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lunedì, 30 luglio 2007

EPA (Economic Partnership Agreement): la minaccia europea ai contadini del Ghana

Le importazioni di salsa di pomodoro e di pollo hanno già un impatto deleterio sui redditi delle famiglie contadine del Ghana. Una riduzione dei dazi applicati sull'importazione di questi prodotti, prevista dagli accordi di partenariato economico (EPA) in corso di negoziazione con l'Unione Europea, provocherebbe un nuovo peggioramento delle loro condizioni ed una violazione del diritto ad una alimentazione adeguata.

Queste sono le conclusioni preliminari di un'analisi organizzata da FIAN International e dalla Send Foundation dell'Africa Occidentale a cui si è aggiunta l'Associazione nazionale degli agricoltori rurali del Ghana. L'obiettivo di questa analisi era quello di investigare i possibili effetti che gli accordi EPA potrebbero avere sul diritto al cibo sui paesi aderenti all'ECOWAS (Economic Community of West African States).

Dal 30 giugno al 5 luglio 2007, il team ha condotto diverse interviste a produttori di pomodori a Koluedor, nel distretto East Dangbe, ad allevatori di polli ad Ashaiman nel distretto di Greater Accra, a funzionari governativi, nazionali e locali, così come ricercatori, membri di ONG e sindacalisti.

Le interviste condotte con gli allevatori hanno rivelato che la produzione in Ghana è vicina al collasso. La maggior parte degli allevatori ha smesso di allevare polli (per la precisione polli da arrostire) e si sono concentrati sulle uova. Nel passato la produzione avicola era strategica nella generazione del reddito; oggi molti allevatori nei mesi di mancata produzione (le galline non producono uova costantemente per tutti e 12 i mesi dell'anno ndr) ed in quelli che intercorrono fra la nascita del pulcino e l'entrata in produzione, rimangono senza entrate. Molti allevatori hanno confidato di mangiare due volte al giorno negli ultimi anni (colazione compresa ndr).

Gli allevatori hanno smesso di vendere polli per le crescenti difficoltà a trovare un mercato e per i bassi profitti derivanti dalle vendite, dovuti all'aumento delle spese e al calo dei prezzi di vendita dovuto alla concorrenza delle importazioni estere. Le interviste confermano gli studi della FAO e di alcune ONG occidentali che puntano il dito sulle esportazioni europee di carne avicola che negli ultimi anni hanno invaso il Ghana.

Anche se l'invasione di mercato ha avuto il suo apice nel 2004, gli allevatori ghanesi rimangono convinti che le esportazioni europee siano la maggior minaccia per il loro lavoro e chiedono al loro governo di creare le condizioni per una concorrenza equa tramite la riduzione dell'import di carne avicola low cost made in UE.

Gli allevatori hanno rivelato che i costi di produzione sono cresciuti più dei prezzi di vendita; i piccoli produttori devono ricorrere alla richiesta di prestiti. Un agricoltore di Asìhaiman ha detto che mentre nel 2004 spendeva 250 mila cedi (valuta locale) per acquistare 80Kg di mais ora ne spende 450 mila. Gli allevatori si appellano al governo per avere accesso a forme di credito più vantaggiose per mitigare i costi di produzione. Il gruppo che ha condotto questo studio ha lamentato il fatto che nessuno degli intervistati ha mai ottenuto dei contributi governativi e che il governo del Ghana non ha aumentato i dazi all'importazione per favorire il consumo di prodotti domestici. In questo modo il governo ha fallito il suo scopo di garantire il diritto ad una adeguata alimentazione ai contadini produttori di carne avicola.

Anche i coltivatori di pomodoro hanno una quota di mercato ridotto dalle importazioni di salsa di pomodoro proveniente da Italia, Spagna e Portogallo. Le importazioni annuali sono passate da 3.269 tonnellate nel 1998 a 24.740 nel 2003, mentre la produzione domestica risulta ferma.

I contadini in Koleudor hanno dichiarato di incontrare sempre maggiori difficoltà a vendere i loro pomodori a prezzi e quantità che permettano loro di sfamare le loro famiglie. Per i contadini più poveri questo significa ridurre la loro alimentazione, specie per donne e bambini, ed aumentare i debiti.

