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Birmania: la Total non condanna la repressione
Pubblichiamo di seguito lo stralcio di un articolo apparso su Libération, citato da Business & Human Rights Resource Centre. La versione originale si troiva su: www.liberation.fr/actualite/monde/281123.FR.php
Il segretario di stato francese per i diritti umani, Rama Yale, ha difeso la scelta della Francia di non chiedere il ritiro della Total dalla Birmania, confermando che il governo si incontrerà con il management delle società. “Se anche la Total dovesse ritirarsi, la situazione in Birmania non cambierebbe, ha detto Yale in un’intervista a radio Rtl, mentre in fatto che sia presente non ha cambiato la decisione dell’Unione Europea di applicare le sanzioni”. La compagnia petrolifera ha detto di non aver effettuato investimenti in Birmania da almeno dieci anni. Lo stesso Nicolas Sarkozy ha raccomandato alle società francesi, e in particolare alla Total, di attuare una politica restrittiva sui propri investimenti nel Paese e di non effettuarne di nuovi.
Quando Libération contattò la Total dopo l’inizio della repressione del governo birmano, Jean François Lassalle, direttore delle relazioni esterne della società, disse che “è difficile condannare la repressione, perché Total non è un’autorità morale o politica. Semplicemente, speriamo che venga trovata una soluzione compatibile con il rispetto dei diritti umani e iniziato un processo di negoziazione senza violenza. Faremo ciò che possiamo per aiutare la popolazione”. La multinazionale ha detto anche che ha sviluppato un programma sociale ed economico per raggiungere tali obiettivi.
In un’intervista a RMC radio, il Primo Ministro dell’opposizione birmana Sein Win, ha accusato la Total di approfittare, almeno indirettamente, del lavoro forzato fornito dalla giunta militare del governo. “Certamente Total può dire che non usa lavoro forzato, ma l’esercito – che protegge le operazioni di Total - la usa, ha detto Sein Win. Se hai un oleodotto o un gasdotto che deve essere protetto, o se devi costruire un’infrastruttura, l’esercito viene sempre coinvolto per ragioni di sicurezza”.
Birmania: va bene il 'fiocco rosso', ma i nostri affari col regime?
Le manifestazioni di questi giorni in Birmania e la dura repressione del regime - che ieri ha fatto nove morti tra dimostranti e reporter - ha posto all'attenzione dei media mondiali la situazione delle violazioni dei diritti umani operata dal regime militare comandato dal generale Than Shwe.
Non è da ieri che esiste questo regime, ma come ricorda Amnesty International - è almeno dall'estate del 1988 che nella ex-Birmania, ridenominata dai colonnelli Myanmar, "vi è una situazione di sostanziale negazione dei fondamentali diritti umani: Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e leader della Lega nazionale per la democrazia, è privata della libertà da 17 anni; le leggi in vigore criminalizzano l’espressione pacifica del dissenso politico; gli arresti avvengono spesso senza mandato e i detenuti sono costretti a trascorrere lunghi periodi d’isolamento; la tortura è praticata regolarmente nel corso degli interrogatori; i processi nei confronti degli oppositori politici seguono procedure non in linea col diritto internazionale e agli imputati viene frequentemente negato il diritto a scegliere un avvocato".
E' giusta e necessaria la solidarietà internazionale alla popolazione e ai dimostranti che oggi si è manifestata anche con il "fiocco rosso" da indossare e, in Italia, con sit-in a Roma e a Milano. Ma forse è utile cominciare a guardare anche in casa nostra, in Italia, per capire i legami tra il regime militari e i tanti piccoli e grandi affari che diversi, chiudendo più di un occhio, portano avanti da anni.
Sarebbe il caso ad esempio di cominciare a prendere sul serio quanto le campagne per il boicottaggio del turismo stanno dicendo da anni. La Burma Campaign UK, in collegamento con i movimenti che si battono per la democrazia nell’ex-Birmania ha promosso il boicottaggio del turismo nel Paese asiatico: grazie al settore turistico, le cui infrastrutture si sono sviluppate grazie al ricorso a forme di schiavitù e al lavoro minorile, il regime di Myanmar afferma di ricavare circa 100 milioni di dollari l’anno, circa la metà dei quali finiscono in spese militari. Chi fa viaggi, chi li promuove lo tenga presente. Sempre la Burma Campaign UK ha denunciato le attività della multinazionale francese Total soprattutto per quanto riguarda il metanodotto di Yadana, verso la Thailandia, del valore di 1,2 miliardi di dollari.
