costi pari all’1,18%, quindi i risparmiatori hanno pagato più di quello che hanno guadagnato; stessa situazione per il San
Benetton alla conquista dell’Europa
La fusione annunciata tra la spagnola Albertis e Autostrade Spa un effetto positivo l’ha prodotto: quello di insinuare il dubbio nel centro sinistra che la privatizzazione delle società Autostrade non fosse stato esattamente un buon affare per i cittadini, come ha fatto intendere il responsabile economico dei Ds Bersani. Per il resto l’operazione non fa altro che seguire le correnti del mercato europeo, nel quale l’esigenza di nuovi collegamenti con i paesi dell’Est si tradurranno in migliaia di chilometri di autostrade e infrastrutture, sulle quali la nuova holding con sede a Madrid è pronta a mettere le mani e la famiglia a Benetton a prendere la sua bella fetta. Questo dopo aver foraggiato la società con i pedaggi dei cittadini, che hanno creato le condizioni finanziarie per fare il grande salto e garantire a Benetton nuovi importanti business oltre confine.