La crescente domanda di salsa di pomodori costituisce un problema per i produttori ghanesi che potrebbe tramutarsi in una opportunità o in un fallimento a seconda delle misure che verranno prese. Nel caso in cui le tariffe applicate all'importazione, pari a una percentuale del 20%, siano ridotte (come prospettato dai negoziati EPA ndr), i produttori locali verrebbero infatti spazzati via. Al contrario potrebbe esserci una crescita dei loro redditi se i dazi fossero aumentati e si trovassero le risorse per sviluppare una industria di trasformazione locale. Tutto questo è necessario perché con i dazi attuali la salsa europea è conveniente rispetto a quella locale, inoltre i contadini avrebbero bisogno di interventi per migliorare l'irrigazione e garantire una produzione più costante nel corso dell'anno e varietà adatte.

Nel 2000 il Ghana ha ratificato la Convenzione Internazionale per i Diritti sociali Culturali ed Economici, che sancisce con l'articolo 11, il diritto ad una adeguata alimentazione. Il gruppo che ha condotto questo studio fa appello al Ghana, ai paesi ECOWAS e all'Unione Europea perché si attivino per non limitare questo diritto agli agricoltori riducendo ulteriormente o addirittura eliminando i dazi all'importazione.

Le interviste indicano chiaramente che è necessario garantire un adeguato accesso al mercato ai coltivatori di pomodori e agli allevatori di pollame, ma ciò non sarà possibile se il Ghana continuerà ad applicare la tariffa comune dei paesi del blocco ECOWAS (20%) o se, attraverso i negoziati EPA con l'UE, questa tariffa sarà ridotta.

Il team chiede al governo Ghanese e ai donatori internazionale di fornire assistenza ai coltivatori ed agli allevatori per sostenere il loro reddito ed aumentare la sicurezza alimentare. La mancanza di sostegno da parte del governo risulta in contraddizione con gli impegni assunti per garantire il diritto al cibo utilizzando tutte le risorse disponibili.

L'analisi condotta sarà pubblicata in settembre.

 

Comunicato di FIAN International, FIAN Ghana e SEND Foundation of West Africa. FIAN (FoodFirst Information and Action Network) è una ONG che si oocupa di diritti umani, con particolare focus sul diritto al cibo. SEND Foundation - Social Enterprise Development Foundation of West Africa promuove misure per la sicurezza alimentare nelle comunità rurali in Africa Occidentale. (Fonte: Roberto Meregalli)

 

Contatti:

-Ute Hausmann (FIAN International): u.hausmann@fian.de

-Mohammed Issah (Send Foundation): issahmed@yahoo.com

-Mike Anane (FIAN Ghana): mikeanane@yahoo.com

Postato da: robycuda a 14:14 | link | commenti (1)
economia italiana, economia internazionale

venerdì, 27 luglio 2007

Liquidazioni milionarie: a Geronzi 20 milioni di euro

Cambiano i vertici di Capitalia e Mediobanca e arrivano le buonuscite per i dirigenti. A Cesare Geronzi, condannato per il crak Italcase e premiato con la presidenza del Consiglio di sorveglianza di Mediobanca, andranno 20 milioni di euro come liquidazione per la presidenza di Capitalia e “premio alla carriera”, culminata con la fusione con Unicredit. Gabriele Galateri invece, ex presidente di Mediobanca, riceverà “solo” 10 milioni di euro, ma ha già in tasca una plusvalenza di 12 milioni di euro per le stock option in portafoglio. Anche Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha incassato nel 2006 stock option per oltre 25 milioni di euro. (Fonte: Radiocor)

Postato da: robycuda a 15:37 | link | commenti
aziende, economia italiana, banche e armi, unicredit, intesa-sanpaolo

