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Kkr e Texas Pacific Group comprano Txu, via 8 centrali a carbone
Poco tempo fa avevamo dato la notizia dell’intenzione di Txu, azienda elettrica con sede a Dallas nel Texas, di costruire 11 nuove centrali a carbone con la tecnologia tradizionale, e delle accese proteste che questo aveva scatenato da parte di diverse associazioni ambientaliste e non solo. Ora molto probabilmente quelle centrali diventeranno tre. Sì perché nel frattempo Txu è stata acquisita – ed è questa l’altra notizia degna di nota - da due colossi del “private equity”, i fondi Kkr e Texas Pacific Group, che sborseranno in un colpo solo la cifra di 45 miliardi di dollari. I nuovi padroni hanno quindi deciso di ascoltare le proteste della società civile, su consiglio della banca d’affari Goldman Sachs, che tra l’altro presterà parte del denaro alle due società. Dello strapotere di questi fondi, ormai i veri protagonisti della finanza globale, avevamo già accennato. Questa operazione, che segue quella del fondo Blackstone, il quale ha inghiottito per 39 miliardi di dollari il colosso immobiliare Vornado, ne è solo l’ennesima conferma.
Tav: Impregilo, Astaldi e Saipem contro il governo
Impregilo, Astaldi e Saipem sono sul piede di guerra contro il governo. Le tre imprese infatti hanno annunciato ricordo alla Corte europea di giustizia e alla Corte costituzionale contro la revoca delle concessioni per la costruzione della Tav sulle linee Milano-Genova, Milano-Verona e Verona-
Ligresti entra in forze nel nuovo assetto Impregilo
In pochi anni è tornato ai vertici della grande finanza italiana e si è rituffato nella grande passione della sua vita: le costruzioni, tanto che sono in cantiere nuove gigantesce colate di cemento, a partire dall’ex Fiera di Milano. Ora aggiunge un altro tassello, già ampiamente annunciato, al suo impero: Impregilo, maggiore impresa italiana di costruzioni, conosciuta anche dalle associazioni per la difesa dei diritti umani per alcuni suoi progetti a dir poco disinvolti in giro per il mondo. Dopo l’uscita di Efibanca (20%) e della famiglia Rocca (30%) da Igli, holding di controllo di Impregilo, il nuovo assetto proprietario risulta infatti costituito da tre imprese, ognuna della quali in possesso del 33% del capitale della holding: Immobiliare Lombarda (Ligresti), ArgoFin (Gavio) e Autostrade (Benetton).
Aumentano i profitti su scala globale, diminuiscono i salari
Aumenta su scala globale la quota di profitti e diminuisce quella destinata ai salari. Dal 2002 al 2006 infatti, in Inghilterra, Giappone, Usa e Canada la parte di reddito incassata dai lavoratori dipendenti è passata dal 56 al 54%, mentre quella intascata dai prcettori di profitti è salita dal 10 al 16%. La causa è da attribuire soprattutto alla concorrenza dei lavoratori del paesi emergenti e in via di sviluppo, che hanno abbassato il costo medio del lavoro e aumentato specularmente i profitti. (Fonte: Affari e Finanza, 26/02/2007)
Il pizzo sull’energia
dal blog di Beppe Grillo
Perchè dobbiamo pagare il pizzo all’Eni? L’Eni è una società quotata in borsa. Il Tesoro ha il 21%, la Cassa Depositi e Prestiti il 10%. Il rimanente 69% è di piccoli e grandi azionisti. L’Eni è un monopolio di fatto. La nostra bolletta dell’energia va in tasca all’Eni. L’Eni ha dichiarato un utile di 9,2 miliardi di euro nel 2006. Un utile mostruoso sottratto a famiglie e aziende. In pratica abbiamo pagato un’altra Finanziaria. Una parte dell’utile è distribuita agli azionisti. Il primo azionista a riscuotere il pizzo è lo Stato. Gli altri azionisti, esclusi i privati cittadini, non so chi sono. Ma sento la solita puzza di salotto buono. Quello che forse ha piazzato nel consiglio di
Armani e altri: gli abusi dietro i grandi marchi
Minacce e abusi fisici, licenziamenti arbitrari, assenza di servizi e misure di sicurezza, mancato pagamento degli straordinari. Sono questi i risultati di una serie di interviste raccolte a partire dal settembre 2005 dalle organizzazioni sindacali e non governative locali presso la Fibres and Fabrics International Pvt. Ltd. (FFI) e la controllata Jeans Knit Pvt. Ltd. (JKPL) di Bangalore, in India. La fabbrica, nella quale lavorano 5000 persone, produce principalmente jeans per il mercato europeo e USA e rifornisce marchi famosi: gli italiani Armani e Ra-Re, gli olandesi G-Star e Mexx e gli americani Ann Tayor, Tommy Hilfiger, Gap, Guess. Sul caso i sindacati indiani Garment and Textile Workers Union, Women Garment Workers Front (Munnade) e New Trade Initiative (NTUI) insieme alle organizzazioni Civil Initiatives for Development and Peace (CIVIDEP) e Clean Clothes Campaign Task Force in India hanno ricevuto ordine dal Tribunale Civile di Bangalore di tacere sulle condizioni di lavoro denunciate alla FFI/JKPL. Uno studio legale dell'azienda inoltre, che risultata anche essere certificata SA8000 (un marchio che dovrebbe attestare la responsabilità sociale dell’impresa), ha intimato alla Clean Colthes Campaign di cessare immediatamente di fare circolare informazioni relative al caso, minacciandola di intraprendere azioni legali. (Per info: http://www.abitipuliti.org:8080/abitipuliti/azioni/FFI)
Gli Hedge funds e i timori del G7
Tra i diversi temi sul tavolo del G7 di Essen, il 10 febbraio scorso, c’era anche la minaccia degli Hedge funds, ossia i fondi altamente speculativi, alla stabilità del sistema finanziario internazionale. Il timore è che il fallimento di questi fondi possa trascinare l’intero sistema bancario, i cui prestiti alimentano le operazioni spericolate degli Hedge. Il vero problema è la quasi totale assenza di regole e di controlli, anche perché la sede di questi fondi è spesso decentrata nei paradisi fiscali più impenetrabili, che impediscono perfino di individuare gli autori delle speculazioni. Tra le diverse ipotesi sul tappeto c’è l’imposizione di nuove regole di trasparenza (come?), la creazione di una centrale rischi (basata su quali informazioni?) e infine, ipotesi sostenuta nientemeno che dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet, l’istituzione del solito e inutile codice di autodisciplina. (Fonte: Borsa & Finanza, 17 febbraio 2007)
Polizze con sede all’estero: l’Isvap chiede lumi alla UE
L’Isvap ha chiesto lumi alla Commissione europea sui prodotti Vita “esterovestiti”, ossia quelli – unit e index linked - venduti dalle reti italiane ma messi a punto da società residenti all’estero, per lo più in Irlanda. Una prassi che consente alla società di ottenere legislazioni più favorevoli, minore tassazione e minori controlli. Al di là dei rischi a cui potrebbe essere sottoposto il cliente - in Italia ad esempio non si puo’ investire in derivati o in prodotti al di sotto di un certo rating e sono previste norme piu’ stringenti in termini di trasparenza - l’Istituto di vigilanza chiede se questa prassi non sia contraria alla normativa Ue 2002/83, che vieta arbitraggi finalizzati a “sottrarsi a criteri piu’ rigidi in vigore in un altro stato membro in cui si svolge la maggior parte delle proprie attivita’”.
Anche l’Fmi è in deficit
Il Fmi (Fondo Monetario Internazionale) bacchetta... ammonisce... avverte... Per una sorta di contrappasso ora tocca anche al Fmi essere bacchettato. Insomma il più ferreo guardiano della salute economica e monetaria di tutti i paesi più sviluppati al mondo, circa 185, scopre ora di avere un deficit di gestione: spende più di quanto incassi. E a dirglielo, nero su bianco nientemeno che un gruppo di superconsulenti ai quali è difficile resistere. Risultato: il FMI deve vendere oro.
Il Fondo Monetario Internazionale ha infatti appena ricevuto un report speciale da un gruppo di esperti che includono Alan Greenspan, Jean-Claude Trichet e Andrew Crockett (il presidente di JPMorgan Chase). Il report è stato reso necessario per salvaguardare il futuro prossimo del FMI che si trova con costi molto sopra i suoi ricavi. Il deficit, infatti, è stimato in $400 milioni l’anno! Il report ha vivamente consigliato la vendita di 400 tonnellate d’oro. Scopo: investire i soldi in strumenti finanziari che renderebbero soldi a sufficienza per coprire la maggior parte del deficit. Il FMI tiene riserve di oro pari a 3.217 tonnellate attualmente. Oro che, dopo la decisione della Fed di non rialzare i tassi, si è mosso al rialzo. Sono in molti ad aspettarsi una ripresa del trend rialzista dell'oro che stà consolidando i recenti rialzi. (Fonte: Borsa Monitor)
Il debito dello Zambia in mano a un “fondo avvoltoio”
La Donegal International, compagnia con sede nelle Isole Vergini, si è appena vista legittimare da un giudice britannico la sua spropositata richiesta di denaro inoltrata al governo dello Zambia e relativa ad una fetta del debito del Paese africano acquistato nel 1999 dalla stessa Donegal. Il debito di cui parliamo, infatti, ammonta a soli 4 milioni di dollari, mentre la Donegal, calcolando costi vari ed interessi applicabili, chiede all’esecutivo zambiano ben 42 milioni. La decisione del giudice dell’Alta Corte di Londra ha profondamente indispettito le Ong da anni attive per la cancellazione del debito dei Paesi del Sud del mondo, che sostengono che in questo modo si mettono a repentaglio le politiche dello Zambia relative alla riduzione della povertà. Val la pena ricordare che lo Zambia è uno dei Paesi più poveri del pianeta.
La Donegal è quella che il Fondo monetario internazionale e il Cancelliere britannico Gordon Brown definiscono una “volture fund” (fondo degli avvoltoi), ovvero quelle compagnie che acquistano una parte di debito di un Paese povero quando sta per essere cancellato e poi richiedono il pagamento applicando una serie di maggiorazioni su pura base speculativa (tanto che nel caso specifico Oxfam e Jubilee ritengono che la somma dovuta ammonti a soli 20 milioni, e non 42). Nel caso specifico, il debito è stato contratto pure quando in Zambia era presente un regime non democratico (motivo per cui può essere a tutti gli effetti definito “debito illegittimo”). (Fonte: Crbm)