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L’assicurazione Tiaa-Cref vende azioni Coca Cola: azienda irresponsabile
La compagnia assicurativa statinutense Tiaa-Cref, che gestisce circa 8 miliardi di dollari in fondi pensione, ha venduto azioni Coca Cola in suo possesso pari ad un controvalore di 52,4 milioni di dollari. Motivo: Coca Cola è un’azienda irresponsabile, come confermerebbe un’indagine dell’istituto di ricerche Kld commissionata dalla stessa assicurazione. All’origine della conclusione di Kld c’è l’informativa della Ccfc (Campaign for a commercial-free childhood) che sottolinea l’aggressiva campagna pubblicitaria dell’azienda verso prodotti inadatti alla nutrizione dei bambini e il tentativo di ostacolare legislazioni che limitano la vendita di bibite nelle scuole, ma anche le violazioni dei diritti dei lavoratori nelle sue fabbriche di imbottigliamento in america latina e le responsabilità in tema ambientale. Soddisfazione da parte della Reboc, la rete italiane di boicottaggio Coke, impegnato in una campagna di pressione sulla società insieme al Sinaltrainal, il sindacato colombiano dei lavoratori del settore alimentare, che da circa otto anni denuncia le pesanti violazioni dei diritti umani e sindacali della Coca Cola. Proprio il 17 agosto scorso è avvenuto l’ennesimo delitto con l’assassinio del sindacalista Carlos Arturo Monte Bonilla. (Fonte: Il Manifesto, 23/08/2006)
India: lo Stato non rinuncia al controllo delle banche
Il ministro delle finanze indiano Palaniappan Chidambaram ha annunciato alla camera bassa del Parlamento che lo Stato non scenderà mai al di sotto del 51% del capitale delle 27 banche pubbliche, contrariamente all’intenzione del precedente governo di scendere al 33%. Il 75% dei depositi in India è intermediato dal sistema pubblico, che impiega circa mezzo milione di lavoratori. E le rassicurazioni del ministro sembrano proprio indirizzate alle famiglie degli impiegati, dato che secondo fonti sindacali un’eventuale privatizzazione porterebbe a circa 250mila licenziamenti. Le poche banche straniere nel paese devono sottostare a rigide regole che ne disciplinano l’attività: per aprire una nuova filiale occorre chiedere un’apposita licenza statale e in un anno non ne vengono concesse più di 20. Il 36% degli impieghi inoltre, deve essere indirizzato verso alcuni settori ritenuti prioritari peer l’economia nazionale. (Fonte: Il Sola 24 Ore, 23/08/2006).
Nicaragua: proteste contro la multinazionale dell’energia Unión Fenosa
Centinaia di consumatori esasperati dal piano di razionamento dell'energia elettrica hanno manifestato di fronte agli uffici dell'ente regolatore, l'Istituto Nicaraguense di Energia (INE) ed a quelli della multinazionale spagnola Unión Fenosa, già soprannominata dai nicaraguensi "Unión Mañosa". Nel 1999, la multinazionale acquistò il controllo totale della distribuzione elettrica in Nicaragua e tutti i suoi attivi, con la promessa di garantire un buon servizio, porre fine ai black-out ed ai tagli di energia e di investire per migliorare la situazione della distribuzione di energia ai nicaraguensi. L'operazione venne conclusa dal Presidente di Enel, Ing. Enrique Bolaños, attuale Presidente del Nicaragua.
Per questo Unión sborsò la ridicola somma di 115 milioni di dollari, programmando guadagni miliardari. Seguirono aumenti delle tariffe, collusioni con i settori politici ed imprenditoriali nazionali, sussidi concessi dai governi di turno, piani per dissanguare l'economia familiare dei settori più poveri della popolazione nicaraguense, portarono decine di migliaia di famiglie sull'orlo della disperazione. Union Fenosa iniziò quindi un piano di razionamento che ha lasciato milioni di nicaraguensi senza il servizio elettrico per più di sette ore al giorno, provocando in questo modo gravi perdite soprattutto alle piccole imprese e alle attività familiari. La multinazionale spagnola dice che il razionamento è dovuto alla diminuzione di energia elettrica prodotta nel paese ed all'impossibilità di comprare energia in altri paesi centroamericani. Non è invece un segreto per nessuno che la vera ragione è la pressione che si vuole esercitare sulla Asamblea Nacional, affinché approvi ad Unión Fenosa un sussidio di 9 milioni di dollari, per lo sconto che sta dando alle famiglie che consumano meno di 150 Kw/h al mese. (…) La gente ha cominciato a manifestare per le strade, alzando barricate, bruciando copertoni, deviando il traffico della capitale, protestando contro i razionamenti di energia e di acqua (razionare l'energia elettrica ha voluto anche dire una pesante razionamento dell'acqua nei quartieri più poveri del paese). (…)
Secondo l'economista Adolfo Acevedo Vogl Unión Fenosa è un'impresa fortunata. Nel 2005, il Governo annunciò che la Spesa per Riduzione della Povertà era aumentato a causa del sussidio concesso ad Union Fenosa, equivalente allo 0,6 per cento del PIL (500 Milioni di cordobas - 28,5 milioni di dollari). Questo formidabile sussidio non veniva concesso ad Unión Fenosa in cambio di non aumentare le tariffe, come è accaduto per il sussidio al settore dei Trasporti. In realtà, il FMI ha contemporaneamente imposto il conferimento di un drastico aumento delle tariffe dell'energia elettrica (il 20 per cento nel 2005 e il 6,5 per cento nel primo semestre del 2006) e una serie di aumenti automatici di queste tariffe per il futuro. Il sussidio è stato quindi concesso per "compensarla" di non aver aumentato precedentemente le tariffe dell'energia. Nel 2006, il Governo concederà all’impresa un ulteriore "prestito" per 158 milioni di cordobas (9 milioni di dollari). Questa impresa, invece di ridurre drasticamente le perdite tecniche di energia, che fu il principale impegno preso dalla multinazionale al momento di privatizzare la distribuzione di energia, le ha vistosamente aumentate, come dimostrano le relazioni della Cepal sull'industria elettrica dell'Istmo centroamericano. (tratto da
No alla riforma Lanzillotta
di Marco Bersani - Attac Italia, 16 agosto 2006
Con una relazione di accompagnamento sulle magnifiche sorti e progressive della mano invisibile del mercato, il Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali, Linda Lanzillotta, ha presentato un Disegno di Legge per la riforma dei servizi pubblici locali, che verrà sottoposto all'approvazione del Parlamento a partire dal prossimo mese di settembre. La relazione di accompagnamento è un ideologico inno al mercato, alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni, come se venti e più anni di politiche liberiste non avessero dimostrato i fallimenti del mercato, come se decine di esperienze nazionali e internazionali non avessero reso chiaro a tutti il vero volto delle liberalizzazioni dei servizi pubblici: disoccupazione e precarietà del lavoro, aumenti delle tariffe, peggioramento della qualità dei servizi, perdita di spazio pubblico, di saperi collettivi, di democrazia.
In una assurda gara a chi è più capace di mettere i servizi sul mercato, il Ministro si scaglia contro la normativa esistente - introdotta dal precedente governo - che permette, sempre nell'inaccettabile orizzonte aziendalista delle SpA, la gestione 'in house' attraverso società a capitale totalmente pubblico, bollandola come "involuzione del processo di riforma (..) ritorno al passato" e via dicendo. Ed ecco pronta la "moderna" soluzione: ricorso generalizzato a procedure competitive ad evidenza pubblica per l'affidamento delle nuove gestioni e per il rinnovo delle gestioni esistenti!
Per chi intenda ricorrere all''in house', dovrà essere chiaro come questa debba essere una procedura eccezionale, adeguatamente motivata e corredata da un piano di superamento entro un arco temporale definito. Non c'è che dire: un disegno di legge che senz'altro guarda alle istanze dei movimenti che in questi anni hanno parlato di beni comuni e di servizi pubblici come luogo fondativo di un nuovo spazio pubblico, di un nuovo contratto sociale basato sulla democrazia partecipativa. E che al recente Forum Sociale Europeo di Atene hanno costruito la prima Rete Europea per i Servizi Pubblici per affermare i diritti sociali come indisponibili al mercato.
Ma è il re è nudo e tutti lo possono guardare. Perché dal disegno di riforma dei servizi pubblici viene esplicitamente esclusa l'acqua, sulla quale in questi anni decine di vertenze si sono aperte nei territori e un intero movimento ha costruito il primo Forum italiano e sta producendo una legge d'iniziativa popolare per la totale ripubblicizzazione. Dunque il mercato va bene, ma se le lotte non lo permettono i beni comuni ridiventano tali e non possono finire in mano al tanto decantato privato.
La lotta paga e per questo la mobilitazione sociale dev'essere estesa. Abbiamo prodotto una fortissima mobilitazione contro la direttiva Bolkestein, abbiamo prodotto centinaia di vertenze per l'acqua, per l'energia, per il trasporto pubblico, per una diversa politica dei rifiuti, del territorio e dell'ambiente. Ora più che mai dobbiamo costruire una vertenza nazionale per il ritiro del disegno di legge Lanzillotta. Contro l'orizzonte della solitudine competitiva, in cui le politiche liberiste ci vorrebbero relegare, occorre affermare l'indisponibilità dei beni comuni e dei servizi pubblici alle leggi del mercato, la loro totale ripubblicizzazione fuori dallo stesso orizzonte delle gestioni attraverso SpA, il loro governo pubblico attraverso la democrazia partecipativa delle comunità locali. E' una battaglia di civiltà e di democrazia. Nessuno potrà chiamarsene fuori.