Domande esistenziali sul sistema fiscale italiano

Qualche riflessione esistenziale in periodo di imposte e tasse. Non sull’equità del nostro sistema fiscale, ma sul metodo. Nessuno finora mi ha mai spiegato l’arcano mistero che sovrasta il sistema di riscossione italiano. Come tutti sanno, ogni anno paghiamo le imposte non sul reddito reale, ma su quello presunto, calcolato sul reddito reale dell’anno prima. Prima domanda: PERCHE’? O meglio, paghiamo un acconto pari al 99% (!) del reddito presunto, suddiviso in due tranche del 40% e del 60%, la prima a luglio e la seconda a novembre. Quindi l’anno successivo verrà addebitata o accreditata la differenza tra reddito reale e reddito presunto, più il restante 1%. Con la conseguenza che se per caso il reddito reale dell’anno prima si rivelasse superiore a quello presunto, saremmo tenuti a pagare la differenza di imposta dell’anno precedente più l’imposta dell’anno in corso (anche se l’anno in corso, per ipotesi, avessimo una perdita secca). Quindi a fronte di un aumento del 10% del reddito potremmo trovarci un incremento di imposte di gran lunga maggiore, anche il doppio o il triplo. Ancora: PERCHE’? Perché non fare come in Inghilterra, dove a gennaio ognuno calcola i redditi dell’anno prima e l’aliquota corrispondente, compilando un semplicissimo modulo? Daremmo meno soldi a commercialisti e patronati, avremmo migliaia di contenziosi (e relativi costi) in meno ogni anno e meno sanzioni a carico dei contribuenti. Senza contare i costi della burocrazia, gli investimenti che perdiamo e gli accidenti dei cittadini. Ma sarebbe troppo facile. Siamo in Italia. R.C.

Postato da: robycuda a 15:35 | link | commenti
opinioni, economia italiana, economia internazionale

Scoppia il caso Italease. E Banca Etica che fa?

Non ci si sta capendo più nulla. Promettono di tappare un buco da una parte e subito si apre uno squarcio dall’altra, mettono una pezza su un tema vistoso che fa notizia come il commercio di armi e contemporaneamente provano a soffocare la piccola impresa a mani nude. Non ci si sta a capendo più nulla.

Una Banca è Etica fino a prova contraria o non lo è finché non lo dimostra? 

Banca Italease è il nuovo scandalo dell’estate 2007. In pochi mesi si è vista esplodere un buco per perdite intorno ai 700 milioni di euro per lo strumento finanziario principe del suo fare banca – il derivato - tanto da essere commissariata da parte di Banca D’Italia. (che non è cosa da poco, anzi).

Il Governatore aveva già fatto riferimento al caso specifico in un recente intervento: “Grazie a un’ispezione che la Banca d’Italia aveva avviato nel gennaio di quest’anno presso una banca, è emerso che la banca in questione aveva venduto a imprese clienti complessi prodotti derivati fortemente esposti a un rialzo dei tassi di interesse. A seguito degli andamenti del mercato, tali derivati hanno determinato una forte, repentina crescita nell’indebitamento dei clienti che li avevano acquistati. Oltre ai rischi legali e di reputazione, è cresciuta di conseguenza l’esposizione della banca al rischio di controparte».

 

Un comportamento per nulla etico, ovviamente. C’è un problema però che ci riguarda direttamente. Come per la vicenda banche armate credo che il Cda di Banca Etica, cambiando l’oggetto, debba rispedire la stessa lettera alle sue socie Banca Popolare di Milano e Banca Popolare dell’Emilia Romagna, per chiedere nuove spiegazioni. Infatti nella compagine sociale di Banca Italease le 2 popolari, socie di BE, sono ben presenti ed a pieno titolo essendo nel Patto di Stabilità che governa e gestisce (BPM con l’1,83% e BPEM con l’6,78%). Il patto di Stabilità prende le decisioni collegialmente.

In queste ultime settimane sta emergendo di tutto. Da rabbrividire e arrossire. E lo scandalo, anche se fosse un decimo di quello che è, non può lasciare indifferente BE e a noi, con zero entusiasmo ma con evidenti ragioni, non possiamo che costatare che questi matrimoni “non s'an da fare, né (all)ora né mai”.  Una Banca se sta nel Sistema tradizionale della finanza non può essere etica e, ahinoi, non lo può neppure diventare. Gli interessi dei diversi stockholder saranno sempre contrapposti.

BPM per esempio una volta – e ancora adesso – è implicata nelle banche armate, poi la si trova – ancora oggi – nella compagine azionaria di società del Gruppo Finmeccanica. Come se non bastasse è redarguita e monitorata da un documento di Banca d’Italia per il suo comportamento anomalo e censurabile di vendita forzata e rapidissima, per diversi milioni di euro, di Titoli Parmalat proprio poco prima del crollo dell’azienda del latte, detenuti appunto nel proprio portafoglio da BPM e “girati” ai risparmiatori.  Qui, tra l’altro non mi sembra che Banca Etica abbia chiesto informazioni (aspetterà la magistratura?).

