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lunedì, 30 aprile 2007

Ancora Abn e l’arroganza degli azionisti-speculatori

Riportiamo di seguito una nota della Fiba Cisl sul caso Abn

E’ noto che la cordata Royal Bank of Scotland (Rbs) con Santander e Fortis ha lanciato un’offerta indicativa da 72,2 miliardi di euro per Abn ( il 13% in più di quanto proposto nei giorni scorsi dalla Barclays). Nell’offerta, però, è insita una condizione fondamentale: la rescissione del contratto di vendita della controllata americana di Abn “LA SALLE” a Bank of America. Una offerta, comunque, che ha messo in difficoltà il management che aveva, invece, accolto l’offerta di acquisto avanzata a suo tempo dalla citata banca londinese.

Questo l’antefatto. Nella giornata del 26 aprile, durante l’assemblea degli azionisti di Abn, dette difficoltà sono emerse platealmente quando circa il 68% dei soci ha approvato una mozione presentata da uno dei fondi presenti, il Tci, a favore della vendita “spin-off” finalizzata appunto a massimizzare il valore per gli azionisti (una vendita, cioè, cosiddetta a “spezzatino” del gruppo Abn, che poi era quanto voluto dalla citata cordata).

Dunque tutto in alto mare rispetto al possibile approdo di Abn e delle sue partecipazioni, ivi, comprese il 100% di Antonveneta e circa il 9% di Capitalia. Una battaglia che si può immaginare ancora lunga e che nello stesso tempo costituisce un precedente dai risvolti imprevedibili. Infatti, da oggi in poi tutte le banche europee ritenute non sufficientemente redditizie, su iniziativa dei fondi speculativi e degli stessi azionisti in generale, possono rischiare una forte contrapposizione fra questi ed il management.

Da questa esperienza è possibile trarre una morale sulla quale il Sindacato sta già riflettendo. Aziende come le banche, per la loro alta funzione sociale connessa all’economia generale, possono essere condizionate esclusivamente dagli azionisti che puntano alla immediatezza dei risultati in barba a qualsivoglia visione prospettica di più ampio respiro? Non è peregrino pensare che su partite di tale portata il dibattito deve essere ampio e coinvolgente; e chi ha orecchie per intendere, intenda.

Postato da: robycuda a 17:19 | link | commenti (1)
opinioni, aziende, abn amro, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Equador: il presidente Correa sostiene la lotta indigena contro la Chevron

Il neo presidente dell’Equador Rafael Correa sosterrà la lotta degli indigeni contro il gigante del petrolio Chevron Corp., portato in tribunale con l’accusa di non aver adeguatamente riparato ai danni causati dal versamento di grandi quantità di petrolio nel cuore della foresta amazzonica. Correa ha affermato che il disastro ambientale è circa 30 volte più grave di quello causato nel 1999 dalla Exxon Valdez in Alaska. “Ma sembra che quello che succede nel terzo mondo non sia un problema”, ha detto il presidente. Si tratterebbe di circa 68 miliardi di litri di acqua inquinata dal petrolio versati nel terreno, senza adeguato ripristino da parte dell’azienda, che secondo gli avvocati delle popolazioni colpite (circa 30.000 indigeni e contadini) avrebbero aumentato molto l’incidenza del cancro nella zona. L’azienda – che negli ultimi tre anni ha incassato utili pari a circa 33 miliardi di euro - sostiene di aver adottato tutte le misure necessarie per repulire l’ambiente, ma teme un clima politico ostile che potrebbe influenzare il corso del processo. (Fonte: The Associated Press, 26/04/2007)

Postato da: robycuda a 08:44 | link | commenti
aziende, economia internazionale

Morgan Stanley condannata a pagare 46 milioni di dollari per discriminazioni sessuali

Morgan Stanley ha accettato di pagare 46 milioni di dollari di risarcimento nella causa (class action) intentata da 2.700 impiegate negli Usa, che accusano la banca di discriminazioni di genere nella politica salariale e nelle promozioni. L’azienda dovrà anche introdurre nuovi sistemi per combattere tali pratiche e lanciare iniziative di formazione per le donne, che dovrebbero costare circa 7,5 milioni di dollari per i prossimi cinque anni, oltre ad un aumento medio delle paghe per il personale femminile di circa 16 milioni di dollari. (Fonte: Times Online, 25/04/2007)

Postato da: robycuda a 08:42 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi

domenica, 29 aprile 2007

Abn Amro: 1 miliardo di euro per Sakhalin II

Mentre Royal Bank of Scotland, Banco Santander e Fortis annunciano l’intenzione di lanciare un'Opa ostile su Abn Amro al prezzo di 72,2 miliardi di euro, The Moscow Times ha rivelato il 26 aprile scorso che la stessa Abn Amro e Societe Generale, hanno concesso un finanziamento di 1 miliardo di euro a testa a favore di Gazprom, controllata dal governo russo, per l’acquisto della quota di controllo nel progetto Sakhalin II, al centro delle contestazioni in tutto il mondo per il forte impatto sociale e ambientale. Abn Amro, Royal Bank of Scotland e Barclays (altra contendente per l’acquisto della banca olandese) sono tra i firmatari Equator Principles, che impegnano gli istituti a precise regole di responsabilità sociale e ambientale nell’erogazione dei finanziamenti. (Fonte: Banktrack, www.banktrack.org)

Postato da: robycuda a 00:22 | link | commenti
aziende, abn amro, economia italiana, economia internazionale

Effetto siccità anche in Borsa: crescono i titoli del settore idrico

Nei giorni scorsi i titoli di Acque Potabili, gruppo torinese del settore idrico e quelli della genovese Mediterranea delle Acque hanno guadagnato a Piazza Affari rispettivamente oltre il 15% e oltre il 12%, una performance del tutto inusuale per aziende di questo settore. Sullo sfondo le voci di fusione tra i due gruppi, che tra l’altro appartengono alla stessa holding: la Iride, nata in ottobre dalla fusione tra le genovese Amga e la torinese Aem. Ma la voce è stata smentita dalle aziende interessate, mentre una crescita più modesta ha interessato anche la romana Acea. Che sia l’effetto siccità? (Fonte: Il Sole 24 Ore, 27/04/2007)

Postato da: robycuda a 00:20 | link | commenti (2)
aziende, economia italiana

sabato, 28 aprile 2007

Clima: tre ostacoli da superare per evitare il disastro

di Immanuel Wallerstein – sociologo, economista, direttore del centro "Fernand Braudel" per gli studi di Economia, Analisi storica e Civilizzazione

 

Sono ormai circa cinquant’anni che gli scienziati ci avvertono dei pericoli delle trasformazioni del clima terrestre causate dall’uomo. Ma negli ultimi due o tre anni ci sono stati due importanti cambiamenti della situazione. Primo, c’è stata una serie di autorevolissimi rapporti di diversi gruppi scientifici, i quali non affermano semplicemente che questi pericoli sono reali ma che si stanno verificando a un ritmo assai più veloce di quanto gli scienziati credessero anche solo cinque anni fa. Come ha detto di recente il cancelliere tedesco Angela Merkel, "Non mancano cinque minuti a mezzanotte, mezzanotte è passata da cinque minuti".

Il secondo cambiamento è la misura in cui questi mutamenti sono diventati visibili per la gente comune. C’è stato lo tsunami nell’oceano Indiano. C’è stato l’aumento della frequenza e della ferocia degli uragani nei Caraibi, culminati nel notevole disastro di Katrina. La stampa diffonde le foto dello scioglimento delle aree ghiacciate nell’Artico. E quest’anno a Londra i meteorologi che da più di trecento anni misurano le temperature hanno annunciato che questo è stato l’inverno più  caldo da quando sono cominciati i rilevamenti. La controparte del caldo in Europa sono stati i tornado e gli altri disastri causati altrove dal vento.

E allora, perché si fa così poco? Chiaramente non è per mancanza di una consapevolezza del problema, per quanto alcuni cerchino di negarne l’esistenza. Eppure il livello di prontezza all’azione dei leader politici del mondo, e anzi il livello della pressione pubblica perché facciano qualcosa, è notevolmente basso. Quando c’è uno scollamento così chiaro fra conoscenza e azione, devono esserci ostacoli in campo sociopolitico che lo spiegano. In effetti esistono tre ostacoli piuttosto potenti all’azione: gli interessi di produttori/imprenditori, gli interessi delle nazioni meno ricche, e gli atteggiamenti miei e vostri. Ognuno di questi è un ostacolo potente.

I produttori/imprenditori si preoccupano prima di tutto della redditività della loro attività. Se gli si chiede di internalizzare costi che attualmente non devono pagare (il miglioramento o il disinquinamento dei processi inquinanti), questo influenza seriamente i loro profitti in due modi. Primo, li costringe ad aumentare i prezzi, e potrebbero scoprire che questo elimina alcuni clienti. E se internalizzano i costi ma i loro concorrenti non lo fanno, possono perdere fatturato a loro vantaggio. Per questo, come regola generale, è improbabile che le azioni volontarie funzionino, dato che di rado sono unanimi. In tal caso il produttore/imprenditore virtuoso perderà a vantaggio di suoi concorrenti. La soluzione è l’internalizzazione obbligatoria dei costi imposta dallo stato. Questo, anche se risolve il problema del concorrente nazionale, lascia ancora aperto lo svantaggio nei confronti di concorrenti internazionali, come pure il fatto che, oltre un certo prezzo, c’è una diminuzione di clienti.

Il secondo problema è precisamente quello della concorrenza internazionale. I paesi più poveri cercano di migliorare la loro capacità di competere sul mercato mondiale. Uno dei modi in cui lo fanno è producendo determinati prodotti a un livello di costo inferiore, e quindi articoli che possono essere commercializzati a un livello di prezzo inferiore. Se vengono ordinati (diciamo attraverso un trattato internazionale) determinati cambiamenti nel processo di produzione (diciamo la riduzione dell’uso del carbone per ottenere energia) questo richiede una costosa ristrutturazione delle industrie di tali paesi, oltre alla potenziale perdita del loro vantaggio comparativo quanto a prezzi. Questo è attualmente l’argomento di paesi vastissimi come Cina e India, ma anche di paesi dell’Europa centro/orientale come Polonia e Repubblica Ceca. Naturalmente c’è una parziale soluzione a questo problema. Si tratta di un massiccio finanziamento dei costi di ristrutturazione delle industrie di questi paesi ad opera dei paesi attualmente ricchi (Stati Uniti, Europa occidentale). Ma tali trasferimenti di ricchezza - perché di questo si tratta - sono sempre stati impopolari, e hanno scarso

appoggio politico in questi paesi più ricchi. E in ogni caso non influenzano la potenziale perdita di vantaggio nei prezzi, così importante per quei paesi meno ricchi.

Voi ed io costituiamo il cuore del terzo ostacolo. Si chiama consumismo. Alla gente è sempre piaciuto consumare. Ma negli ultimi cinquant’anni il numero di persone che poteva consumare oltre un certo livello minimo per la sopravvivenza è aumentato notevolmente. Se si chiede agli individui di consumare meno elettricità o meno energia, o di consumare meno prodotti che richiedono tali input, si sta chiedendo a individui che attualmente sono consumatori di cambiare il proprio stile di vita, spesso in modo significativo. E quanto a chi attualmente non è abbastanza ricco per dedicarsi a consumi del genere, gli si sta chiedendo di rinunciare alle potenti aspirazioni di avere accesso al consumo che gli è stato storicamente negato. Anche questo si può risolvere. La gente può rieducarsi a vicenda. All’interno del proprio sistema di valori può portare in primo piano cose che non siano maggiori consumi. Noi tutti possiamo accettare la necessità di ottenere livelli di vita più paritari in tutto il globo, anche se per alcuni questo può significare diminuire i propri vantaggi.

Cinquant’anni fa gli scienziati hanno presentato per la prima volta la prova che consumare il tabacco e i suoi derivati causava un accresciuto tasso di cancerosità. Fare qualcosa al riguardo incontrava i medesimi ostacoli che oggi presenta fare qualcosa quanto ai rischi climatici. Dopo cinquant’anni in tutto il mondo il livello di consumo del tabacco è considerevolmente diminuito, in parte perché le società che lo producono sono state costrette mediante azioni giudiziarie a rimborsare i costi sociali delle loro azioni precedenti, in parte perché gli individui hanno rieducato se stessi, e in parte grazie a restrizioni imposte dallo stato sui locali in cui è permesso fumare. Così qualcosa si può fare, è chiaro. Ma abbiamo cinquant’anni? (www.zmag.org/italy - Attac Info 171)

Postato da: robycuda a 23:28 | link | commenti
opinioni, economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

mercoledì, 25 aprile 2007

L’alto costo sociale e ambientale del cellulare

Le due facce dell’industria ad alta tecnologia della telefonia mobile: prodotti di qualità e funzioni sempre più all’avanguardia con dietro sfruttamento del lavoro, impiego di minori e rispetto dell’ambiente da migliorare. Questo il quadro che emerge dall’inchiesta di Altroconsumo in collaborazione con le associazioni di consumatori di Austria, Belgio, Finlandia, Olanda, Spagna e Portogallo sul mondo della produzione dei telefonini. Coinvolti i cinque principali produttori: LG, Motorola, Nokia, Samsung, Sony Ericsson. L’inchiesta sulla responsabilità sociale delle cinque aziende è stata condotta sull’analisi di tre parametri: le politiche sociali (il rispetto dei diritti dei lavoratori sanciti dalle direttive internazionali Oil) con interviste agli operai di 15 fabbriche in Cina, Thailandia, India, Filippine; il rispetto dell’ambiente (impatto ambientale nella produzione e nell’uso dei prodotti); la trasparenza (come le aziende informano e comunicano ciò che fanno). In Cina le condizioni peggiori: nella stagione di massima produttività, in uno stabilimento, 200 minorenni hanno lavorato per più di 400 ore al mese ciascuno, 60 di queste ore non sono state pagate. In un'altra fabbrica 12 donne sono state ricoverate per sintomi di avvelenamento grave da esposizione a sostanze tossiche e non hanno ricevuto il salario per i giorni di degenza. Una ha dovuto abortire.

L’impatto ambientale nella produzione dei telefonini è altissimo: si utilizzano più di cento sostanze, di cui molte tossiche o pericolose in fase di smaltimento. Tutte le aziende dichiarano di rispettare la direttiva europea RoHS relativa all’utilizzo di piombo, cadmio, mercurio, cromo esavalente e due tipi di ritardanti di fiamma (BFR) non più permessi a partire dal 1 luglio 2006 all’interno dell’Unione europea. Altroconsumo ha esortato le istituzioni italiane ad attuare la direttiva anche nel nostro Paese. Sarebbe così esteso anche ai negozi l’obbligo di ritirare i vecchi telefonini, quando un consumatore ne acquisti uno nuovo. (Fonte: Altroconsumo)

Postato da: robycuda a 20:10 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

sabato, 21 aprile 2007

India: Coca Cola finanzia l’accesso all’acqua, intanto la sottrae per produrre la bibita

Ormai siamo al paradosso. Coca Cola ha siglato un accordo con United Nations Human Settlements Programme (Un-Habitat) che prevede la collaborazione in progetti per migliorare l’accesso all’acqua delle comunità in India e Nepal. Tra questi la fornitura di acqua a 150 scuole nello stato indiano del West Bengal state. Il paradosso sta nel fatto che per migliorare l’accesso idrico basterebbe interrompere l’estrazione di acqua per imbottigliare Coca Cola. Il 22 marzo scorso infatti, più di 40 persone che protestavano contro le attività della Coca-Cola in India sono state arrestate dalla polizia della capitale indiana New Delhi. I manifestanti, in occasione delle giornata mondiale sull’acqua, chiedevano alla Commissione di Pianificazione (presieduta dal Primo Ministro Indiano Manmohan Singh) di prendere contromisure immediate per frenare la grave carenza idrica subita dalle comunità in tutta l’India a causa del prelievo di acqua di falda da parte della Coca-Cola e della Pepsico. Le attività della multinazionale in India sono attualmente oggetto di scrupolosi esami, in seguito alle denunce delle comunità di gravi carenze idriche e inquinamento delle falde e dei terreni. (Fonti: http://www.un.org/; www.IndiaResource.org)