Ma è anche ora di cominciare a guardare alle nostre ditte italiane. Come ha ben sottolineato nei giorni scorsi un comunicato di Cisl, Wwf, Greenpeace e Legambiente chiedendo di mettere fine ai rapporti commerciali con il paese fino ad un cambio della situazione politica. Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano o sono controllate dal regime militare o dallo stato le associazioni chiedono "alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale, petrolifero, del gas e minerario, nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano ingenti profitti per il regime, la violazione dei diritti umani, sindacali, ambientali - di sospendere i loro rapporti con questo paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta, che continua ad utilizzare il lavoro forzato e la devastazione ambientale come fonte di potere". Forse Confindustria e le Camere di Commercio potrebbero cominciare a muoversi in tal senso, al di là della retorica delle dichiarazioni di solidarietà al popolo birmano. Ma intanto possiamo cominciare tutti dando un'occhiata a questa lista di ditte che fanno affari col regime di Ragoon, su http://www.burmacampaign.org.uk/dirty_list/dirty_list_details.html.
E anche gli Enti locali, le Regioni, e lo stesso governo Italiano potrebbero - come sottolineano le organizzazioni suddette ad "impegnarsi attivamente per l'attuazione della Risoluzione ILO nei confronti delle imprese e di istituire un sistema di disincentivi e di monitoraggio e rapporto regolare all’ILO, sul comportamento delle imprese". Ma, si dice spesso, queste misure sono poi efficaci a fronte dei commerci ad esempio tra dittatura di Myanmar e la Cina? Il fatto è che non conta solo "l'efficacia" delle proprie azioni, ma anche il significato e l'impatto locale, nazionale e internazionale che queste hanno sull'opinione pubblica e - soprattutto - la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Giusto e doveroso, quindi, solidalizzare coi manifestanti, ma ancor più giusto e doveroso è cominciare a guardare in casa nostra, ciascuno in casa sua e nel suo ambiente di lavoro, impegno, associazione, ai propri consumi e ai viaggi per vedere come far sentire questa solidarietà insieme alle parole e delle manifestazioni di piazza.
Senza dimenticare di ricordare ai Ministeri degli Esteri e della Difesa di rispondere alla Campagna Control Arms circa la faccenda della vendita da parte dell'India alla Birmania/Myanmar dell'Advanced Light Helicopter (gli elicotteri da guerra che Delhi sta vendendo a Rangoon, sui quali sono installate componenti del sistema frenante prodotte dall'italiana Elettronica Aster SpA): vendita che, in base alla legge 185/90 sull'export di armi, richiede l'autorizzazione del governo italiano che deve certificare il destinatario finale prima che una componente di un sistema militare sia rivenduta a paesi terzi.
E, non me ne vogliano, ricordando di far presente anche ai nostri Presidenti del Consiglio, presenti e passati, che vendere armi a India e Cina significa proprio spianare la strada a queste triangolazioni.
Giorgio Beretta (Da: Unimondo)
Mutui subprime: perdite a quota 200 miliardi
Ammontano a 200 miliardi di dollari le perdite legate alla crisi dei mutui in Usa, 30 miliardi più del previsto. Ma secondo il Fondo monetario internazionale si tratta di una indicazione approssimativa, come spiega nel Global Financial Stability Report: i timori degli investitori e l’incertezza dei mercati potrebbero aver spinto ancora più in basso il valore dei titoli, anche al di sotto degli asset in garanzia. Tutto questo avrà ricadute sull’economia reale del pianeta, che rischia una frenata. Il report analizza la situazione dei mutui subprime a partire dal febbraio scorso e dichiara senza mezzi termini che l’impatto sull’economia – che non “deve essere sottostimato” - è destinato a protrarsi nel tempo. Nel Global Financial report si parla anche delle agenzie di rating, le cui metodologie di valutazione seguite finora sono apparse “problematiche”. Secondo il Fmi è necessaria una revisione del ruolo delle agenzie sul mercato, per rendere il sistema più solido e meno vulnerabile.
