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domenica, 30 luglio 2006

WTO: saltano i negoziati, plaude la società civile

La sospensione dei negoziati del “Round dello sviluppo” della Wto, a quasi cinque anni dal loro avvio a Doha nel novembre 2001, viene salutata positivamente dal Tradewatch, l’osservatorio italiano sul commercio internazionale. “Siamo alla resa del liberismo a livello internazionale. Anche l’istituzione principe dell’iniqua globalizzazione liberista si è definitivamente fermata. Questa volta per salvare il Doha Round non sono bastati nemmeno i metodi poco democratici dei negoziati ristretti tra pochi Paesi forti. La sospensione delle trattative è un atto dovuto nei confronti dei milioni di cittadini del pianeta che si sono battuti da Seattle in poi per la giustizia internazionale e contro le regole imposte dalla Wto, ma soprattutto verso la stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo, le cui istanze non sono mai state ascoltate dalla Wto e dai poteri che la controllano” afferma il Tradewatch.

I principali attori del negoziato accusano l’amministrazione Bush di essere rimasta inamovibile in merito alle sue posizioni e di aver portato all'impasse finale. Come sottolineato da diversi dei sei governi che hanno condotto un negoziato serrato nelle ultime ore, il futuro del Doha Round diventa sempre più incerto e la sua conclusione è rimandata di molti mesi, se non di anni.

“L'Agricoltura è stata il maggior scoglio negoziale di questo supposto Round per lo sviluppo, rilevando come la pretesa di creare un mercato globale dei prodotti agricoli imperniato su regole liberiste fosse un mero trucco ideologico. I movimenti dei contadini e dei pescatori, che in questi anni si sono battuti contro la mercificazione dell'agricoltura, sono riusciti a smascherare questa finzione ideologica, imponendo ai governi del Sud una gerarchia diversa che ponesse il cibo prima del commercio. La Wto ha terminato la sua corsa, o l'agricoltura esce dalla sua agenda e ritorna di competenza di altre istituzioni internazionali all'interno del sistema delle Nazioni Unite, oppure rimarrà la causa principale dello stallo dei negoziati commerciali a livello multilaterale” afferma Antonio Onorati del Centro Internazionale Crocevia, presente in questi giorni a Ginevra.

“La storia dei negoziati commerciali internazionali ci insegna che dei cambiamenti sono sempre possibili, ma il collasso della Wto di oggi conferma che il mondo e i poteri economici sono profondamente mutati. Riteniamo inaccettabile l’ipocrisia di Ue e Stati Uniti, che da tempo spingono aggressivi negoziati su scala bilaterale e regionale, in barba a qualsiasi principio multilaterale, per forzare condizioni ancora più capestro di quelle della Wto sui Paesi in via di sviluppo, mettendo una seria ipoteca sulla loro possibilità futura di uno sviluppo sostenibile” ha dichiarato Antonio Tricarico della CRBM. La sospensione dei negoziati mette a serio rischio la credibilità della stessa Wto, già provata dal sonoro fallimento di Cancun alla conferenza ministeriale del 2003.

"Il fallimento degli ultimi negoziati dimostrano come il sistema Wto sia totalmente inadeguato a far fronte alle sfide della globalizzazione. Come movimenti sociali siamo chiamati a dare il nostro contributo per la costruzione di un sistema realmente multilaterale più equo, che superi un Wto ormai in crisi e che tenga in debita considerazione le istanze delle popolazioni, dell'ambiente ed i diritti umani" Monica Di Sisto dell'organizzazione equa e solidale Fair.

“A questo punto i governi membri del Wto, e in particolare quelli europei tra cui l’Italia, traggano una valida lezione da quanto accaduto a Ginevra e si muovano subito per la definizione di nuove regole del commercio internazionale basate sulla realizzazione dei diritti fondamentali dei popoli del pianeta, e non sull’apertura indiscriminati dei mercati” sostiene Roberto Sensi di Mani Tese.

