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martedì, 28 novembre 2006

Filippine: società civile contro progetto minerario devastante, ma le banche lo finanziano

Le organizzazioni ambientaliste filippine e internazionali stanno aumentando la pressione sul controverso progetto minerario di Rapu Rapu, gestito dalla compagnia australiana Lafayette,e considerato in piena violazione dei minimi requisiti di salvaguardia ambientale e di rispetto dei diritti delle comunità locali. Tra le realtà in prima fila per denunciare l’inadeguatezza dell’opera c’è anche Banktrack, il network di Ong, di cui fa parte anche Crbm, che si occupa di monitorare l’operato dei più grandi istituti di credito internazionali. Secondo fonti della società civile filippina e internazionale le banche che finanziano Rapu Rapu, tra cui ci sono l’australiana Anz Investment Bank, la NM Rothschild and Sons del Regno Unito e la filiale australiana dell’Abn Amro, la Bank NV, violerebbero le linee guida socio-ambientali che invece hanno più volte dichiarato di voler abbracciare. (Fonte: Crbm, www.crbm.org)

Postato da: robycuda a 17:48 | link | commenti
aziende, abn amro, economia internazionale

In Uk fondi pensione poco responsabili

Solo 5 tra i 20 maggiori fondi pensione in Inghilterra prevedono politiche di responsabilità sociale ed ambientale negli investimenti, mentre nella grande maggioranza dei casi non si sa nemmeno in che modo vengano impiegati i capitali. Lo rivela un’indagine di FairPensions, campagna per gli investimenti responsabili promossa da organizzazioni come Amnesty, Oxfam e Wwf. I 20 fondi presi in considerazione gestiscono i soldi di circa 3,8 milioni di lavoratori, pari a oltre 250 miliardi di sterline. “I fondi pensione e i fondi di investimento potrebbero avere un impatto reale sulla riduzione delle povertà, nel momento in cui decidessero di investire in modo responsabile sul piano sociale ed ambientale”, ha detto Helena Vines Fiestas, Oxfam Policy Adviser. (Fonte: FairPensions, http://www.fairpensions.org.uk/news/disclosureranking.htm).

Postato da: robycuda a 17:31 | link | commenti
economia internazionale

sabato, 25 novembre 2006

Finanziaria: previsto un aumento di 2 miliardi delle spese militari

"Nella Finanziaria dei tagli e dei risparmi del governo Prodi, il rischio è che aumentino di oltre 2 miliardi di euro, cioè dell'11%, le spese belliche, i fondi per le Forze armate e il finanziamento pubblico al comparto militar-industriale". A lanciare l’allarme è Luca Kocci di Adista. Se nel 2006 la spesa totale – comprendente cioè il funzionamento ordinario delle quattro Forze armate, le missioni militari all'estero e gli armamenti – era di 18 miliardi e 862 milioni di euro (di cui 17.782 milioni dal bilancio della Difesa e 1.080 aggiunti dalla Finanziaria), per il 2007 si prevede una spesa complessiva di 21 miliardi e 144 milioni di euro (18.134 milioni dal bilancio preventivo della Difesa e 3.010 aggiunti dalla legge Finanziaria in discussione proprio in queste settimane). Le norme, introdotte col maxiemendamento alla Finanziaria 2007, sono ora all’esame del Senato per la seconda lettura. La Commissione Bilancio inizierà questa setimana l’esame del provvedimento e l’Aula lo farà dal 12 dicembre al 21 dicembre, dopo di che tornerà alla Camera per la definitiva approvazione.

