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Usa: i colossi della finanza contro le emissioni nocive
Ormai siamo al paradosso. Che la politica fosse in una situazione di stallo lo sapevamo, ma siano le imprese e i gruppi finanziari a spingere le istituzioni a tutelare l’ambiente è segno di una crisi molto più profonda di quello che pensavamo. Succede così negli Usa, dove il colosso finanziario Merrill Lynch e Calpers, il più grande invesitore istituzionale, hanno invitato il Congresso a fare una legge per ridurre con decisione le emissioni di gas nocivi. Lo avevano già fatto società del calibro di General Electric e Duke Energy. All’appello dei due gruppi si sono uniti Du Pont, PG&E e Allianz. Tutti preoccupati delle conseguenze economiche del riscaldamento terrestre, oltre all’esigenza di rispolverare la propria immagine con un po’ di marketing. Tutti, tranne il governo Bush.
Axa: sulle cluster bombs per ora non si torna indietro
Il Gruppo Axa, uno delle maggiori imprese assicurative e finanziarie europee, risponde alle Ong sul tema delle mine antiuomo e delle “cluster bombs” (bombe a frammentazione che restano in parte inesplose, negli effetti molto simili alle mine antiuomo). Axa dice che dalla produzione di mine antiuomo ha disinvestito dal 2006, sulla scorta della ratifica della Convenzione di Ottawa. Diversa la posizione relativa alle cluster bombs, su cui la compagnia non ha ancora preso una decisione. La Conferenza di Oslo, nella quale un numero crescente di Paesi ha optato per la proibizione di queste armi (tra cui Germania, Francia e UK) “costituirà sicuramente una base su cui la compagnia prenderà nuove decisioni”. In particolare, sui capitali gestiti per conto terzi, la società si impegna a informare i propri clienti sulle regole che intende seguire nella propria politica di investimento, ma senza imporre nulla. Per chi invece non intende impiegare i propri soldi in tali aziende Axa offre un fondo di investimento specifico. D’altra parte, aggiunge la compagnia francese, le cluster bombs sono ammesse dalla Convenzione di Ginevra e non sono illegali. Al tempo stesso chi le produce sono grandi imprese ad alta tecnologia che impiegano solo una piccola parte del processo produttivo nella produzione di tali ordigni. Come dire, il business è redditizio, la legge non lo vieta, lasciateci guadagnare. (Fonte: Axa Group)
Gli italiani fuggono dalla Borsa
Le famiglie italiane non amano il rischio negli investimenti, tanto che dal 2005 al gennaio di quest’anno i titolari del solo conto corrente sono cresciuti dal 44 al 49%, dall’11 al 13% chi detiene libretti e depositi, mentre resta invariata al 7% la quota di coloro che non possiede alcuno strumento finanziario. Se poi guardiamo al comparto azionario, negli ultimi venti anni la percentuale del portafoglio investito in tali strumenti non si sposta dall’8%, con un picco del 18% nel 2000 subito rientrato dopo la batosta dello scoppio della bolla. E’ quanto si legge nella ventesima edizione del Rapporto Eurisko-Prometeia sulle attività finanziarie degli italiani. Secondo Prometeia la fuga dai fondi comuni di investimento è destinata a continuare nel 2007. Dal 2001 ad oggi, inoltre, le famiglie che possiedono prodotti d’investimento sono calate sensibilmente, dal 46 al 31%, complice tra l’altro la crisi dei mercati finanziari del 2000-2001 e la crescita del mercato immobiliare.
Chiquita: ora spunta l’accusa di traffico d’armi
Il 14 marzo, la multinazionale aveva annunciato di aver patteggiato con il Dipartimento della Giustizia statunitense il pagamento di una multa di 25 milioni di dollari, per aver pagato oltre 1,7 milioni di dollari, tra il 1997 e il 2004, ai gruppi paramilitari di destra dell’United Self Defense Forces of Colombia (AUC). Chiquita sostiene di aver pagato per proteggere la vita dei propri lavoratori. Una settimana, dopo, però, il Procuratore generale della Colombia, Mario Iguaran, ha dichiarato di aver scritto al Dipartimento americano, chiedendo i nomi degli otto dirigenti di Chiquita coinvolti nei pagamenti e che l'Amministrazione Usa ha coperto con l'anonimato, riservandosi di chiederne l’estradizione per traffico d’armi e cospirazione criminale.