Postato da: robycuda a 17:58 | link | commenti
aziende, coca cola, economia italiana, economia internazionale

lunedì, 16 aprile 2007

AAA nuovo presidente della Banca Mondiale cercasi

Washington, 16 aprile 2007 – Che fine settimana di fuoco, quello degli incontri di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale! Chi si sarebbe atteso una tale attenzione da parte dei media per un evento che, vista la penuria degli argomenti in agenda, minacciava di passare inosservato? E invece ecco esplodere la “bomba Wolfowitz”: il mastino della lotta alla corruzione che fa ottenere promozione e luato aumento di salario alla sua amante-collega. L’ex sottosegretario alla Difesa degli Usa l’ha fatta talmente grossa da scatenare le ire della stragrande maggioranza dei dipendenti della Banca mondiale da lui presieduta (11.000 in tutto). Lo staff ha ufficialmente chiesto le dimissioni del presidente, ritrovandosi nella giornata di sabato 14 aprile a manifestare… davanti alla sede dell’istituzione! Sì, avete capito bene, stiamo parlando di economisti e esperti (o presunti tali) di questioni di sviluppo, non di giovani altermondialisti!

Intanto le Ong si organizzavano per cercare un valido successore a Mr Wolfowitz, diffondendo una loro ipotetica offerta di lavoro. Secondo gli esponenti della società civile internazionale, il prossimo presidente della Banca mondiale deve ricevere un salario proporzionato alla validità delle sue prestazioni in relazione alla lotta alla povertà, deve preferibilmente provenire da Paesi del Sud del mondo (Texas escluso), deve avere un’esperienza decennale sullo sviluppo in campo internazionale (le attività militari non contano) e deve essere disponibile a lavorare con la società civile globale.

Ovviamente il nuovo presidente dovrà sottostare a tutti i codici morali ed etici previsti dalla Banca – cercando di non imitare il suo predecessore –, risponderà delle sue azioni a tutti i cittadini del pianeta e si impegnerà affinché le decisioni del Board della Banca siano prese in maniera trasparente e democratica. Postilla finale, il candidato non deve avere precedenti penali per corruzione… Crbm (da www.crbm.org)

Postato da: robycuda a 17:25 | link | commenti (1)
economia internazionale

domenica, 15 aprile 2007

L’Africa non è in vendita! 19 aprile Giornata di azione globale sugli EPAs

L’Europa sta negoziando con molta discrezione con 77 sue ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs), accordi commerciali che vogliono aprire ai nostri prodotti la maggior parte dei mercati di questi Paesi, in particolare agricoli e industriali, senza tener conto delle conseguenze. Qualcuno in Italia se n’è accorto?

Erano nati come accordi di cooperazione, ma i Paesi ricchi, primi fra tutti quelli dell’Unione europea, si ostinano a pensare che la priorità dell’Africa stia nell’integrazione nei mercati globali, nonostante gli evidenti fallimenti delle politiche di libero commercio nel portare un accresciuto benessere in ogni contesto e per tutte le fasce della popolazione. Un’evidenza che diventa drammatica nel caso dei Paesi africani, gli unici ad aver applicato con rigore negli ultimi due decenni le ricette di aggiustamento strutturale e di liberalizzazione imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, con risultati economici e sociali fallimentari e una povertà in aumento.

Per questo da Londra a Dakar, da Berlino a Milano gruppi di attivisti in più di 20 Paesi dei 4 continenti si mobilitano per “svegliare l’Europa”, e in Italia parte la nuova campagna L’Africa non è in vendita!

Giovedì 19 aprile 2007 dalle ore 11.30 in Italia ci saranno presidi a Milano in Via Solferino 40, MM2 Moscova; a Roma in Via di S.Martino della Battaglia 4, zona Villa Borghese; a Napoli in Via Francesco Crispi 69. Ogni partecipante è invitato a portare sveglie, campanelli, trombe, pentole, tamburi e tutto ciò che può fare rumore (molto rumore), allo scopo di dare simbolicamente all'Unione Europea il messaggio di svegliarsi, e di adottare dei negoziati più equi. Verrà preparata una grande Africa in cartone da vendere ai passanti, proponendo loro di firmare un contratto di “svendita” del continente acquistando le sue risorse, sfruttando la sua forza lavoro e conquistando i suoi mercati. Promotori della campagna: Beati Costruttori di Pace, Campagna EuropAfrica, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Centro Internazionale Crocevia, Fair, Legambiente, Mani Tese, Rete di Lilliput, Terra Nuova, Tradewatch, WWF Italia.

Postato da: robycuda a 11:43 | link | commenti
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