Postato da: robycuda a 16:32 | link | commenti
economia internazionale

mercoledì, 26 luglio 2006

Soldi alla Difesa? Per il Governo vanno aumentati

Tutto come previsto. Alla prima uscita internazionale, la biennale fiera aerospaziale di Farnborough in Gran Bretagna, i neo eletti rappresentanti del nuovo Governo non si sono lasciati sfuggire l'occasione per dichiarare che "le risorse destinate alla Difesa vanno aumentate da subito con l'obiettivo di portale all'1% del Pil entro la fine della legislatura". E per lamentare la "riduzione dei finanziamenti al settore Difesa" che "in altri Paesi sono ritenuti un'occasione di sviluppo economico e occupazionale e non una zavorra per le finanze dello Stato", dall’attuale 0,8%. Lo hanno dichiarato, rispettivamente, il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri e il presidente della commissione Difesa del Senato Sergio De Gregorio.

E' di questi giorni, inoltre, la notizia che l'Italia è stata la prima fornitrice di armi al Libano tra il 2000 e il 2004, e, dopo Russia e Cina, è il maggior esportatore di materiali bellici in Medio Oriente. Lo riporta un'inchiesta del mensile Microfinanza basata sui dati del commercio estero delle Nazioni Unite. Il traffico d'armi e munizioni verso Iran, Sudan, Libia, Siria e Libano ha reso ai Paesi occidentali ben 327 milioni di dollari in quattro anni. In testa la Russia con 86 milioni di dollari di materiali, in gran parte destinati a Teheran, ma anche alla Siria, al Libano e alla Libia. Al secondo posto la Cina con 73,8 milioni, divisi tra Iran e Sudan. Al terzo posto c'è l'Italia con 34,1 milioni di dollari. I clienti preferiti del nostro Paese sono soprattutto la Siria, rifornita per oltre 20 milioni di dollari, e il Libano, a cui sono andate armi per 13,8 milioni. Le esportazioni italiane a Damasco hanno riguardato parti e accessori di mirini telescopici per carri armati, prodotte da Galileo Avionica, la società controllata da Selex Sensors and Airborne Systems (Finmeccanica 75%, Bae Systems 25%). Nel caso del Libano, invece, le vendite sono state di armi leggere e munizioni. (Da Giorgio Beretta, Tagli alla Difesa? Quando i lupi..., 24 luglio 2006)

Postato da: robycuda a 15:23 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Gli Hedge Funds realizzano fino al 50% degli scambi mondiali

Gli Hedge Funds, i fondi di investimento speculativi, rappresentano il 2% circa del mercato mondiale in termini di masse gestite, ma secondo alcune delle più grandi case d’investimento estere, coprono circa il 30-50% degli scambi nelle borse valori. Una cifra che dovrebbe salire di circa il 10-20% nel caso dell’Italia. Il nostro Paese è certamente uno dei mercati più appetibili per questi fondi, soprattutto esteri. E’ quanto emerge dalla relazione di Raffaele Jerusalmi, executive director di Borsa Italiana, che il 19 luglio ha riassunto quanto emerso in occasione della sesta “Hedge Fund Conference” tenutasi a porte chiuse (perche?) a Como lo scorso 30 maggio. (Fonte: Borsa e Finanza, 22/07/2006)

Postato da: robycuda a 15:22 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