Sotto osservazioni è una spedizione via nave, con cui nel 2001 furono portati in Colombia 3.400 fucili mitragliatori AK-47 (Kalashnikov) e quattro milioni di munizioni, che furono scaricati nel porto colombiano di Turbo, gestito da Banadex, la filiale colombiana di Chiquita. Armi e munizioni finirono nelle mani dell’Auc.
Il fatto avvenne nel novembre 2001, due mesi dopo che l’AUC era stato inserito nella lista statunitense dei gruppi terroristici internazionali. In una lettera al Los Angeles Times, il presidente e amministratore delegato di Chiquita, Fernando Aguirre, definisce “completamente priva di fondamento” l’accusa secondo cui Chiquita avrebbe facilitato o promosso attività paramilitari illegali.
Per quanto riguarda il supposto coinvolgimento della compagnia nel traffico d’armi a favore dei gruppi paramilitari, il presidente di Chiquita afferma che la questione è già stata indagata dall’Organization of American States (OAS) e dall’ufficio del Procuratore generale della Colombia, che non hanno trovato riscontri per quest’accusa “erronea”, dalla quale la compagnia è stata prosciolta, mentre sono stati incriminati quattro agenti della dogana colombiana. (Fonte: Rsi News, 27/03/2007)
Telecom: per non dimenticare
Riportiamo di seguito l’ottima ricostruzione della privatizzazione di Telecom e degli eventi successivi fatta dalla trasmissione Report andata in onda ieri sera. Per non dimenticare.
Milena Gabanelli (in studio)
La Telecom e’ stata controllata dallo Stato fino al 1997, quando il governo Prodi decide di privatizzarla. Transitano Guido Rossi, Rossignolo e Bernabè. E poi nel 99 arriva qualcuno che fa un’offerta pubblica d’acquisto e si porta a casa, con una scalata in parte a debito, la più grande e strategica azienda del paese.
Sigfrido Ranucci (giornalista fuori campo)
Nel febbraio del 1999 Colaninno, Gnutti e oltre 180 imprenditori, ai quali si unisce anche l’ Unipol, lanciano la scalata alla Telecom attraverso la Bell. A finanziare l’operazione sono una serie di potenti banche come l’ americana Chase Manhattan che mette a disposizione 50 mila miliardi di lire. Ma l’operazione di Colaninno e Gnutti trasforma la piu’ importante società italiana di telecomunicazioni in un sistema di scatole cinesi. A capo c’e’ l’Hopa che controlla la Bell, che controlla l’ Olivetti che controlla la Tecnost che ha la maggioranza della Telecom. E il solo fatto che la Bell avesse la sede in Lussemburgo, ha comportato qualche problema.
Giovanni Pons - La Repubblica - Autore “L’Affare Telecom”
Non è ancora chiaro se la Bell avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia, al fisco italiano oppure secondo il fisco lussemburghese. E se le avesse dovute pagare, siccome poi sono avvenuti diversi passaggi successivi, appunto la vendita di quel pacchetto alla Pirelli, sostanzialmente a Pirelli e Benetton, l’incasso, la plusvalenza che si è formata, si trattava di diversi miliardi di euro... bisogna vedere se una parte sarebbe dovuta andare al fisco italiano oppure no. Per adesso non c’è andata.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Il trucco di questa catena di Sant’Antonio sta nell’aver riposto nella Bell, una quantità di azioni Olivetti inferiore al 30% del suo capitale. E questo ha permesso poi a Tronchetti di comprare la Telecom evitando di lanciare un’offerta pubblica di acquisto
Giovanni Pons
C’è stata una sorta di trattativa privata tra la Pirelli e Benetton, cioè tra i compratori e i venditori che in quel caso erano appunto gli azionisti della Bell, tra cui Colaninno e Gnutti ma anche altri, che hanno potuto beneficiare di un prezzo molto elevato proprio perché quella partecipazione permetteva il controllo poi a valle non solo dell’Olivetti ma anche della Telecom, della Tim, di tutto.
