Notizie dal mondo economico e finanziario con la lente del bene comune

Eccomi

Blogger: robycuda
Nome: Roberto Cuda

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

atty84 in Gli hedge funds azio...

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 29 giugno 2006

Turchia come l’Argentina?

La Turchia ha quasi raggiunto l'Argentina come il paese che ha le maggiori probabilità di risultare insolvente sui propri titoli di Stato. Lo scrive l'agenzia Bloomberg sulla base dell'andamento dei prezzi sul mercato degli swap. Il prezzo annuale di un credit default swap - emessi per assicurarsi contro l'eventuale default dei titoli di stato turchi denominati in dollari fino al 2011 - è più che raddoppiato dall'inizio di maggio, avvicinandosi a quelli analoghi per il debito dell'Argentina. Il balzo dei prezzi degli swap riflette i timori degli investitori circa il deprezzamento del 21% registrato dalla lira turca dal 1° maggio, oltre che l'impennata dell'inflazione al 9,9% il mese scorso e una controversia commerciale che potrebbe mettere a repentaglio il possibile ingresso della Turchia nell'unione europea. La banca centrale turca ha risposto alzando il tasso di riferimento di 2,25 punti percentuali al 17,25%, mentre ha avviato un'asta per vendere dollari e sostenere così la lira. (Fonte: La Lettera Finanziaria, 27 giugno 2006)

Postato da: robycuda a 23:45 | link | commenti
economia internazionale

martedì, 27 giugno 2006

Vuoi aprire un negozio? Servono 60 adempimenti presso 20 uffici

Un male oscuro si aggira per l’Italia, di cui si parla poco anche perché lo si da per scontato, quasi come un male necessario. E’ la burocrazia. Chiunque abbia chiesto un permesso di qualunque genere ad un ufficio pubblico sa di cosa parlo. La Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola a media impresa, ha calcolato il numero di adempimenti necessari per aprire un’attività d’impresa nel nostro paese: si tratta di una media di 60 adempimenti presso 20 amministrazioni, con perdite infinite di tempo e di soldi, per non parlare della pazienza. Un macigno sullo sviluppo di nuove attività, capace di scoraggiare anche i più motivati, ma anche un insulto all’intelligenza. Sulla collettività tutto questo ha un costo che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro. Non servono grandi interventi, solo la tecnologia potrebbe dimezzare i passaggi. Basta vedere come hanno fatto a Monaco di Baviera. Perché nessuno ci mette mano? (Fonte: Affari e Finanza, 26/06/2006)

Postato da: robycuda a 17:37 | link | commenti (1)
economia italiana

sabato, 24 giugno 2006

Le aziende pubbliche sono un poltronificio. Utile per...

Le aziende pubbliche sono un poltronificio. Utile per sistemare politici in pensione, trombati alle elezioni, amici e parenti. Non si spiega diversamente perché ad esempio Poste Italiane, gruppo interamente controllato dal Tesoro, debba avere in totale 111 consiglieri in Cda. O Sviluppo Italia, identiche condizioni, addirittura 119: ovviamente senza contare le decine di aziende in joint-venture con privati. O ancora, il Poligrafico dello Stato, 43. Tutta gente che paghiamo un po’ tutti noi (nota mia). Perché non applicare una regola di governance uguale per tutte le aziende statali, riducendo il numero dei consiglieri al minimo previsto dal Codice civile, cioè 3? Prodi vuole sfoltire i board. Un intento encomiabile, secondo Tiziano Treu, responsabile economico della Margherita. Anche per farsi perdonare il numero eccessivo di ministri e sottosegretari. (da Corriere Economia, 19/06/2006)