 

Ma per tornare al tema: che cos’è nel merito questo scandalo che rischia di azzoppare una fetta della media e piccola impresa e per il momento ha azzerato coattamente il CdA? Italease vendeva alle imprese (tanti) contratti di assicurazione contro il rialzo inaspettato dei tassi. Così pubblicizzandoli sul suo sito: “Il contratto Irs (Interest rate swap) consente all'impresa, indebitata a tasso variabile di non subire le oscillazioni e le incertezze (...) il cliente ha l’opportunità di gestire e trasformare il tasso variabile in tasso fisso stabilendo così un prezzo del proprio indebitamento, per una durata prestabilita”.

 

Il Sole 24ore si domanda – e non solo lui – come è possibile che quei derivati di copertura e tranquillità in soli sei mesi abbiano palesato perdite cumulate per oltre 700 milioni di euro, che la banca ha pagato alle sette banche d'affari che hanno confezionato prodotti così rischiosi, e che la rete di Italease ha piazzato a piene mani nel corso negli ultimi anni? Cos’altro erano, infatti, alla fine questi prodotti per produrre un buco di tale entità?

Strumenti che si sono rilevati, o si stanno rilevando, speculativi. Anziché coprire i rischi ne amplificavano gli effetti. E per giunta ora Italease batte disperatamente cassa. E a chi si rivolge? Non a chi, all'interno dei vertici della banca, ha permesso la vendita a pioggia di questi strumenti, ma proprio agli sfortunati possessori di quei «miracoli» di ingegneria finanziaria che il più delle volte tutelavano la banca, mentre esponevano i sottoscrittori a perdite esponenziali in caso di rialzo dei tassi.

 

Le lettere pubblicate su Ilsole24ore www.ilsole24ore.com (Derivati o Italease) spiegano più di tante parole il caos ed il dramma. Un imprenditore per esempio informa che il valore di mercato del suo derivato, stipulato nell'ottobre del 2003, è in perdita per 303mila euro. Un buco del 30% dato che l'ammontare del contratto è di un milione di euro. Un derivato che è stato rinegoziato almeno una volta e che nell'ultima versione prevede che il cliente paghi fino a tutto il 2008 il tasso variabile (l'Euribor a 3 mesi meno lo 0,1%) senza nessun tetto, mentre Italease pagherà sì lo stesso tasso, ma smetterà di erogare qualora l'Euribor a 3 mesi salga oltre il 4,2% nel periodo intermedio della sua vita (5 anni). Ancora una volta, quindi, un Irs-centauro con un meccanismo di protezione per la banca e senza rete invece per il cliente. Ma sono i termini per adeguare quelli che la banca chiama «i margini di garanzia» a rendere grottesca la situazione. La scadenza per saldare il conto è di soli 8 giorni.

Lo stesso Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha richiamato l'attenzione dell'intero sistema su questi derivati: “spingere i clienti ad assumere rischi anziché coprirli mette in discussione la stessa stabilità del sistema”

Se non ci fossero di mezzo tante aziende e soprattutto tanti lavoratori forse bisognerebbe sperare che di questi “strumenti finanziari” se ne vendano ancora parecchi. Forse, malignamente, è l’unico modo per costringere Banca Etica, e non solo lei, a prendere atto della situazione. E porvi rimedio.

Paolo Trezzi, Centro Khorakhané

Postato da: robycuda a 10:05 | link | commenti
opinioni, aziende, economia italiana, banche e armi

domenica, 22 luglio 2007

Axa rinuncia alle cluster bombs

Il Gruppo assicurativo Axa ha annunciato ufficialmente che ritirerà i propri investimenti da imprese che producono mine antiuomo e cluster bombs. Un annuncio sorprendente, vista la riluttanza mostrata dalla compagnia verso politiche restrittive in tema di armamenti. Axa decise di uscire dal mercato delle mine antiuomo già nel 2006, decisione che verrà ora pienamente implementata. La novità riguarda invece le cluster bombs, sulla quale ha inciso il crescente consenso internazionale verso un trattato di messa al bando, lanciato a Oslo e sostenuto oggi da oltre 60 Paesi.