A far lievitare la spesa, una serie di motivi: i costi sempre più elevati per il mantenimento delle Forze armate (da qualche anno, dopo l'abolizione della leva obbligatoria, formate solo da soldati di professione) che assorbono il 72 per cento dell'intero bilancio (nel 2002, in base ai dati forniti ad Adista dalla campagna "Sbilanciamoci!", tale voce di spesa incideva solo per il 48 per cento); le missioni militari all'estero, diventate sempre più numerose e costose; l'acquisto di nuovi armamenti; la partecipazione dell'Italia a programmi di riarmo in partnership con diversi Paesi europei (Gran Bretagna, Germania e Spagna per la costruzione del cacciambombardiere Eurofighter) ed extra-europei (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia e Turchia per la progettazione e costruzione di un altro tipo di cacciabombardiere, l'F35-Lightnight II). (Fonte: Unimondo)

Postato da: robycuda a 14:46 | link | commenti
economia italiana

giovedì, 23 novembre 2006

Scompare dalla Finanziaria la tassazione delle rendite

La tassazione del 20% sulle rendite finanziarie è stata cancellata dalle coperture della manovra per il 2007. Nel passaggio dalla Camera al Senato, il Governo ha eliminato il Ddl delega collegato alla Finanziaria che prevedeva questa misura, la quale doveva garantire un gettito di 1 miliardo nel 2007 e 2 miliardi per gli anni successivi. Il mancato introito è stato compensato con un aumento del risparmio pubblico che, nel 2007, passerà da 5,875 miliardi a 7,277 miliardi. Il sottosegretario all'Economia, Alfiero Grandi, assicura che non si tratta di un passo indietro: "Resta comunque l'impegno del Governo a varare la delega con l'armonizzazione della tassazione delle rendite e la riforma degli estimi catastali".

Postato da: robycuda a 22:48 | link | commenti
economia italiana

lunedì, 20 novembre 2006

Lo strapotere dei nuovi sciacalli, ovvero i fondi di private equity

Equity office properties trust, il maggiore operatore americano di immobili per ufficio, verrà acquisito dal gruppo Blackstone, che controlla uno dei più grandi fondi di “private equity” del mondo, per la cifra spettacolare di 36 miliardi di dollari. Sui fondi di private equity vale la pena spendere due parole, dal momento che ormai dettano legge sui mercati di tutto il mondo. Si tratta di fondi di investimento che comprano aziende di tutte le dimensioni, le “ristrutturano” e le rivendono a prezzi molto più alti. L’obiettivo è massimizzare il guadagno al momento delle vendita, quindi non guardano in faccia a nessuno e tagliano dove c’è da tagliare, personale compreso, riorganizzano e ottimizzano, accorpano e scorporano, spremendo l’azienda come un limone. Per fare queste operazioni prendono denaro a prestito dai mercati, emettendo appunto titoli di private equity, che rendono più degli altri ma sono anche molto più rischiosi.

Questi fondi sono i nuovi sciacalli di un mercato senza regole, ma dispongono ormai di ricchezze tali da acquisire qualunque cosa senza temere rivali. Basi pensare che non più di 2 settimana fa il fondo Kkr ha messo sul piatto 40 miliardi di euro per comprare la francese Vivendi. Ma negli Usa qualcuno ha deciso di non stare a guardare e di fare luce sulle pratiche di questi colossi. Un gruppo di azionisti infatti ha depositato una denuncia contro le 13 maggiori società del settore (tra cui Kkr e Blackstone) con l’accusa di aver stretto accordi con i vertici delle aziende “prede” in modo da abbassare il prezzo di acquisto, a scapito degli azionisti (che hanno incassato meno dalla vendita delle azioni) e delle stesse imprese concorrenti, tagliate fuori dalla trattative.

Postato da: robycuda a 16:23 | link | commenti
aziende, economia internazionale

domenica, 19 novembre 2006

Approvata la Direttiva Bolkestein sui servizi

E’ stata oggi la direttiva Bolkestein dal Parlamento Europeo. Gli emendamenti presentati dai gruppi Verdi e Gue sono stati respinti  con 110 sì, 405 no e 12 astenuti. Il testo definitivo è addirittura peggiorativo (sia nel campo dei  diritti del lavoro che in quello dei servizi pubblici) di quello di “compromesso” uscito dal Parlamento Europeo nel febbraio scorso. Forse chi allora aveva inopportunamente esultato può oggi meglio capire perché la battaglia per il ritiro andava proseguita senza esitazioni. Adesso, la mobilitazione deve continuare. A livello europeo, anche attraverso la Rete Europea per i Servizi  Pubblici, nata al FSE di Atene, per arrivare ad una definizione dei

servizi pubblici europei come diritti inalienabili.