Postato da: robycuda a 16:04 | link | commenti
aziende, economia italiana

Unicredit finanzia il nucleare ad alto rischio in Bulgaria

Secondo fonti internazionali, assieme alla Citibank Unicredit avrebbe offerto di finanziare la Czech Skoda Alliance per completare l’impianto nucleare di Belene, nel Nord della Bulgaria. Quando capitò la catastrofe di Chernobyl, erano già stati realizzati i piani per la costruzione di due reattori di progettazione sovietica a Belene. I lavori di costruzione furono avviati nel 1987. Dopo le proteste di natura ambientale, però, il progetto è stato sospeso dal Governo bulgaro nel 1990 e quindi finalmente abbandonato in quanto “tecnicamente inadatto ed economicamente irrealizzabile” nel 1997. Nel 2004, tuttavia, il Governo bulgaro ha ripreso i piani per Belene, e presentato i bandi di gara, specificando di volere utilizzare per quanto possibile gli equipaggiamenti e le infrastrutture già presenti sul posto.

Le preoccupazioni legate a questo impianto sono fortissime. In primo luogo, l’impianto sarà costruito in una zona a forte rischio sismico. Durante un terremoto, nel Marzo del 1977, 200 persone persero la vita a soli 12 km da Belene, nel paese di Svishtov. Questa è una delle motivazioni fondamentali per cui l’Accademia delle Scienze della Bulgaria ha lanciato l’allarme contro il completamento dell’impianto di Belene nel suo studio del 1990.

Il progetto dell’impianto di Belene è basato sulla tecnologia russa denominata Vver. I reattori Vver di prima generazione sono stati dichiarati ad “alto rischio” e devono essere chiusi in tutti i nuovi paesi dell’Unione Europea. Il progetto proposto per Belene dalla Skoda Alliance è un reattore Vver di terza generazione, il 1000-320. Questa serie prende in considerazione alcune delle problematiche delle generazione precedenti, ma si considera che il modello VVER-1000 continui a evidenziare problemi di sicurezza. Il primo marzo 2006, c’è stato un serio incidente al reattore Kosloduj 5, in Bulgaria, anch’esso un modello Vver 1000-320. Gueorgui Kastchiev, già capo dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare Bulgara, ha segnalato che il sistema centrale di sicurezza del reattore si è rotto, e che di conseguenza il personale è stato impossibilitato a spegnere il reattore per sei ore. Secondo Kastchiev, se ci fosse stata una perdita importante ad esempio nel generatore di vapore, sarebbe invece stato necessario spegnere il reattore nel giro di due minuti per evitare una catastrofe.

Ci sono altri motivi di forte preoccupazione legati alla sicurezza di questo reattore, non ultima la vicinanza del Danubio e le sue sempre più frequenti esondazioni. Lo stoccaggio dei rifiuti nucleari prodotti a Belene, inoltre, non è ancora stato risolto.

Negli ultimi anni, Unicredit ha più volte dichiarato il proprio impegno per la sostenibilità ambientale. Il sito della banca si apre inoltre con lo slogan “Benvenuti nella Nuova Banca Veramente Europea”. Secondo uno studio della Commissione Europea, l’88% dei cittadini non sostiene nuovi investimenti in impianti nucleari, senza contare che quello di Belene sembra comportare rischi superiori. E’ giunto il momento per Unicredit di mostrare la propria coerenza, e verificare se oltre le dichiarazioni di principio la banca intende rispettare gli impegni presi. Andrea Baranes, su Fairwatch

Postato da: robycuda a 16:02 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, unicredit

Soldi dell’aiuto allo sviluppo per ripagare i debiti legati alle armi?

Secondo uno studio commissionato dalla rete europea Eurodad che lavora sul debito estero, nel 2005 nel mondo oltre dieci miliardi di dollari di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) sono stati utilizzati per cancellare vecchi debiti di Iraq e Nigeria. Questo metodo contabile è stato duramente criticato da diverse organizzazioni: la cancellazione del debito estero, per quanto giusta, non può in alcun case essere assimilata all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo, ovvero ai soldi che i Paesi più ricchi si sono impegnati a versare a quelli poveri per progetti di cooperazione e solidarietà internazionali. Questo metodo è invece purtroppo suggerito dall’Ocse e utilizzato da diversi paesi, tra cui l’Italia, che “gonfiano” in questo modo i dati riguardanti l’APS.