Giuseppe Oddo - Il Sole 24 Ore - Autore “L’Affare Telecom”
Ci hanno guadagnato i soci della Bell perché tutto il premio di maggioranza è stato incamerato da coloro che avevano scalato la società.
I piccoli azionisti guadagnarono, sostanzialmente all’epoca di Colaninno, ma poi non hanno visto il becco di un quattrino quando la società è stata comprata da Tronchetti.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Colaninno, Gnutti, i loro amici imprenditori e banchieri fanno il piu’ grande affare della loro vita: nelle loro tasche finiscono oltre 7 miliardi di euro. L’ex manager dell’ Unipol, Consorte e il suo braccio destro Ivano Sacchetti, intascano 50 milioni di euro per una ancora non meglio precisata “prestazione professionale”. Ma le scatole cinesi della Bell, hanno anche fatto sospettare di poca trasparenza. Non si è mai saputo chi ci fosse dietro l’ Oak Found, il fondo Quercia, con sede nelle Isole Cayman.
Giuseppe Oddo
Qualcuno dice che probabilmente potesse esserci anche lo stesso Colaninno dietro questo fondo.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Franco Bernabè, al vertice della Telecom nel 1999, cerca di opporsi alla scalata di Colaninno e convoca un’ assemblea degli azionisti alla quale però non si presentano né la Banca d’Italia ne’ il direttore generale del Tesoro
Giuseppe Oddo
D’Alema invitò Draghi a non partecipare a questa assemblea che poteva essere un passaggio importante diciamo per porre un freno alla scalata e che Draghi sostanzialmente non era d’accordo, aveva un punto di vista diverso e invitò D’Alema a mettere per iscritto sostanzialmente questa sua richiesta. Questa lettera è stata cercata anche di recente però non è mai uscita fuori.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Colaninno e Gnutti comprano la Telecom, ma la luna di miele con gli azionisti finisce presto perché invece di ridurre i debiti comprano in varie parti del mondo e alcune operazioni sono discutibili. Come l’acquisto della Seat, l’azienda delle pagine gialle. Il governo nel ‘96 decide di scorporarla dalla Stet, cioe’ dalla famiglia della Telecom. La privatizza e la vende per circa 850 milioni di euro alla “OTTO”, una finanziaria lussemburghese dove ci sono imprenditori italiani. Ma Gnutti e Colaninno pochi anni dopo la ricomprano pagandola però 6,7 miliardi di euro. E da chi la comprano? Gnutti e Colaninno comprano la Seat da quel gruppo che l’aveva acquistata in sede di privatizzazione. Ma dietro quel gruppo in parte c’erano anche loro.
Cioe’ Gnutti e Colaninno con una mano vendono in quanto soci della Otto, con l’altra comprano in quanto proprietari della Telecom. 6,7 miliardi di euro, vengono pagati a scapito di migliaia di azionisti dalla Telecom per comprare una società che ha la sede sempre a Torino, a pochi metri di distanza. Eppure quella montagna di denaro e’ dovuta passare per il Lussemburgo.
Giuseppe Oddo
Da questi passaggi ci hanno guadagnato sostanzialmente i gruppi e le società estero-vestite dietro cui si nascondevano molti azionisti di nazionalità italiana che privatizzarono per 4 lire la società, mi pare di ricordare tra il ’96 e il ’97, poco prima della privatizzazione della Telecom.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Nel 2001, con il cambio di governo, arriva Tronchetti Provera. La sua catena di società e’ ancora più lunga di quella di Colaninno e Gnutti. Una torre di otto piani: in cima l’Mpsapa , l’azienda di famiglia, che controlla la Gpi, che controlla la Camfin che a sua volta controlla la Pirelli e company, nota come la Pirellina, che controlla la Pirellona, cioè Pirelli spa, che controlla l’Olimpia che controlla l’ Olivetti che finalmente controlla la Telecom.
Giuseppe Oddo
Uno dei fatti inspiegabili del passaggio di mano della Telecom da Colaninno a Tronchetti è questo prezzo esorbitante.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Tronchetti paga le azioni 4,17 euro, il doppio della valutazione di borsa. I soldi per comprare la Telecom arrivano ancora una volta dagli Stati Uniti. Nel 2000 Tronchetti vende la Optical technologies alla Corning. E’ la Chase Manatthan che aveva gia’ finanziato la scalata di Colaninno, che trova i miliardi di dollari da versare a Pirelli. La Corning paga l’Optical di Tronchetti, 160 volte il suo fatturato e sono bastati nove mesi per capire che razza di affare avesse fatto: un buco di 4,7 miliardi di dollari e 4000 dipendenti licenziati:
Giovanni Pons
Risulta abbastanza difficile comprendere come mai una società americana paga quelle cifre per un brevetto o un’attività nella fotonica che erano ancora nella fase abbastanza embrionale, insomma furono pagate delle cifre straordinarie.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
La prima operazione di Tronchetti, nonostante sia in una posizione di monopolio con le Pagine Gialle, e’ quella di comprare le pagine Utili, una piccola società controllata Fininvest messa in piedi dalla Mondadori e dall’On. Dell’utri. Un acquisto però che necessitava dell’ approvazione dell’ antitrust.
Giovanni Pons
Era abbastanza facile prevedere che l’autorizzazione non sarebbe arrivata. Ci fu una penale di 55 milioni se non ricordo male, di euro, che la Seat pagò alla Fininvest perché questa operazione non andò in porto. Questa penale a molti sembrò molto elevata perché non si capiva perché...
Si, insomma c’è qualcuno che l’ha messa in relazione ad altre, diciamo un po’ all’interscambio di favori che in quel periodo ci fu tra il gruppo guidato da Tronchetti e il gruppo Berlusconi ecco.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Dal 2001 al 2006 sono anni in cui tutte le società di telecomunicazioni vanno male. Per Telecom però, i guai veri cominciano quando la storia delle spie finisce sulle prime pagine dei giornali. L’inchiesta si allarga e coinvolge i vertici della security Telecom e Pirelli. A luglio del 2006 Tronchetti Provera si presenta ai dipendenti e li rassicura.
(…)
Milena Gabanelli (in studio)
Non passano due mesi e si dimette. La Telecom è piena di debiti e il consigliere di Prodi, Rovati presenta un piano di riassetto che prevede l’aiuto dello stato attraverso l’ingresso della cassa Depositi e Prestiti. Tronchetti Provera considera questo piano un’interferenza inaccettabile e se ne va. Sta di fatto che i conti non sono belli. La Practice Audit e Banca della Solidarietà su incarico della Cgil ha fatto un’analisi dei conti dei bilanci dal 99 fino al 31 12 2006. le voci che adesso vedremo sono alcune indicative.
Sergio Cusani
In questa tabella si può vedere che nel 1999 i terreni e fabbricati erano in carico a costi storici perché vengono dalla Sip, dalla Stet, quindi sono immobili già ammortizzati, antichi insomma a costi molto bassi, per 5 miliardi, nel giugno 2006 si sono ridotti a 789 e a fine 2006 vedremo dai dati di bilancio si riducono praticamente, si azzerano quasi. Hanno venduto tutto il patrimonio immobiliare, quindi quindi immobili ad uso uffici e destinati alle centrali, che è finito a diversi fondi e una parte anche a Pirelli Real Estate che è una società che fa parte della catena di controllo della Telecom e la Telecom. ha però, gli immobili che ha ceduto, li ha ripresi in affitto in leasing a 30 anni.
Milena Gabanelli
Una buona parte della vendita di questi immobili è stata fatta a trattativa privata, si potrebbe dire che Tronchetti ha venduto a se stesso per esempio 1.270.000 mq a 787 euro al mq.
Sergio Cusani
Non sono robe, terreni agricoli in campagna che si possono vendere per un’azienda che fa telecomunicazioni. Quindi sono tutte strutture che sono funzionali all’attività d’impresa.
Se lei vede nel 1999 il debito verso gli obbligazionisti era 984 milioni di euro. Alla fine del periodo siamo arrivati a 33,4 miliardi di euro rappresentati in bond collocati sul mercato di mezzo mondo.
L’utile netto consolidato, quindi di tutto il gruppo Telecom non solo in Italia, ma anche nel mondo produce in questo periodo 15 miliardi di utili e ne distribuiscono 21,9, quindi quasi 22. Quindi distribuiscono 7 miliardi di euro in più di quanti utili hanno prodotto a livello consolidato di gruppo, a livello mondiale. Hanno dovuto prendere questi soldi dalle riserve. È come qualcheduno che si vende l’argenteria di casa per far fronte al pagamento dell’affitto alla proprietaria (e i proprietari sono sempre loro stessi).
Sergio Cusani
Mentre si riducono le immobilizzazioni materiali, le immobilizzazioni immateriali si moltiplicano per un numero elevatissimo. Si passa da 853 milioni a 48 miliardi. Significa che si investe su una speranza futura di ricavare reddito, quindi si investe su una speranza, sul futuro. Anche altre aziende hanno questa voce, ma per esempio la società Telefonica spagnola che era una piccola azienda quando Telecom nel 1999 era già un grande gruppo, adesso invece è diventata un’azienda più importante di Telecom e metà di questa cifra è in investimenti in avviamento, ma una parte importante di questa cifra è perché hanno comprato aziende che producono reddito mentre questo non produce reddito.
Nel 1999 il gruppo Telecom capitalizzava in borsa 114 miliardi di euro, a fine 2006 ne capitalizza 42 miliardi di euro con una perdita di 71 miliardi di euro di capitalizzazione, quindi hanno bruciato un valore di 71,7 miliardi, tenga presente che siamo a dicembre, ad oggi, parliamo al 16 marzo, a ieri esattamente, la capitalizzazione era circa 40 miliardi di euro, quindi ancora inferiore rispetto a dicembre. Io questo lo definirei senza tanti complimenti il cosiddetto risparmio tradito: quelli che hanno investito quando valeva 114, oggi si trovano un valore dell’azienda, del gruppo di 42.
Conti record per il Gruppo Generali
Utile netto in crescita del 25,3% a 2,4 miliardi di euro, valore complessivo della nuova produzione in crescita a 1 miliardo (+21,6%), premi annui equivalenti nel Vita a quota 4,2 miliardi (+11,8%) e premi lordi nel Danni pari a 18,4 miliardi (+7,9%). Con questi risultati si chiude il 2006 per il Gruppo Generali, crocevia delle finanza italiana, che ha assegnato un dividendo complessivo in aumento del 38,6% a 955 milioni di euro, con un’azione gratuita ogni 10 possedute. La raccolta premi complessiva lorda, comprensiva dei contratti di investimento, passa a 64.525,8 milioni di euro (+2,3%): 46.080,9 milioni nel Vita (+2%) e 18.444,9 milioni nel Danni (+3,1%). Alla luce dei risultati 2006 e delle recenti acquisizioni, il Gruppo ha deciso di aumentare il target dell’utile netto per il 2008 a 3,1 miliardi di euro.
Fusione Barclays e Abn Amro: sindacati preoccupati per Antonveneta
Di seguito il comunicato dei sindacati confederali del 22 marzo scorso sulla possibile fusione Barclays e Abn Amro.
Barclays e Abn Amro hanno accelerato il negoziato finalizzato ad una possibile fusione ed hanno anche trovato un accordo sulla governance con la correlata distribuzione degli “incarichi”.
Tale decisione, oltre a scatenare il gossip sui probabili nuovi scenari del risiko bancario nazionale, suscita serie e motivate preoccupazioni circa il futuro di Antonveneta.
Non rassicura in tal senso il messaggio dell’A.D. Groenink ai dipendenti del Gruppo dove si conferma che “stiamo entrando in un periodo incerto” e si richiede “la focalizzazione sui nostri clienti e sui nostri obiettivi”.
Antonveneta, uscita da una prolungata e sfibrante battaglia per gli assetti proprietari, sta attraversando una intensa fase di ristrutturazione che discende da un piano industriale varato da pochissimo tempo e che prevede scorpori consistenti ed un impegnativo ridisegno dell’attività della banca.
E’ evidente che non è possibile prolungare uno stato di precarietà e di incertezza ed occorrono in tempi brevi indirizzi chiari e convincenti sul futuro di Antonveneta nel nuovo mosaico proprietario.
Nell’attesa di ricevere tali risposte dall’A.D. dott. Montani, ribadiamo la nostra più ferma intransigenza a soluzioni pasticciate e che non pongano al primo posto la salvaguardia dei livelli occupazionali e la valorizzazione della professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Una finanza pubblica per il diritto alla vita di tutti
di Riccardo Petrella - Da: il manifesto, 20 marzo 2007
Il boom della creazione di fondi internazionali d’investimento specializzati nel settore dell’acqua non si arresta. Il 27 febbraio scorso la Abn Amro, la principale banca «mondiale» dell’Olanda, ha annunciato su una pagina intera de Il Sole 24 Ore di aver aperto un «portafoglio d’investimento» specializzato per l’acqua «legato a una decina fra le più grandi imprese idriche private mondiali». Il contenuto pubblicitario illustra in maniera eclatante le ragioni che hanno spinto il capitale privato a investire massicciamente nell’acqua. Due i messaggi chiari, brevi, attorno i quali il paginone è costruito: «Oggi ho tanta sete», «Oggi investo sull’acqua». Ovverossia: siccome c’è tanta gente nel mondo che manca d’acqua e la sete d’acqua non farà che aumentare mentre la quantità e la buona qualità dell’acqua per usi umani sono destinate a diventare sempre pù rare, fai bene, risparmiatore italiano, a dare i tuoi denari alla Abn Amro perché il business dell’acqua ti darà un ritorno molto elevato sul tuo capitale.
Il primo fondo internazionale d’investimento dedicato all’acqua fu costituito nel 2000 dalla banca privata svizzera Pictet. Da allora gli argomenti addotti per invogliare i detentori di capitali a investire nel fondo Pictet non sono cambiati. Il ragionamento è il seguente: tutti hanno bisogno dell’acqua per vivere ma più di un miliardo e mezzo di persone non hanno le infrastrutture e i servizi per l’accesso all’acqua potabile nel mentre 2,6 mancano di servizi igienico-sanitari; con l’aumento della popolazione e il desiderio delle popolazioni di elevare il loro modo di vita, la domanda mondiale per l’acqua aumenterà considerevolmente; (le stime che circolano negli ambienti finanziari situano tra i 60 e 100 miliardi di dollari annui i bisogni in investimenti necessari per acquedotti, dighe, depuratori, pozzi, fogne e per i servizi associati). Di fronte a tali bisogni i poteri pubblici - e non solo dei paesi poveri - non dispongono delle risorse finanziarie adeguate; v’è dunque bisogno del capitale privato cui si aprono praterie per una nuova fase di accumulazione. I risultati ottenuti dai fondi d’investimento privati sull’acqua suffragano ampiamente il ragionamento. Il settore idrico ha registrato negli ultimi tre anni un rendimento del 35% in confronto al 29% per il petrolio e il gas, e al 27% per il settore dei metalli di base. II fondo Pictet, dopo soli sei anni gestisce averi per 5,2 miliardi e ha trovato numerosissimi emuli: dal belga Ekofond al canadese Criterion water infrastructure fund agli statunitensi WaterBank of America e Aqua international partners.
Ai fondi privati occorre aggiungere i fondi promossi dai governi nazionali (e dalle loro agenzie di cooperazione internazionale), così come dalle istituzioni finanziarie internazionali intergovernative allo scopo di promuovere e sostenere l’investimento privato nel settore dei beni e servizi pubblici fra cui l’acqua. Fra questi spiccano il canadese Global environment fund groupM di cui fa parte l’Atlantis water fund; le attività dell’USAid e UKAid nel contesto del Global environment fund (Gef) promosso dalla Banca mondiale in collaborazione con le altre principali agenzie dell’Onu. Se a tutto ciò si aggiungono i crescenti interventi diretti delle banche e di altri soggetti finanziari privati (assicurazioni, imprese di costruzione, imprese commerciali..) in acquisizioni di capitale - parziale o totale - delle imprese idriche, si ottiene un quadro assai chiaro della forte espansione della finanza privata nel finanziamento e gestione dell’acqua. Il mondo dell’acqua sta cambiando natura, da sistema a finanziamento pubblico a sistema privato.
Il problema politico centrale non è tanto la finanza privata che non fa altro che svolgere la sua funzione perseguendo il suo obiettivo «naturale» che è la creazione di ricchezza per il capitale affidatogli. Il problema è rappresentato dai poteri pubblici, dai rappresentanti eletti del popolo per perseguire l’obiettivo del benessere collettivo e del vivere insieme. Perché questi rappresentanti fanno di tutto, da alcuni anni, per dare per scontato che la collettività (lo stato, le regioni, le collettività locali) non ha e non avrà in futuro le risorse finanziarie per coprire il finanziamento degli investimenti in infrasturtture e servizi nei settori dei beni e servizi essenziali e insostituibili per la vita, e per il benessere e la sicurezza d’esistenza collettivi? I poteri pubblici non possono sostenere che l’investimento privato è indispensabile e deve diventare sempre più la fonte primaria di finanziamento degli investimenti pubblici. I rappresentanti eletti lo sono stati per garantire i diritti umani e sociali di tutti i cittadini e non per affidare a soggetti privati, alla «libera concorrenza» fra loro e alla logica della capitalizzazione privata il compito di assicurare il soddisfacimento dei diritti.
Un governo come quello presieduto da Romano Prodi deve contribuire a riscrivere la storia della finanza pubblica, partendo da due strade strettamente interconnesse: quella del risanamento e rinforzo della fiscalità generale e specifica per colpire i meccanismi che alimentano lo sperpero e la devastazione delle risorse naturali e non naturali comuni, e quella della ripubblicizzazione di istituti finanziari quali la cassa depositi e prestiti, le casse di risparmio e di economia locale, le cooperative. Deve, inoltre, adottare nel contesto di una nuova legge nazionale su tutte le acque, le misure necessarie per rinforzare la capacità finanziaria delle imprese pubbliche idriche favorendo gli strumenti di coordinamento e di cooperazione fra le imprese (per esempio via consorzi interbacini e lo sviluppo di servizi comuni interregionali). Solo attraverso una finanza pubblica rinnovata e rinforzata, a livello nazionale e internazionale, sarà possibile evitare la catastrofe cui è destinato, allo stato attuale, il futuro del diritto alla vita per tutti e il divenire dei beni comuni, patrimonio dell’umanità, come l’aria, l’acqua, il sole, le foreste, la conoscenza.
Si allarga l’allarme per i fondi di private equity
Continua il dibattito sui fondi di private equity, detti anche fondi . Ne parla anche Danilo Taino sul Corriere Economia di questa settimana, citando l’iniziativa di legge del ministro tedesco delle finanze, Peer Steinbruck, per arginare il fenomeno. In questa legge si propone tra l’altro di cancellare la deducibilità fiscale degli interessi sul debito e, dal momento che tali fondi basano la propria attività sull’indebitamento, sarebbe una chiara misura di contrasto. Ma a lanciare l’allarme sono anche i sindacati di tutto il mondo, alcuni membri del Congresso Usa e autorevoli esponenti del partito laburista in Inghilterra. E non si tratta di invidia per la ricchezza che generano, come dice Taino. Almeno non la pensano così i lavoratori della Galileo Italia e tutte le vittime di questi fondi.