La campagna “My Money. Clear Conscience?” promossa dalle organizzazioni Netwerk Vlaanderen, Vrede, Vredesactie e Friends of the Earth Flanders & Brussels è riuscita a convincere le cinque maggiori banche del Belgio a disinvestire dalla produzione di mine antiuomo e cluster bombs. Ma a fere pressione su Axa non sono state solo organizzazioni belga, ma anche realtà come Amnesty International FR e Handicap International FR, che nel 2007 decisero di chiudere le polizze in corso  con Axa.

La scelta del gruppo assicurativo, tuttavia, riguarda solo gli investimenti diretti, mentre sono esclusi quelli effettuati per conto terzi. In questo modo la compagnia continuerà a foraggiare imprese come Lockheed Martin, ATK e Raytheon. E non si tratta di quote marginali. Nel 2006, il 53% dei 1.315 miliardi di euro di asset gestiti erano per conto terzi. Inoltre secondo le Ong continua a esserci poca trasparenza: Axa non ha fornito alcuna informazione circa le società escluse dagli investimenti.

(Fonte: BankTrack)

Postato da: robycuda a 15:57 | link | commenti
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Agenzie di credito all’export: il 30% delle operazioni in armi

Il commercio di armi rappresenta il 2% delle esportazioni europee, ma raggiunge tra il 20 e il 30% delle operazioni garantite dalle ACE, le Agenzie di Credito all'Esportazione. Si tratta di agenzie a controllo pubblico o pubblico privato - l'italiana SACE è al 100% di proprietà del Ministero dell'Economia e delle Finanze - il cui scopo principale è quello di assicurare le imprese di un Paese nelle loro operazioni di import - export. Lo rivela uno studio dell'ENAAT, la Rete europea contro il commercio di armi che evidenzia come "le organizzazioni internazionali che si occupano delle ACE, a partire dall'UE e dall'Ocse, escludono completamente il settore militare e della difesa da qualunque forma di trasparenza o regolamentazione". Questo permette a molte imprese attive in questi settori "di ottenere la copertura delle ACE per operazioni destinate a Paesi poveri o fortemente indebitati senza adeguati controlli" - sottolinea l'Enaat. "Anche l'italiana Sace non rende pubblica alcuna delle operazioni di copertura dell'export di armamenti: una vera anomalia visto che nostra legge chiede trasparenza alle banche private che appoggiano questi commerci" - commenta Giorgio Beretta della Campagna di pressione alle "banche armate" che è parte della rete Enaat. (Fonte: Unimondo)

Postato da: robycuda a 15:56 | link | commenti
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Protesta davanti a Unicredit contro la diga di Ilisu

Protesta contro l'Unicredit, per un possibile finanziamento alla diga di Ilisu - 19/07/2007

Si è tenuto nei giorni scorsi a Milano un volantinaggio davanti alla sede centrale del gruppo Unicredit per chiedere ai vertici dell'istituto di credito di ritirare il sostegno economico al controverso progetto della diga di Ilisu, nel Kurdistan turco.

La banca austriaca Austria Bank Creditanstalt, controllata da Unicredit, è intenzionata a contribuire alla costruzione dell'opera con un finanziamento di 280 milioni di euro. In passato la diga di Ilisu, sul fiume Tigri, non aveva ricevuto l'appoggio né della Banca mondiale né della Sace, l'agenzia di credito all'esportazione italiana, a causa della rischiosità dell'investimento e degli impatti devastanti che tale diga determinerebbe.

Tuttavia, il progetto è nuovamente all'ordine del giorno, sostenuto da imprese austriache, tedesche e svizzere. Analogamente al passato il movimento di protesta si è organizzato in questi paesi, facendo pressione su Unione europea, governi locali, imprese e sistema finanziario coinvolti. Nella stessa Turchia la società civile ha messo su l'Iniziativa per tenere in vita Hasankeyf -  importante sito archeologico assurto a città simbolo che scomparirebbe sommerso dalle acque - per raccogliere la protesta di quanti vedrebbero persi per sempre i pochi beni a loro disposizione.

Un primo risultato di tale mobilitazione si è raggiunto nei giorni scorsi, infatti un'altra banca, la svizzera Zuercher Kantonalbank, si è ritirata dal progetto cedendo alle pressioni esercitate dai cittadini svizzeri.

Secondo Fabio Clerici, uno dei portavoce del gruppo AcquaSuAv per la campagna di pressione in Italia, la diga di Ilisu costituisce un grosso problema per gli impatti che determinerebbe sulla popolazione, sul patrimonio storico-archeologico e sull'ambiente, nonché per gli equilibri geo-politici che andrebbe ad intaccare. “Tra i maggiori problemi” - dichiara Fabio Clerici - “si segnala la distruzione irrimediabile dell'ecosistema del fiume Tigri, uno degli ultimi ancora quasi completamente incontaminati, causando la  perdita irreparabile di biodiversità; lo sradicamento di oltre 55.000 persone dal proprio territorio, minandone alle basi l'identità culturale, peggiorandone le già precarie condizioni di vita e causando loro ulteriori sofferenze, così come già la realizzazione di altre dighe - costruite nell'ambito del progetto GAP - ha dimostrato”.

Anche il controllo dei flussi di acqua verso i Paesi a valle, Siria e Iraq, in assenza di accordi aumenta pericolosamente il rischio di conflitti. La diminuzione della portata di acqua e il suo peggioramento qualitativo graveranno pesantemente sugli Stati confinanti. Se Unicredit dovesse finanziare si prenderebbe il rischio di contribuire ad un possibile conflitto per le risorse idriche.

(Osservatorio sulla finanza)

Postato da: robycuda a 15:56 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit

lunedì, 16 luglio 2007

Intesa SanPaolo: qualche precisazione

Riporto di seguito il commento di Paolo Trezzi sulla notizia Intesa SanPaolo e qualche mia considerazione a seguire.

Caro Roberto, ho letto la notizia di apertura del tuo sito: "IntesaSanpaolo ha annunciato di uscire dalle Banche Armate". Bella notizia. Ma è anche vera? Io non ci sto capendo più nulla. Sarà che la testa mi rimbomba da settimane con la pubblicità palese e nascosta del lancio della nuova 500. L’auto dell’Italia! Però strano, la fanno in Polonia.
Su una moltitudine di siti internet – anche questo – viene appunto riportata la notizia che IntesaSanPaolo esce dalla Banche Armate. Non capisco se è cambiato il prodotto ma sono ancora di fronte al marketing. In questo caso dobbiamo, insieme, applaudire i creativi della banca. Io sono dell’idea, infatti, che sarebbe meglio che questi annunci non trovino spazi così ridondanti ed acritici. Per più motivi. Il primo più semplice è che sono soprattutto pubblicità gratuita ad una banca che è l’emblema della finanziarizzazione dell’economia, di un’economia altra alla nostra.
Il secondo proprio perché ha scopo pubblicitario sarebbe utile verificare la notizia, non vuole essere un paradosso ma la segnalo, in altre parole, dopo che questo pronunciamento si è verificato, mi sembra che non sia la prima volta, infatti, che le banche dicano una cosa e ne facciano altre su questo tema delle armi: (Intesa, Unicredit, BPMilano…)
Il terzo è che la Legge 185 – che resta una buona Legge - ha così tante scappatoie che non è verificabile totalmente se l’enunciato è poi stato rispettato. Mi sembra di non dire cose così nuove. Lo stesso Gianni Caligaris del Cda di Banca Etica o il Presidente delegittimato di BPM, Mazzotta, convengono su questo, sebbene loro lo strumentalizzino per ridurre l’aspetto negativo della presenza di BPM, socia di Banca Etica, in questa lista.
Non so se è possibile nascondere la presenza facendo concludere l’affare attraverso un conto aperto su una banca estera partecipata del gruppo: in Cina, Turchia, Russia, Albania o Croazia o sia sufficiente concordarsi con un’altra Banca per girare a Lei l’affare in cambio di un intervento di quest’ultima in altre proprie operazioni contabili/finanziarie.
Ma so invece che una settimana prima dell’annuncio di IntesaSanpaolo, anche questo sito ha riportato come la controllata Caboto SIM abbia per ragioni di regolamenti dovuto segnalare alla Borsa che il Gruppo Intesa ha partecipazioni e rapporti finanziari con realtà che delle armi hanno fatto un business fiorente. Finmeccanica in primis, Unicredit…
Allora a questo punto mi pongo e pongo 2 domande: è reale che una Banca delle dimensioni di IntesaSanpaolo possa troncare i rapporti con queste realtà?
Cioè, in altre parole, uscire dalla banche armate non significa o dovrebbe significare non avere rapporti, di nessun genere, (conti correnti, garanzie/pegni, depositi, azioni, obbligazioni, bonifici…) con queste realtà?
Ma soprattutto non è forse il caso di non legittimare – armata o non armata – una banca tradizionale essenza tentacolare della finanza dove il profitto è al primo posto?
Non è il caso, vale la pena ribadirlo, di cogliere l’occasione per rilanciare la reale sfida di un uso alternativo del denaro, che non può proprio essere conciliante con questo modello di sviluppo, con questo tipo di banche che, oltre alle armi giocano con la speculazione, con i cambi, con i paradisi fiscali, con il capovolgimento della redistribuzione del capitale/reddito dal povero al ricco (pensiamo al credito al consumo), con le stock options milionarie dei manager, con la precarizzazione e sfruttamento del lavoro? Che sono impregnate della religione del massimo profitto a tutti i costi… che sono in due parole: finanza e non economia?
Perché altrimenti, banalmente, hanno ragione IntesaSanpaolo o Nestlè (armate o non armate che siano). Loro credo senza difficoltà indirizzano più danari alle cause sociali, ai produttori del sud del mondo che tutta la finanza etica ed il commercio equo messi assieme. La Banca Prossima (la banca "etica" di Intesa) ha già 40.000 clienti e notevolmente più danari di tutti. La Nestlè con il suo caffé equo anche se riconosce solo il 10% dei proventi ai propri produttori contro il 20% di quello delle Botteghe, vendendone il 300% in più dà, di fatto, più danari agli impoveriti.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata) ma è etico - con o senza parola - proprio dall’uso alternativo che se ne fa di esso per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie.
Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità modello Le Piagge, di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare. Sono sempre più convinto che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne danari ne speranze). E allora si che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste banche (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema.
Un abbraccio, Paolo Trezzi - Centro Khorakhané Lecco,
ugomoi@libero.it