La stessa Italia, in primo luogo tramite la Sace, vanta dei crediti in particolare con l’Iraq. La Sace è la principale Agenzia di Credito all’Esportazione italiana. Si tratta di una sorta di compagnia di assicurazione sotto controllo pubblico, che ha lo scopo primario di sostenere gli investimenti all’estero delle imprese, e di intervenire per rimborsare l’impresa assicurata nel caso il paese straniero non rispetti i suoi impegni. Un meccanismo è alla base della creazione di una parte notevole del debito estero dei paesi più poveri. Nel caso dell’Iraq, sono forti i dubbi che una parte degli investimenti realizzati dalle imprese, anche italiane, ai tempi della dittatura di Saddam Hussein fossero legati all’industria delle armi. Non è purtroppo possibile averne la certezza, vista la mancanza di trasparenza della stessa Sace.

Ci troviamo quindi al momento in una situazione paradossale, nella quale l’Italia potrebbe utilizzare una parte dei – pochi – Aiuti allo Sviluppo stanziati ogni anno per i paesi più poveri per annullare dei debiti contratti per fornitura di armi da parte di imprese italiane in Iraq. Magari quelle stesse armi che hanno rafforzato la dittatura di Saddam Hussein e che rappresentano il motivo – almeno quello ufficiale – della recente guerra. Andrea Baranes, su Fairwatch.

Postato da: robycuda a 16:01 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

mercoledì, 21 giugno 2006

Schiavitù nelle fabbriche cinesi di iPod, accusata la Apple

Un articolo comparso sul Mail on Sunday e ripreso dalla Bbc mostra condizioni di lavoro di sfruttamento e addirittura di schiavitù nella fabbriche cinesi che producono iPod per la Apple. L’articolo parla di paghe di 27 dollari al mese per 15 ore di lavoro al giorno. I lavoratori – in maggioranza donne - vengono poi alloggiati in dormitori affollati dove vengono stipate fino a 100 persone. In altre fabbriche, ad esempio nella località di Suzhou vicino a Shanghai, la paga è di circa 54 dollari mensili, ma metà di questa serve a pagare il cibo e l’alloggio all’interno delle stesse strutture produttive. La Apple ha ribadito l’impegno dell’azienda ad “assicurare che le condizioni di lavoro nelle fabbriche fornitrici siano sane e che i lavoratori siano trattati con dignità, così come i processi produttivi avvengano nel rispetto dell’ambiente”. Per questo, continua la società, “stiamo indagando nelle fabbriche per verificare le reali condizioni di lavoro”.

Postato da: robycuda a 18:04 | link | commenti
aziende, economia internazionale

Crescono i ricchi, soprattutto nei paesi emergenti

I ricchi crescono soprattutto nei paesi emergenti. Nell’area Asia-Pacifico coloro che dispongono di patrimoni superiori al milione di dollari sono cresciuti nel 2005 del 7,3%, preceduti dall’America Latina (+9,7%) e dal Medio Oriente (+9,8%). Gli Usa invece registrano una crescita del 6,9%, che scende al 4,5% in Europa e al 1,7% in Italia. A livello mondiale parliamo di circa 8,7 milioni di persone (+6,5%), per un patrimonio complessivo di circa 33.300 miliardi di dollari, raddoppiato negli ultimi dieci anni, mentre coloro che dispongono di ricchezze superiori ai 30 milioni di dollari sono 85.400 (+10,2%). Lo rivela il World wealth report 2006 di Cap Gemini e Merrill Lynch, che da dieci anni analizza i patrimoni dei ricchi di tutto il mondo. La fotografia scattata è frutto dei processi di globalizzazione, che trasferisce reddito nelle aree a maggiore sviluppo. Le stesse aree, curiosamente, dove i lavoratori hanno i redditi più bassi. Spicca in particolare l’India, dove la classe dei facoltosi cresce del 19,3%. La prima fonte di ricchezza è l´azienda (37%), seguita dal reddito (24%). Quanto allo stile di investimento, resta alta la diversificazione del portafoglio, mentre aumentano il private equity e gli strumenti alternativi.