A livello nazionale per evitarne il recepimento da una parte, per svuotarne i contenuti dall’altra. Compete infatti agli Stati Membri la possibilità di definire i propri servizi di interesse generali da sottrarre alle regole della concorrenza. Il ritiro del DDL Lanzillotta, la campagna per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la lotta alla precarietà sono i primi obiettivi da perseguire. Per riaprire una discussione ampia e partecipata sui beni comuni e i servizi pubblici, sui diritti sociali e del lavoro. Per battere le politiche liberiste. La lotta continua. Attac Italia

Postato da: robycuda a 16:25 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

venerdì, 17 novembre 2006

Arrivano le feste, attenti agli assalti di banche e assicurazioni

Pubblichiamo di seguito alcune indicazioni di un amico, impiegato di banca e attivista del Centro Khorakhané.

Soprattutto in questo periodo che ci separa dalla fine dell’anno è ancor più necessario stare allerta su banche, poste, promotori finanziari ed assicuratori. Non offro alcun tipo di consulenza, finanziaria o di altro genere e non ho interessi di parte. Il mio obiettivo, nel fornire queste notizie e commenti è semplicemente quello di contribuire alla crescita “culturale” del cliente bancario, postale, assicurativo per fare in modo che possa sempre prendere decisioni in piena consapevolezza. Se le informazioni sono solo – o prevalentemente - in mano a chi vende, il risparmiatore è costretto a fidarsi dei bancari, dei promotori e degli assicuratori.

Ed allora è bene che il risparmiatore/investitore sappia che è soprattutto in questo periodo che ci separa dalla fine dell’anno (non è il solo ovviamente) che corre i maggiori rischi di comprare, sottoscrivere e, addirittura, vendere prodotti e strumenti finanziari che fanno più il gioco e l’interesse dei soggetti proponenti che il suo.

Per una ragione di base primaria. Ai capi agenzia manca pochissimo tempo per raggiungere gli ambiziosissimi traguardi di budget che l’azienda ai suoi vertici ha assegnato a inizio anno e via via monitorato ed eventualmente corretto (in su) al vostro interlocutore.

E questi budget, cioè quanti (almeno) di questi prodotti e di quest’altri devono essere venduti/sottoscritti, appioppati, al cliente, sono consuetudine ormai mensile, settimanale, giornaliera. Che il bancario, il promotore finanziario, l’assicuratore non può non tenerne conto. E, fateci caso, come una scuola formativa di massa i comportamenti sono ormai standarizzati e quasi facili da riconoscere. Vi venderanno i loro prodotti, obbligazioni strutturate, obbligazioni a capitale garantito, gestioni patrimoniali o fondi con commissioni di entrata o di gestione, o di performance o tutt’e tre molto alte. Vi venderanno polizze di cui probabilmente non avrete bisogno con l’urgenza che vi paventano. “Mancano pochi giorni alla chiusura del collocamento”, “Stanno per finire, ne abbiamo già vendute tantissime”, vi diranno come una litania ipnotica.

Il loro lavoro – ne va dei premi e della tranquillità almeno fino al prossimo budget – consiste nel tempestarvi di telefonate e di richieste di recarvi da loro in banca, posta, ecc. o loro da voi per consigliarvi soprattutto prodotti come quelli sopra – dove loro ci guadagnano un sacco - certamente, e voi, forse. Loro subito e sempre. Voi meno e forse. Ma per telefono non vi spiegheranno mai quasi nulla. Per la privacy, fingono di dire. Ma è per costringervi a passare, forse solo per la vostra educazione, è per convincervi che è quello il prodotto che cercavate per i vostri investimenti e non ve lo diranno, ma presto ve ne proporranno degli altri. Già, perché ogni mese (ed anche meno) l’azienda produce titoli nuovi, titoli che vanno piazzati al cliente.