Acqua: italiani più spreconi d’Europa

Con circa 740 metri cubi l'anno per abitante, contro i 612 dell'Unione Europea, l’Italia si classifica al primo posto in Europa per consumi di acqua. E’ quanto emerge dalla Relazione sullo stato dei servizi idrici illustrata al Parlamento dal presidente dell'Autorità di vigilanza sui servizi idrici e i rifiuti, Ettore D'Elia. Dao dati dell'Authority risulta che l'acqua disponibile in Italia è di 53 miliardi di metri cubi l'anno e che ogni italiano ne consuma 200 litri al giorno. Nonostante ciò gli italiani sono al primo posto in Europa anche per consumo di acqua minerale, con 182 litri l'anno a persona. Dei circa 53 miliardi di metri cubi l'anno disponibili nel nostro Paese, 40 miliardi vengono dalla risorsa superficiale e 13 dalle risorse sotterranee. Il fabbisogno è invece di 54,3 miliardi di metri cubi l'anno, con un saldo quindi negativo. Il 23% dei prelievi proviene dalla falda (13% la media europea). L’acqua di falda e di sorgente viene utilizzata per l’80% per uso potabile, con in testa le regioni Lazio e Campania. (Fonte: Adnkronos/Ign, 26 luglio 2006).

Postato da: robycuda a 15:17 | link | commenti
economia italiana

Quattro anni di salari reali in calo per i lavoratori dipendenti

Fra il 2002 e il 2005 il lavoratore dipendente ha perso 1.647 euro in termini di potere d’acquisto. Lo rivela uno studio dell’Ires-Cgil sui salari italiani, considerando che il reddito medio lordo del lavoratore è ora di 24.584 euro l’anno e che nei quattro anni in questione 1.082 euro sono state erose dall’inflazione vera e propria e 565 dal mai restituito fiscal drag. Si tratta naturalmente di una media, che come sempre nasconte situazioni molto differenti e rimetterci di più sono state le donne, i giovani e gli stranieri. Imprenditori e liberi professionisti, invece, hanno aumentato mediamente i propri redditi di oltre 9 mila euro. Nel complesso, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45 per cento della ricchezza nazionale, mentre 16 milioni e mezzo di italiani vivono ai margini della povertà, con con entrate inferiori ai mille euro al mese. (Fonte: Repubblica, 20/07/2006)

Postato da: robycuda a 15:15 | link | commenti
economia italiana

McDonald’s: stop al pollo frutto della deforestazione

Grazie all’enorme pressione esercitata da migliata di lettere ed email alla sede europea di McDonald’s, l’azienda ha interrotto la vendita di carne di pollo alimentato con la soia cresciuta sulle aree di nuova deforestazione in Amazzonia. Come avevamo riportato nella notizia del 13 aprile scorso, Greenpeace International aveva denunciato il ruolo della principale catena di fast food del mondo, McDonald's, nella distruzione delle foreste pluviali in Amazzonia, attraverso immagini satellitari, ricognizioni aeree, documenti governativi inediti e monitoraggio sul campo. Le tre grandi multinazionali della soia, Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill - che controllano gran parte del mercato europeo – contribuiscono alla distruzione della foresta pluviale amazzonica per produrre mangimi animali destinati al bestiame europeo, che poi diventa carne per gli hamburger di McDonald’s. Bunge ha costruito illegalmente un intero porto in Amazzonia per l'esportazione della soia e si è accordata con latifondisti senza scrupoli, che si impossessano in alcuni casi illegalmente di aree di foresta pubblica e perfino di terre indigene. Un articolo della rivista "Nature" avverte che il 40 per cento dell'Amazzonia sarà distrutto entro il 2050 se l'espansione dell'agricoltura continuerà agli attuali ritmi. (Fonte: Greenpeace International)

Postato da: robycuda a 14:30 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

lunedì, 24 luglio 2006

Nicaragua: le imprese italiane bloccano gli investimenti in attesa delle elezioni