Postato da: robycuda a 17:30 | link | commenti
economia internazionale

martedì, 20 giugno 2006

Crescono le spese militari mondiali

Crescono le spese militari mondiali, trainate dagli Stati Uniti e dai paesi medio-orientali. Anche la Cina si colloca nelle prime posizioni e potrebbe avere una crescita considerevole nei prossimi anni. In controtendenza l'Europa, che vede un calo dell'1,7% nelle spese militari soprattutto per il dato italiano e quello britannico. I provengono dal prestigioso istituto svedese del SIPRI, che colloca il nostro paese al settimo posto, in posizione stazionaria. Se però prendiamo in considerazione la spesa militare pro-capite, l’Italia supera abbondantemente la Germania con 468 dollari a testa, contro 401 dollari dei tedeschi. La spesa militare rappresenta il 2,5% del Pil mondiale, e negli ultimi dieci anni è aumentata del 2,4% l'anno in termini reali. La Rete Italiana per il Disarmo ha rilasciato un documento di analisi sulla base dei dati governativi sulle esportazioni italiane di armi nel 2005. A fronte di un calo del 10% delle autorizzazioni rispetto all'anno precedente (ma il totale è ancora altissimo e si attesta su 1.3 miliardi di euro), è avvenuta una vertiginosa crescita delle esportazioni definitive, cioè del materiale effettivamente consegnato ai clienti esteri. Il totale delle armi italiane finite agli acquirenti è infatti di 831 milioni di euro, con una crescita del 72% rispetto al 2004. Al top della lista dell'export italiano compaiono aziende della galassia di Finmeccanica, società controllata dallo Stato Italiano, mentre nella lista dei “clienti” permangono nazioni che violano i diritti umani (Algeria, Turchia, Arabia Saudita, Cina) e nazioni altamente indebitate come Eritrea, Ghana e Nigeria.

Postato da: robycuda a 17:35 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Il carbone cinese minaccia il mondo

Due mesi fa un’enorme nuvola nera è salita dal nord della Cina facendo rotta verso il Pacifico, per poi passare sopra la costa occidentale degli Usa. Una nuvola carica di carbonio e biossido di zolfo, prodotti della combustione del carbone, che possono provocare tomori ai polmoni, problemi respiratori e malattie cardiache, ma anche pioggie acide che avvelenano laghi, fiumi, foreste e raccolti, oltre al noto effetto serra. E’ questo il prodotto delle centrali a carbone della Cina, che per sostenere la sua impetuosa crescita usa oggi più carbone degli Usa, Unione Europea e Giappone messi insieme, ma la quantità cresce a due cifre ogni anno. Questo sta devastando intere aree della Cina e in alcune zone – come nella provincia dello Shaanxi o nella città di Dtong, una delle più inquinate del mondo - ha portato l’inquinamento a livelli altissimi, che sull’intero territorio causano  ogni anno circa 400.000 decessi prematuri. (Fonte: New York Times)

Postato da: robycuda a 17:15 | link | commenti
economia internazionale

Un’azienda su due non investe in responsabilità sociale per non perdere competitività

Quasi la metà delle aziende italiane (48%) non investe in iniziative di responsabilità sociale perché non esistono regole condivise a livello internazionale e questo potrebbe far perdere competitività alle imprese. Lo rivela una ricerca condotta da Robert Half Executive Search, società internazionale di ricerca di personale qualificato, su 2.700 manager europei, di cui 200 italiani. E’ emerso anche che il 26% delle imprese italiane intende investire comunque in corporate social responsibility (Csr), mentre la stessa percentuale non intende farlo.

Postato da: robycuda a 17:14 | link | commenti
aziende, economia italiana