Ma diversificare non vuol dire sparpagliare. Quindi, pensateci, leggete sempre bene i documenti che vi vogliono far sottoscrivere, prendete tempo, fatevelo consegnare – è obbligatorio - e portatelo a casa, leggetelo con calma. Fate sempre molte domande, non preoccupatevi se non capite – ridomandate, ridomandate, di solito è perché il venditore non si è spiegato bene. E poi forse è meglio seguire una regola che non ha mai fatto male a nessuno, anzi. Non sottoscrivete cose che non capite. I soldi sono i vostri. Ricordatevelo e ricordateglielo.

Buone Feste.

Centro Khorakhané - Paolo Trezzi

Postato da: robycuda a 23:30 | link | commenti
opinioni, economia italiana

mercoledì, 15 novembre 2006

Le piccole imprese? Sono più redditizie delle grandi

Spesso sentiamo dire che uno dei problemi dell’economia italiana è il “nanismo” delle nostre imprese, che sarebbero di gran lunga meno efficienti delle grandi aziende. Ma non è così. Le microimprese italiane godono di ottima salute, hanno una redditività media molto elevata e un miglior potere negoziale sui prezzi, mentre mostrano maggiori fragilità le medie imprese. Lo rivela la ricerca “Redditività e dimensioni delle PMI: la variabile dimensionale”, condotta su oltre 432.000 bilanci 2005-2006 su scala mondiale dal team di economisti del Gruppo Euler Hermes, guidati da Philippe Brossard. Dal confronto tra le strutture imprenditoriali dei diversi Paesi si rileva la preponderanza delle microimprese in Italia (95,6% del totale) e Stati Uniti (94,2%) rispetto a una media delle altre realtà intorno al 90%, mentre solo lo 0,5% è rappresentato da grandi aziende. Le microimprese italiane impiegano il 55% dei dipendenti.

Un altro dato interessante riguarda il Pil per impresa, pari a 298.000 euro in Italia, a 458.000 negli Usa, 640.000 in Francia e 720.000 in Germania. Numeri dai quali emerge chiaramente come l’aspetto dimensionale non comporti conseguenze macroeconomiche chiaramente leggibili. Infine viene sfatato il mito che la redditività delle imprese sia direttamente proporzionale alla dimensione. Lo studio Euler Hermes arriva alla conclusione esattamente opposta: maggiore è la dimensione, minore è la redditività, soprattutto per entità di media dimensione. Contraddizione che si spiega in parte, per le microimprese, con retribuzioni ai manager sulla base dei risultati. Inoltre i vantaggi delle economie di scala delle grandi imprese possono essere annullati dalle Pmi, attraverso l’unione delle forze (acquisto, gestione, distribuzione, etc.) o formando raggruppamenti (fusione di imprese a carattere familiare).

Postato da: robycuda a 16:53 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

martedì, 14 novembre 2006

Accendiamo i riflettori sulla banche

di Roberto Cuda - Editoriale di Fairwatch (http://www.faircoop.it/fairwatch.htm)