Tfr: al 22% l’adesione alla previdenza integrativa
A conclusione del semestre di avvio della riforma, gli iscritti alle forme pensionistiche complementari risultano 3 milioni e mezzo, ai quali si aggiunge un altro milione e 300 mila se consideriamo anche i sottoscrittori di piani pensionistici di tipo assicurativo. Tra i lavoratori dipendenti privati le adesioni sono circa 2 milioni e 700 mila, in crescita di circa 900 mila lavoratori rispetto al 1 milione e 800 mila di fine 2006 (+50%). Le cifre sono contenute nella relazione annuale del presidente delle Covip Luigi Scimia, che scontano tuttavia la mancata rilevazione lavoratori silenti, ossia coloro che nel semestre non hanno espresso alcuna volontà e verranno alla luce solo con l'effettivo versamento delle quote del Tfr, atteso nel mese di ottobre. Primeggiano, tra le scelte dei lavoratori dipendenti privati, i fondi negoziali, che segnano un incremento nel semestre di circa 600 mila unità a quota 1,7 milioni di aderenti. Crescono in modo consistente anche i fondi pensione aperti e i Pip, rispettivamente di 190 mila e 110 mila nuove adesioni. Il tasso di adesione - che secondo la Covip va calcolato considerando solo i fondi pensione negoziali già operativi al 31 dicembre 2006 e i fondi pensione preesistenti rivolti ai lavoratori dipendenti, per un totale di 8 milioni di lavoratori - si attesterebbe al 31%. Ma se consideriamo anche i fondi istituiti nel 2007, il bacino potenziale sale a 12 milioni e 200 mila e in tal caso le adesioni si fermerebbero al 22% (a cui si dovranno aggiungere il lavoratori silenti). Non molto, considerata anche la massiccia campagna pubblicitaria di Governo e sindacati.
Le ong: fermate il progetto dell'Agip in Kazakistan
Denunciano "gravi rischi socio-ambientali e per la salute delle persone" e chiedono alla Commissione Europea e al governo italiano "una valutazione completa degli impatti ambientali e sociali del progetto di estrazione del petrolio a Kashagan (Kazakistan) guidato dall’AGIP KCO". E' ciò che emerge dal comunicato di diverse associazioni e Ong che nei giorni scorsi hanno svolto una "missione sul campo" in Kazakistan nei luoghi interessati alle operazioni di estrazione petrolifera della Agip Kazakhstan North Caspian Operating Company N.V. (AGIP KCO). Ad agosto il governo del Kazakistan aveva sospeso le operazioni accusando il consorzio estrattivo di "violazioni ambientali", ma in questi giorni le compagnie petrolifere, il governo italiano e la Commissione Europea stanno facendo pressioni per rinegoziare l'accordo del progetto di estrazione del petrolio a Kashagan che è considerato il più grande giacimento petrolifero degli ultimi trent'anni.
La Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Friends of the Earth Europa, Friends of the Earth Francia, CEE Bankwatch e Globus hanno raccolto prove di come le emissioni e la conservazione dello zolfo legato all'estrazione del petrolio "mettano in serio pericolo l'ambiente del Caspio e le comunità locali direttamente impattate dalle strutture di Kashagan". "Nella regione sono già state reinsediate migliaia di persone a causa delle emissioni di anidride solforosa e di altri agenti chimici altamente inquinanti come il mercaptano, elementi che sono presenti in dosi massicce nel petrolio del Caspio del Nord. Proprio la conservazione non protetta di grandi quantità di zolfo è ritenuta una delle principali cause delle piogge acide a livello globale" - riportano le Ong.
Il presidente del Consiglio, Romano Prodi ha annuciato che sarà in Kazakistan, nella capitale Astana dal 7 al 9 ottobre prossimo. Al centro del viaggio vi sarà proprio il contenzioso insorto fra Eni, che guida il consorzio per lo sfruttamento del giacimento del Kashagan, e il governo kazako che ha minacciato di togliere all'Agip il ruolo di capofila del raggruppamento e ha annunciato una richiesta di danni di 10 miliardi di dollari alle aziende impegnate nello sfruttamento. Al consorzio partecipano Royal Dutch Shell, Exxon Mobil Corp, Total, ConocoPhillips, la giapponese Inpex Holdings Inc e KazMunaiGas. Il vice ministro delle finanze kazako, Yergozhin, ha annunciato che i danni dei ritardi "saranno superiori ai 10 miliardi di dollari per l'intero periodo del progetto". Agip Kco ha infatti posticipato l'inizio della produzione a Kashagan dal 2008 alla seconda metà del 2010 e previsto un aumento dei costi da 57 a 136 miliardi di dollari. (Da: Unimondo)
Ilisu: la diga delle discordia e gli interessi di Unicredit
Per chi non lo sapesse la diga di Ilusu – parte di un mega progetto energetico (Gap) che prevede un sistema di centrali idroelettriche nella zona – avrà impatti devastanti sul piano culturale, ambientale, sociale e archeologico nel kurdistan turco, porterà alla distruzione della bellissima città di Hasankeyf, considerata uno dei gioielli dell’umanità, a decine di migliaia di sfollati e a possibili carenze di acqua nei paesi confinanti di Siria e Iraq. Questa la breve cronistoria degli ultimi eventi.
A luglio governi dell'Iraq e della Siria hanno espresso la loro preoccupazione per la realizzazione della diga sul fiume Tigri nel meeting tecnico sulle acque internazionali che si è riunito a Damasco in giugno dopo 15 anni di sospensione delle attività.
Il 14 agosto il Dipartimento delle infrastrutture idriche (DSI) Turco firma l'accordo con le imprese che realizzeranno la costruzione della diga di Ilisu, comprese l'austriaca Andritz AG, la svizzera Alstom Switzerland e la tedesca Zueblin.
Il 15 agosto lo stesso DSI ha firmato l'accordo anche con le Banche, tra cui la tedesca DekaBank, la francese Société Générale e l'austriaca Austria Bank Creditanstalt1 (del gruppo Unicredit).
A questo punto le Agenzie di credito all'export dei Paesi le cui imprese sono coinvolte nella realizzazione del progetto dovranno verificare se le 150 condizioni già poste al finanziamento nel mese di marzo 2007 - mediante le quali il progetto potrebbe essere portato in linea con gli
Intanto l’8 agosto le associazioni europee che portano avanti la campagna contro la costruzione della diga di Ilisu hanno inviato, d'accordo con Bank Track, una lettera all'attenzione delle Istituzioni Finanziarie che applicano gli Equator Principles (ossia le linee guida che definiscono gli
Se anche Ctm si affida a Intesa Sanpaolo…
Ho letto la nota del Consorzio Ctm (Cooperazione terzo mondo, principale importatore italiano dei prodotti del commercio equo e solidale e struttura di servizio per le botteghe sparse sul territorio) del 14 settembre scorso, relativa all'accordo con Banca Prossima, controllata di Intesa-Sanpaolo dedicata all’economia solidale. Da quello che leggo, Ctm ha firmato una convenzione che consente ai soci (cioè alle botteghe) di accedere ai finanziamenti a condizioni agevolate di Banca Prossima, impegnando Intesa Sanpaolo a sostenere in diverse forme il commercio equo e solidale, dai finanziamenti ai produttori del sud del mondo alla promozione dei prodotti del commercio equo e solidale presso i 100.000 dipendenti del gruppo bancario. Questa convenzione si aggiunge ad altre già in vigore, tra cui quella con Banca Etica e con le Mag, e può essere utilizzata o meno dai singoli soci come meglio credano. In pratica ogni socio può scegliere tranquillamente Banca Etica o altri strumenti. Ctm dice che questo accordo consentirebbe di alleggerire molte botteghe che rischiano di chiudere, che le condizioni applicate sono le migliori finora ottenute e che ne deriverebbero vantaggi notevoli per il commercio equo. Tuttavia Ctm ha posto la questione etica e ha preteso che Intesa Sanpaolo fuoriuscisse dalla lista delle cosiddette "banche armate", decisoione che la banca aveva già preso un mese prima della firma della convenzione.