Dopo solo due giorni dalle celebrazione del 19 Luglio, anniversario della caduta del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua e le proposte lanciate dal candidato alla presidenza del Frente Sandinista, Daniel Ortega, di “sradicare il capitalismo selvaggio e scegliere un'economia giusta, solidale ed equa, che sussidi e rimetta in piedi il settore produttivo nicaraguese”, le reazioni non si sono fatte attendere. Oltre al Presidente della Repubblica, Enrique Bolaños e le altre forze politiche che si presenteranno alle prossime elezioni del 5 novembre, che hanno tacciato di “populiste ed irresponsabili” le proposte di Ortega, è intervenuto anche Domenico Pisano, pesidente della Camera d'Industria e Commercio italo-nicaraguense e responsabile di Forza Italia in Nicaragua, che ha convocato una conferenza stampa a cui hanno partecipato membri del Consejo Superior de la Empresa Privada (Cosep), per informare sulla decisione da parte degli imprenditori italiani di bloccare gli investimenti in attesa dei risultati elettorali del prossimo novembre. In un articolo di Gustavo Alvarez, pubblicato il 21 luglio 2006 su El Nuevo Diario, Pisano ha fatto capire tra l’altro che la decisione di bloccare gli investimenti italiani in Nicaragua non sarebbe dovuta a motivi politici in quanto “può vincere anche un governo di estrema sinistra, ma la cosa importante è che la sua politica economica si basi sulla condizione economica esistente attualmente in Nicaragua, abbia l'obiettivo di sviluppare il paese ed eliminare l'estrema povertà”. (da: Giorgio Trucchi, Italiani bloccano gli investimenti in attesa delle elezioni, 37/07/2006).

Postato da: robycuda a 17:30 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

sabato, 22 luglio 2006

Commissione Europea: il regime fiscale del Lussemburgo è illegale

Se ne sono accorti. Dopo quattro anni di analisi e sei mesi di inchiesta la Commission Europea ha detto a chiare lettere che il sistema di vantaggi fiscali concessi dal Lussemburgo alle imprese è illegale e contrario alla concorrenza. Le aziende sono indotte a creare strutture in Lussemburgo esclusivamente per ridurre il carico fiscale e tali agevolazioni costituirebbero una sorta di aiuto di Stato del tutto ingiustificato. Per questo la Commissione ha chiesto al governo lussemburghese di abolire questo regime entro il prossimo anno, mentre i benefici per le attuali holding andranno eliminati entro il 2010. (Fonte: Radiocor)

Postato da: robycuda a 14:57 | link | commenti
economia internazionale, paradisi fiscali

G8 e libero mercato: l’ipocrisia delle parole

L’ennesimo inutile G8 è ormai alle spalle, con i suoi documenti colmi di vuote dichiarazioni di intenti. Non si discosta da questo cliché, la dichiarazione relativa al commercio, che “richiama ad uno sforzo comune per concludere i negoziati dell’Agenda di Doha per lo sviluppo”. Lo scorso anno a Gleneagles gli otto paesi (anzi 7 visto che la Russia è l’ultima grande assente dal WTO) si erano impegnati “a raddoppiare gli sforzi per una conclusione positiva” della medesima Agenda, affermando, fra le altre cose, che “un esito ambizioso ed equilibrato del Doha Round è il modo migliore di usare il commercio a favore dell’Africa”. A San Pietroburgo si è ripetuto il mantra dei benefici del Doha Round e della “storica opportunità” di creare sviluppo e aumentare gli standard di vita in tutto il mondo. Di certo gli estensori non hanno letto i report che in questi ultimi due anni centri di ricerca ed istituzioni multilaterali hanno scritto.

Lo studio redatto dal Carnegie Endowment for International Peace intitolato “Winners and Losers” (1) ammette che qualsiasi scenario di accordo finale, ambizioso o no, porterà a modesti benefici in termini di aumento del PIL mondiale. Soprattutto dichiara che il paese che potrebbe guadagnarci di più è la Cina (da 0,8 a 1,2% di aumento del PIL) mentre quei paesi al cui sviluppo è formalmente dedicato il round, come l’Africa subsaharia, saranno i maggiori perdenti con una diminuzione del loro PIL dell’1%.

Neppure avranno letto il rapporto edito pochi giorni fa dall’Agenzia Onu per lo sviluppo (l’UNDP) dedicata al tema del commercio e dello sviluppo umano in Asia e nel Pacifico (2), un’ampia area geografica del pianeta che ha abbracciato il libero scambio ma in cui, come afferma il documento, il libero scambio non ha abbracciato i poveri. I paesi di questa regione (in cui vive il 60% della popolazione mondiale) hanno abbassato drasticamente i dazi, passati nell’Asia dell’Est da una media del 34% (anni ‘80) all’8% del 2000 ed hanno aumentato, in alcuni casi in maniera esplosiva, le esportazioni. Ma dal punto di vista umano questo sviluppo ha aumentato le disuguaglianze, ovvero è stato appannaggio di una parte minoritaria della popolazione e non ha sostanzialmente ridotto la povertà. In particolare proprio i paesi meno sviluppati che hanno visto

aumentare i flussi commerciali, hanno fallito nel ridurre la povertà dei loro abitanti. Liberalizzando i mercati agricoli, continua il report, si possono ridurre i prezzi dei generi alimentari “in particolare dei prodotti sostenuti dai sussidi di USA ed UE, ma questo non sembra portare ad un aumento della sicurezza alimentare”. Probabilmente per il semplice fatto che non esiste un consumatore e un lavoratore distinti, ma che convivono in una unica persona per cui chi vive nelle aree rurali può avere potere di acquisto se ha un reddito da lavoro ma se questo lavoro viene a mancare

perché cibi e merci arrivano a basso prezzo dall’estero, alla fine anche se i prezzi sono bassi non ci sono soldi per comprare.

“Più commercio significa di solito più lavoro e meno disoccupazione”, ma lo studio UNDP smentisce anche questo perché “sfortunatamente, negli anni  recenti questo spesso non è accaduto”. Dal 1993 al 2003 nel sud est asiatico la disoccupazione è aumentata dal 3,9% al 6,3%. Persino in Cina sta aumentando rapidamente, soprattutto in agricoltura per effetto dell’apertura del mercato. E riguardo alla tanto decantata integrazione dei paesi meno sviluppati nel commercio internazionale, l’analisi afferma ciò che da anni stiamo ripetendo, ovvero che i paesi meno sviluppati hanno economie vulnerabili, localizzate al di fuori dei mercati internazionali e che sono giocatori troppo deboli per partecipare a partite in cui giocano i migliori global player. (tratto da: Roberto Meregalli, L’ipocrisia delle parole, 21/07/2006)

Postato da: robycuda a 09:33 | link | commenti
economia internazionale

mercoledì, 19 luglio 2006

Hedge Funds: le imprese dettano le raccomandazioni alla Commissione Europea

11 raccomandazioni per la Commissione Europea sul trattamento da riservare ai tanto discussi Hedge Funds, i fondi di investimento speculativi, che vanno dalla soglia minima di accesso alla valutazione degli asset. Ci hanno lavorato da febbraio a giugno 2006 rappresentanti delle principali società finanziarie a livello globale, con nomi del calibro di Goldman Sachs, Morgan Stanley, Deutsche bank, Rab Capital, PricewaterhouseCoopers, Allianz, Citco, Santander, Pioneer e svariati esponenti dell'industria, degli investitori retail, del Cesr e della Banca centrale europea. Il rapporto chiede sostanzialmente alle autorità europee di non regolamentare il settore, ampliando l'accesso a questi strumenti non solo a investitori istituzionali e assicurazioni, ma anche ad un pubblico più vasto di investitori. Secondo i firmatari non c'è alcun bisogno di regolare e controllare ulteriormente l'emittente o altri soggetti diversi dall'intermediario, considerato che il 95% degli asset è gestito da manager domiciliati in Europa e le direttive esistenti e in via di approvazione forniscono una regolamentazione sufficiente sugli intermediari e gli investitori. Via libera alla speculazione dunque, nonostante gli allarmi lanciati dallo stesso Fondo Monetario Internazionale sui rischi per la stabilità del sistema finanziario.

Postato da: robycuda a 20:57 | link | commenti
aziende, economia internazionale