Caro Paolo, come sai la penso sostanzialmente allo stesso modo, fermo restando che la notizia andava data, almeno per dovere di cronaca. Ben venga quindi la tua precisazione. Invito anche a cliccare sulla voce "intesa sanpaolo" sulla sinistra del blog per visualizzare tutte le notizie riguardanti la banca, positive (poche) e negative (tante). Per il resto che dire, credo che la scelta di Intesa Sanpaolo sia un segnale importante non tanto per le virtù della banca, quanto per il fatto che nemmeno il primo (o secondo) gruppo bancario italiano può trascurare le istanze della società civile, organizzata o meno. E’ solo un primo piccolo passo su una strada che si prospetta lunga e in salita e che procede in parallelo con la promozione di un’economia "altra". Le campagne di pressione sono solo uno dei tanti strumenti per cambiare le cose, non certo l’unico. Per la banca è certamente un'occasione di marketing, ma a mio avviso il dato importante è che la pressione dal basso abbia indotto un cambiamento nell'istituto, che senza tale pressione non sarebbe mai avvenuto. Del resto l'articolo del Sole 24 Ore di qualche anno fa sulle lamentele dell'industria armiera che non trovava sostegno nelle banche, proprio a causa delle campagne di pressione, è significativo. Tornando alla nostra banca, semplicemente credo che abbia voluto assecondare i desideri di una parte della società che considera importante anche per i legami con il mondo cattolico, verso cui non intende assolutamente perdere immagine. Questo non legittima Intesa Sanpaolo, come spiego sempre negli incontri che ho occasione talvolta di tenere, la quale resta la protagonista di una finanza dalla quale bisognerebbe uscire. Giusti anche i "se" e i "ma" che segnali e soprattutto il caso Caboto, che merita un approfondimento, magari proprio a partire dalle dichiarazioni impegnative contenute nel comunicato dell’Istituto. Appena ho un po’ di tempo mi ci metto (ma ben vengano anche contributi esterni…). A presto, Roberto

Postato da: robycuda a 18:02 | link | commenti (1)
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali, intesa-sanpaolo

venerdì, 13 luglio 2007

Intesa-SanPaolo fuori dalle “banche armate”

Il Gruppo Intesa-SanPaolo sospende definitivamente "la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90". Lo riporta una nota pubblicata sul sito di Intesa-SanPaolo che sottolinea come "Intesa Sanpaolo, in coerenza con i valori e i principi espressi nel Codice Etico, ha emanato una policy che, nell’ambito dell’operatività dell’intero Gruppo nel settore degli armamenti, prevede la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90".