Dove sta il potere? In questa fase di “politica debole” potremmo forse rispondere così: dove ci sono capitali sufficienti a determinare gli equilibri economico-produttivi di un Paese. E chi dispone di tali risorse? Qui la risposta è più facile: le banche, soprattutto in Italia. Sono loro lo snodo dei cosiddetti poteri forti, loro decidono dove, come e quando allocare la ricchezza. Le aziende hanno bisogno di liquidità e, se non ricorrono al mercato borsistico, devono rivolgersi a quello creditizio. E le banche aprono i cordoni della borsa solo a chi promette guadagni sicuri con tanti zeri e/o ha rapporti consolidati (di amicizia, parentela, ecc.) con i vertici dell’istituto. Ecco perché è più difficile ottenere un prestito ad un’impresa familiare rispetto ad un bancarottiere con soldi alle Cayman. Sono le banche che alimentano gli speculatori, tanto temuti dai governi per le loro scorribande sulle monete e i rischi di svalutazione. Bear Stearns, Goldman Sachs e Morgan Stanley da sole finanziano la metà della speculazione finanziaria globale. Per non parlare del gigantesco affare degli armamenti, dei tanti progetti devastanti per l’ambiente e dell’appoggio sistematico agli evasori fiscali.

Ha un bel da fare il Governo italiano a rastrellare soldi per coprire i buchi di bilancio, quando la fetta più grossa dei capitali – alcune centinaia di miliardi di euro - è già al sicuro in qualche isola esotica o, senza andare troppo lontano, oltre il confine elvetico. Una volta erano gli spalloni a portare denaro e merce di contrabbando attraverso la frontiera, oggi sono le divisioni “private” delle banche, attraverso comode operazioni telematiche. Non è un caso che anche gli istituti più piccoli abbiamo ormai la loro filiale di appoggio in Lussemburgo o in Svizzera. Ma è davvero così difficile fare luce su questi passaggi di denaro? Nel frattempo ad accendere i riflettori è la società civile. Sono sempre più numerosi i comuni che rinunciano a mettere la tesoreria presso le banche coinvolte nel commercio di armi o in progetti che non rispettano i diritti umani, mentre si moltiplicano in tutto il mondo le campagne di pressione e i risparmiatori disposti a chiudere il conto. Le banche lo sanno e stanno correndo ai ripari. Per noi è un’importante occasione di cambiamento, anche se le informazioni sono poche e non viaggiano sui grandi media. Non perdiamola.

Postato da: robycuda a 14:05 | link | commenti
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

domenica, 12 novembre 2006

L’82% delle banche ha un bilancio sociale, ma la trasparenza resta lontana

L'82% degli sportelli totali ovvero il 70% in termini di attivo di sistema, redige un bilancio sociale, mentre circa il 67% degli sportelli ed il 61% del totale attivo di sistema ha adottato una specifica policy per quanto riguarda l'appoggio al commercio delle armi. I dati provengono dall'Abi (Associazione bancaria italiana) e rivelano una crescente sensibilità degli istituti di credito al tema della responsabilità sociale, se non altro per non scontentare un numero sempre maggiore di clienti.

“ma in tema di appoggio e finanziamento all'industria militare siamo ancora molto lontani dalla trasparenza richiesta, ha detto Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna di pressione alle “banche armate”. E’ il caso ad esempio di Unicredit. Dopo aver annunciato di non assumere più nuovi contratti connessi all’appoggio del commercio di armi a partire dal 1° gennaio 2001, nel 2005 l’istituto assumeva 61 nuove operazioni per un valore complessivo di oltre 101 milioni di euro che, pari a quasi il 9% del totale. "L’appoggio al commercio delle armi tuttavia, continua Beretta, è solo una parte dell'intero discorso sul finanziamento all'industria delle armi, sul quale invece le banche sono poco chiare e continuano a trincerarsi dietro il cosidetto segreto bancario. Non abbiamo mai pensato, infatti, che le sole operazioni di “incassi e pagamenti” per conto delle ditte produttrici di armi esauriscano tutti i rapporti tra queste ditte e gli Istituti di credito, che spaziano invece dal finanziamento alla ricerca e sviluppo di nuovi sistemi d’arma, all’offerta di linee di credito spesso privilegiate alle industrie produttrici di armi. Va comunque dato merito all’Abi di aver risposto alle sollecitazioni della Campagna sollevando il problema specifico dei servizi forniti dalle banche all’esportazione di armi”. (Fonte: Unimondo)

Postato da: robycuda a 17:12 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi