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mercoledì, 31 maggio 2006

Le banche che fanno affari con le armi

Nonostante l'annuncio lo scorso maggio del presidente di Banca popolare di Milano (BPM) Roberto Mazzotta di un impegno della banca "a non partecipare ad operazioni di finanziamento che riguardino esportazione, importazione e transito di armi e sistemi d’arma", l'istituto milanese compare anche quest'anno nel lungo elenco delle banche che appoggiano l'export delle armi "made in Italy". Si tratta di 26 operazioni per un valore complessivo di oltre 34,6 milioni di euro, che ricoprono più del 3% di tutte le operazioni autorizzate dal Ministero dell'Economia nel 2005. Solleva nuovi interrogativi anche l'elenco dei Paesi con i quali BPM ha ricevuto nel 2005 per conto di propri clienti produttori di armi autorizzazioni ad "incassi e pagamenti". Si tratta, di 26 nuove autorizzazioni, di cui gran parte in Irlanda, ma anche Cina, Lussemburgo, Stati Uniti, Messico, India, Turchia, Albania, Brasile, Malaysia, Spagna e Grecia.

Ricompare anche Unicredit con oltre 101 milioni di euro, benchè nel dicembre 2000 aveva emesso “ordini di servizio che disponevano dal 1° gennaio 2001 di non assumere più nuovi contratti di questo tipo”. Negli anni successivi le operazioni assunte da Unicredit venivano giustificate con la necessità di “un periodo transitorio per l'uscita definitiva da questo mercato” e comunque passavano dai 106 milioni di euro del 2000 ai 20,2 milioni del 2004. Scorrendo il lungo elenco delle 61 nuove operazioni vanno segnalate quelle verso Regno Unito e Stati Uniti e il resto disperso verso Paesi che vanno dalla Francia al Giappone, dalla Romania a Israele.

Le prime quattro principali banche di appoggio al commercio delle armi sono Capitalia al primo posto (168 milioni di euro) seguita dal gruppo S. Paolo Imi (164 milioni), dalla Cassa di Risparmio di La Spezia (112 milioni) e dal già ricordato gruppo Unicredit (101 milioni).

A Capitalia va riconosciuta la volontà dichiarata di ridimensionare molto il volume delle transazioni collegate ad export di armamenti, che passano infatti dai 2004 ai 168 milioni del 2005. Le maggiori operazioni riguardano Regno Unito e Norvegia, mentre suscitano più di una domanda le autorizzazioni in India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Cina. Circa il gruppo S. Paolo Imi, spiccano Paesi in zone calde del pianeta e dove si registrano continue violazioni dei diritti umani come Egitto e Turchia (900mila euro) e minori verso Israele (660 mila euro), Malaysia (684 mila dollari) e Cina (510 mila euro).

Banca Nazionale del Lavoro nel 2005 riporta 90 autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 60 milioni di euro, in calo rispetto agli ultimi due anni. Tuttavia nonostante il “Bilancio Sociale del 2002” affermi l’intenzione di BNL di limitarsi esclusivamente ai paesi dell’Unione Europea e della Nato, i dati continuano a mostrare operazioni con diversi Paesi extra-Ue ed extra Nato, come il Pakistan.

Da segnalare, infine, la quasi totale scomparsa di Banca Intesa che nel 2005 ha assunto solo 2 operazioni del valore complessivo di circa 163 mila euro con Spagna e Marocco. Le altre operazioni presenti nella lista del Ministero riguardano autorizzazioni assunte negli anni scorsi. Banca Intesa è dunque in linea con la decisione annunciata nel marzo 2004 di “sospendere la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano l'esportazione, l'importazione e transito di armi e di sistemi di arma, che rientrino nei casi previsti dalla legge 185/90 (…) per rispondere a un'esigenza espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica”. (Fonte: Giorgio Beretta, Campagna di pressione alle 'banche armate'). 

Postato da: robycuda a 16:55 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit, intesa-sanpaolo

Hedge Funds, a volte ritornano e fanno danni

Dietro la debacle della Borse Usa iniziata l’11 maggio scorso, oltre a ragioni strutturali, pare ci siano ancora loro: gli hedge funds, i fondi di investimento speculativi noti per la loro capacità di far tremare le banche centrali di tutto il mondo. Ne abbiamo già parlato, si tratta di fondi che dispongono di grandi quantità di denaro che impiegano in modo spregidicato sui mercati di ogni latitudine, attraverso strumenti finanziari sofisticati. Temuti, riveriti e contestati al tempoi stesso da capi di stato e uomini di governo, sono in grado di gonfiare a dismisura valute, azioni o obbligazioni e fuggire un minuto prima del crollo, lasciando in mano ai risparmiatori le ceneri fumanti dei propri risparmi, quando va bene, o intere economie in crisi quando va male. Nel mondo sono 8500 e gestiscono circa 1.330 miliardi di dollari, più del Pil della Spagna e il doppio di quanto disponevano tre anni fa. Ma a suscitare giusta diffidenza da parte dell’opinione pubblica sono anche i guadagni stratosferici dei loro gestori. L’anno scorso i 26 manager più pagati hanno percepito 363 milioni di dollari a testa. James Simon della Renaissance Technology ha incassato 1,5 miliardi di dollari, seguito da T.Boone Pickens con 1,4 miliardi e dal più conosciuto George Soros con 840 miliardi. (Fonte: Affari e Finanza, 29/05/2006)

Postato da: robycuda a 16:52 | link | commenti
economia internazionale

domenica, 28 maggio 2006

Dietro il crollo della borsa, tre minacce all’economia mondiale

Dietro il crollo del 2,1% della scorsa settimana dell’indice Dow Jones Industrials e del -11% del Morgan Stanley sui mercati emergenti ci sarebbero tre ragioni essenziali, che minacciano l’economia mondiale.

- Il rischio energetico. Il prezzo del petrolio continua a salire e aumenta il rischio politico di paesi produttori come la Nigeria, l’Iran e il Venezuela;

- La discesa dei prezzi degli immobili. Soprattutto negli Usa, ma non solo, dove gran parte dei consumi dei cittadini sono legati alle rivalutazioni immobiliari, una discesa dei prezzi provocherebbe forti riduzioni negli acquisti;

- L’inflazione. L’aumento dei prezzi provocherebbe un incremento dei tassi d’interesse e dunque una contrazione degli investimenti. Il pericolo è sentito soprattutto nel comparto dei servizi negli Usa. (Fonte: The Wall Street Journal)

Postato da: robycuda a 17:11 | link | commenti
economia internazionale

Il gigante cinese rallenterà la corsa

La Cina? Nei prossimi anni potrebbe non essere più un buon affare per le imprese occidentali. Lo dice un rapporto dettagliato di Experian, società britannica di strategie aziendali. Antitutto a causa dell’aumento dei salari, che nella provincia del Guangdong, tra le più ricche del paese, dovrebbero crescere tra il 17 e il 42% già dal primo luglio prossimo. Inoltre è possibile una stretta monetaria per fermare l’inflazione, un calo degli investimenti e una diminuzione dell’export, che difficilmente manterranno i livelli attuali. Infine la lentezza nella creazione di posti di lavoro, le disparità di reddito e il divario tra città e campagna potrebbero avere effetti deprimenti sui consumi. (Fonte: Il Sole 24 Ore)

Postato da: robycuda a 17:10 | link | commenti
economia internazionale

Risparmio gestito: in aprile deflussi per 1,24 miliardi

La raccolta del risparmio gestito in Italia inverte la tendenza positiva registrata da inizio anno e nel mese di aprile mostra deflussi pari a 1,24 miliardi di euro. Il patrimonio complessivo dell’industria, che da inizio 2006 include i fondi esteri, si posiziona abbondantemente sopra quota 616 miliardi di euro. Nulla cambia invece dal punto di vista delle scelte dei risparmiatori, che continuano ad abbandonare gli investimenti in fondi Obbligazionari e di Liquidità a favore delle altre categorie. In prima posizione ancora i fondi Flessibili che, pur in lieve flessione rispetto a marzo, raccolgono oltre 2,3 miliardi di euro. Gli Azionari continuano il trend positivo registrato da inizio anno (oltre 4 miliardi di euro raccolti da gennaio 2006) e, nel corso del mese, superano i 649 milioni di euro. Scendono i Fondi Bilanciati, comunque in territorio positivo per circa 388 milioni di euro. Al terzo posto spiccano gli Hedge Fund, con oltre 468 milioni di euro.

Postato da: robycuda a 17:09 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

Chiudono in rosso le Ferrovie italiane

Le Ferrovie italiane hanno chiuso con perdite pari a 465 milioni di euro (125 nel 2004) e ricavi totali in aumento del 2,4% a quota 6,9 miliardi. Sul risultato ha pesato l’aumento dei costi dovuto alle perdite straordinarie nella manutenzione dei materiali rotabili. Per la prima volta dopo 10 anni aumenta il volume dei passeggeri, che hanno portato i ricavi da traffico in crescita del 2,2%.

Postato da: robycuda a 17:08 | link | commenti
aziende, economia italiana, trasporti e mobilità

lunedì, 22 maggio 2006

I compensi scandalosi dei consiglieri di amministrazione

Può sembrare un discorso anacronistico e il rischio è sempre quello di esser tacciati di demagogia.  Eppure è una questione assolutamente concreta e non è così irrilevante che il valore prodotto dal sudore di operai e impiegati finisca ad alimentare rendite del tutto ingiustificate. In periodi di crisi o di stagnazione poi, fa persino rabbia. Parliamo delle remunerazione dei consiglieri di amministrazione, cioè coloro che si riuniscono circa una volta al mese per prendere le decisioni strategiche dell’azienda. Ebbene, Plus de Il Sole 24 ore ha calcolato che nel 2005 i 475 consiglieri di amministrazione delle 40 principali società quotate nella Borsa italiana hanno incassato 436.123 euro a testa: 37.199 a riunione, per un totale di 16 riunioni in un anno. Un lavoro di responsabilità, si dice a ragione, per occorre prima studiarsi i dati societari. Ma certo non tale da giustificare quelle cifre scandalose. Senza contare che i dieci consiglieri più ricchi hanno incassato nel 2005 6,86 milioni a testa, 615mila euro a riunione (per 12 riunioni). Il record spetta a Marco De Benedetti, che partecipando a 11 riunioni di Telecom Italia ha portato a casa 11,55 milioni (1,05 per riunione). Segue Luca Cordero di Montezemolo (7,04 milioni per 9 riunioni, 782 per riunione), Sergio Marchionne (Fiat, 7 milioni per 9 riunioni, 778 per riunione) e Paolo Ligresti (555mila a riunione). Tra le aziende ancora in mano pubblica, Vittorio Mincato, ex amministratore delegato di Eni, ha preso 469 mila euro a meeting e Paolo Scaroni, ex ad di Enel, ha realizzato 451 milioni a riunione. Inoltre le remunerazioni di 745 consiglieri delle 40 maggiori società quotate sono aumentate nel 2005 del 7,38%, ma per i consiglieri più vecchi (in carica da due anni) l’aumento è stato del 23,84%. Infine i dieci manager più pagati di Telecom, Eni, Enel, UniCredit, Fiat e Mediaset hanno visto i loro compensi crescere del 130,84% a quota 76,4 milioni nel 2005, a fronte di aumento dei profitti dell’8,44%.

Postato da: robycuda a 21:38 | link | commenti
aziende, economia italiana, unicredit

venerdì, 19 maggio 2006

Tutti i misfatti dell’Halliburton in un rapporto di CorpWatch

CorpWatch ha realizzato insieme ad altri partner un rapporto annuale alternativo sull’Halliburton intitolato: “Uragano Halliburton: conflitti, cambiamenti climatici e catastrofi”. Il rapporto – alla sua terza edizione - è stato realizzato con l’Asociacion Civil Labor del Peru, l’Environmental Rights Action Nigeria (meembro di Friends of the Earth International network), l’Halliburton Watch e l’Oil & Gas Accountability Project, e presentato all’assemblea generale annuale della società. Nel documento si spiega come i dirigenti della compagnia abbiano spillato milioni di dollari ai contribuenti in Iraq e Kuwait attraverso atti di corruzione e sprechi; come abbia aumentato i suoi profitti in Iraq impiegando lavoratori tessili asiatici e rifiutando di pagare i danni arrecati; come i grandi manager dell’azienda abbiano usato le pensioni dei lavoratori per pagare i benefit dei dirigenti, benché l’aumento di prezzo delle azioni avesse fatto guadagnare agli stessi dirigenti decine di milioni di dollari. Oggi mentre le forniture militari in Iraq diminuiscono, l’Halliburton sta diversificando la propria attività in altre aree più profittevoli, come i territori colpiti dall’uragano Katrina e i settori del petrolio e del gas all’estero. Nell’ultima parte del rapporto, gli autori mostrano come la maggior fonte di profitto dell’azienda, i servizi energetici, sia stato alimentato dalla corruzione e da collusioni politiche in Iraq e Nigeria. Il rapporto 2006 si può scaricare da: http://www.corpwatch.org/article.php?id=13552.

Postato da: robycuda a 22:41 | link | commenti
aziende, economia internazionale

Crédit Agricole viola i diritti umani e leggi ambientali in Uruguay

Nove organizzazioni, inclusi network della società civile di sei paesi, hanno accusato la Caylon, società di investimento finanziario del Crédit Agricole of France, di violazione degli Equator Principles, a causa del sostegno accordato dall’azienda alla costruzione di una cartiera in Uruguay, ad opera della Botnia. Le accuse alla Caylon seguono quelle al gruppo finanziario olandese Ing per il prestito di 480 milioni di dollari accordato alla Botnia. Il progetto violerebbe i diritti umani e le leggi ambientali, come hanno più volte denunciato i cittadini di Gualeguaychú, la comunità argentina che vive sul fiume a ridosso dell’impianto, ma anche il Cedha, numerose Ong uruguaiane e lo stesso governo argentino. Il Cao (Compliance Ombudsman delle Banca Mondiale) ha confermato molte di queste accuse e lo stesso presidente delle Banca Mondiale Paul Wolfovitz ha detto al presidente dell’Uruguay che non intende finanziarie il progetto finchè non ci saranno certezze sugli impatti sociali e ambientali. (Fonte: Centro de Derechos Humanos y Ambiente – Cedha, BankTrack).

Postato da: robycuda a 22:37 | link | commenti
aziende, economia internazionale

lunedì, 15 maggio 2006

Il Nafta ha distrutto l’industria messicana

In occasione della 36ma sessione della Commissione sui diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite, la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) ha pubblicato un rapporto che analizza gli effetti sui diritti umani del Nafta, l’accordo di libero scambio tra Usa, Canada e Messico. Il documento è frutto di una missione condotta in Messico tra il 22 e il 31 agosto 2005, dieci anni dopo l’entrata in vigore del Nafta, per metterne in luce l’impatto sulle condizioni di lavoro nella zona a nord del paese, in particolare nelle maquilas (le zone franche) e nell’economia informale. Presentato come il motore della crescita e dello sviluppo, il Nafta ha avuto un contributo notevole nell’integrazione economica tra Messico e Stati Uniti. Tuttavia la capacità dell’industria manifatturiera locale è stata smantellata e l’industria agricola distrutta, in conseguenza dell’apertura dei mercati. Così l’economia nazionale messicana ha cominciato a diventare un’economia di consumo, dipendente dalle imprese Usa. Gli investimenti sono confluiti soprattutto nelle maquilas e i maggiori beneficiari dell’accordo sono risultate le società multinazionali, mentre a rimetterci sono stati i lavoratori messicani, tenuti in condizioni di precarietà e di bassi salari. La distruzione dell’industria agricola inoltre, ha spinto le famiglie a concentrarsi nelle città in condizioni di estrema povertà. Altre vittime sono i ragazzi al di sotto dei 16 anni, assunti in condizioni di sfruttamento dalle multinazionali presenti nelle maquilas. Sono state messe in luce anche sistematiche violazioni dei diritti sindacali, laddove i “sindacati bianchi” (creati dalle stesse imprese) detengono il monopolio in molte aziende. La Federazione ha così chiamato in causa il Governo messicano perché metta in atto una riforma dell’attuale legge sul lavoro, in modo da assicurare ai lavoratori salari minimi dignitosi e assicurare rappresentanze sindacali realmente indipendenti, rappresentative e trasparenti. (Fonte: Business&Human Rights Resource Centre)

Postato da: robycuda a 20:16 | link | commenti
economia internazionale