"La posizione di Intesa Sanpaolo - continua il documento- è tesa ad aderire completamente allo spirito dei principi della Costituzione Italiana, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e a dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche". Pertanto "con decorrenza immediata, le strutture territoriali e centrali del Gruppo Intesa Sanpaolo devono operare in linea con il divieto di porre in atto nuovi finanziamenti alla clientela per operazioni aventi a oggetto commercio e produzione di armi o sistemi di arma". La nota mette in risalto inoltre che "eventuali operazioni giudicate coerenti con lo spirito di “banca non armata” potranno essere autorizzate in via straordinaria dal Consigliere Delegato e CEO e saranno oggetto di informazione – per opportuna trasparenza nei confronti della comunità esterna – anche sul sito Internet della Banca".

"Un passo importantissimo perché, a fronte di politiche ben diverse dei due istituti, ha portato tutto il nuovo gruppo ad adottare la policy più rigorosa e trasparente. E di primaria rilevanza in quanto assunto da una banca, come la SanPaolo, finora ampiamente attiva nel settore tanto che lo scorso anno ricopriva da sola quasi il 30% di tutte le operazioni di appoggio al commercio di armi italiane" - commenta Giorgio Beretta della Campagna di pressione alle “banche armate” che più di tutte si è impegnata per far adottare al gruppo Intesa-Sanpaolo una politica coerente con i principi enunciati dal suo Codice Etico. "Questa decisione dimostra inoltre - continua Beretta - come a fronte delle recenti fusioni tra diversi gruppi bancari italiani e con banche estere è possibile ed anzi necessario per i nuovi gruppi ridefinire le proprie decisioni in materia di finanziamento e appoggio al commercio di armi". E' urgente, pertanto, rafforzare la pressione delle associazioni anche sugli altri istituti bancari italiani, specialmente verso quelli che si sono recentemente fusi con banche estere e che sembrano defilarsi dagli impegni finora assunti" - conclude Beretta.

La comunicazione fa seguito all’annuncio rilasciato a fine maggio da Valter Serrentino responsabile Csr (Responsabilità sociale d’impresa) del Gruppo guidato da Corrado Passera: in un dibattito a Trento, Serrentino sottolineava che "la nuova scelta dovrebbe scattare dal 1° luglio. L’anno prossimo quindi Intesa-Sanpaolo sarà in parte presente nella lista contenuta nella Relazione della Presidenza del Consiglio al Parlamento, ma poi dovremmo rapidamente scendere". Il problema riguarda in particolare SanPaolo, che nel 2006 era in testa alla classifica delle banche armate. (Fonte: Unimondo)

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mercoledì, 04 luglio 2007

Crack Parmalat: le banche ci hanno guadagnato

Le principali banche che hanno finanziato Parmalat si sono portate a casa in media il 93% della loro esposizione verso l’azienda di Collecchio, ma alcuni istituti hanno incassato molto più del 100% del credito. E’ il caso ad esempio di Deutsche Bank, che ha spuntato il 140% del credito originario, Unicredit (124%), Capitalia (123%) e Monte dei Paschi (102%), mentre Ubs deve “accontentarsi” del 99%. E’ quanto si legge in una tabella inviata dal Commissario straordinario di Parmalat Enrico Bondi al Tribunale di Milano, che integra la relazione sulle cause di insolvenza. La notizia è riportata da Giuseppe Oddo su Il Sole 24 Ore di oggi, che elenca almeno quattro motivi che avrebbero portato a tale incredibile situazione:

- le quotazioni di Borsa della Parmalat sono passate da 1 a 3 euro e questo ha fatto guadagnare i possessori delle azioni, tra cui le banche stesse;

- la riconversione di obbligazioni in azioni in molti casi è avvenuto ad un tasso favorevole alle banche (nel caso di Eurolat al 100%);

- oneri finanziari e commissioni sui finanziamenti emessi dagli istituti;

- le assicurazioni con cui le banche avevano garantito i prestiti.

Quanto ai risparmiatori penalizzati dal crack, dipenderà dall’esito delle azioni revocatorie e risarcitorie avviate da Bondi contro banche e società di revisione.

Postato da: robycuda a 16:52 | link | commenti (2)
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