Possiamo fare due considerazioni. La prima è che la decisione del Gruppo bancario di uscire dal commercio di armi andrà verificata. Nella relazione di Caboto (banca controllata da Intesa Sanpaolo) del luglio scorso, la stessa banca risultava ancora tra i finanziatori di Finmeccanica, primo produttore ed esportatore di armi italiano. Per questo motivo dovremo aspettare l'anno nuovo per verificare il rispetto degli impegni da parte dell’istituto e, visti i precedenti con altre banche, non fidarsi è meglio.
L'altra considerazione è che se la mettiamo sul piano etico, Intesa Sanpaolo è da s
Detto questo, quanto sia oppportuno fare accordi con tali banche anche da parte dell'economia sociale è una questione vecchia. Ctm pensa così di poter "contaminare" l'economia e la finanza tradizionale con elementi di eticità, inducendo un cambiamento dall'interno o comunque facendo fare alla banca un passo in quella direzione, a parte i vantaggi immediati che deriverebbero al sistema del commercio equo. A mio parere il risultato è che a fronte di alcuni indubbi vantaggi per il commercio equo, non faremo che legittimare e dare lustro al marchio Intesa Sanpaolo, garantendogli una presenza anche nel sistema dell'economia solidale. Allo stato attuale è illusorio pensare di poter cambiare dall'interno istituzioni finanziarie di questa portata, integrate così saldamente nell'economia globale. Sarebbe come pensare di fermare un eurostar in corsa senza farsi travolgere. Domanda a margine: se le botteghe erano in difficoltà, perchè non riunire Banca Etica e tutti i soggetti della finanza etica e cercare insieme una soluzione, magari non così vantaggiosa ma sicuramente più etica?
Roberto Cuda
Tasse: le grandi banche pagano (molto) meno
Da "LiberoMercato", 12 settembre 2007
Se le medie imprese italiane vengono sfiancate da peso delle tasse, lo stesso non si può dire per le banche. Che anzi col fisco ci vanno d'amore e d'accordo, grazie ad aliquote fiscali medie (tax rate) da favola. Spesso più vicine al 30 che non al 40% del reddito lordo, soglia quest'ultima al di sopra della quale si colloca il livello di tassazione delle media impresa italiana (43% nel 2006, secondo campione Mediobanca). La prova? È nelle relazioni semestrali dei principali gruppi bancari quotati a Piazza Affari. Da Unicredit a Intesa Sanpaolo, da Capitalia a Mps, tutti i grandi istituti riescono a spuntare un tax rate che farebbe invidia a qualunque imprenditore pressato da Irap e Ires.
La semestrale al 30 giugno di Unicredit, infatti, mostra che il gruppo guidato da Alessandro Profumo su 2.829 milioni di utile lordo, ne paga 808 milioni di imposte, cifre che esprimono un aliquota fiscale media del 28 per cento. Più alto di quasi dieci punti è il tax rate di Capitalia, l'istituto appena acquisito da Unicredit. La banca romana ha infatti chiuso il semestre con utili netti per 531 milioni e un'aliquota fiscale media del 37,9 per cento.
Certo, va considerato che Piazza Cordusio ha una presenza diffusa nell'Europa dell'Est, dove la pressione fiscale è notoriamente più bassa, che eventuali operazioni straordinarie, che spesso ingrossano l'utile delle banche, non sono tassate e che alcune società sono domiciliate, non solo per ragioni fiscali, all'estero. È il caso per esempio della Pioneer Investments, la subholding del risparmio del gruppo che ha sede a Dublino. Unicredit ha comunque fatto meglio l'anno scorso, quando il gruppo ha chiuso l'esercizio con un tax rate del 22,7 per cento.
Su livelli di fiscalità simili è anche il gruppo Intesa Sanpaolo, che proprio ieri ha diffuso i risultati sul primo semestre. L'istituto presieduto da Giovanni Bazoli ha chiuso la prima metà dell'anno realizzando 4,1 miliardi di utile lordo e pagandone 1,4 miliardi di imposte. Ne risulta un tax rate del 34%, che beneficia del fatto che le dismissioni effettuate nell'anno (per 3 miliardi di euro) sono fiscalmente esenti. (…)
Va peggio in fatto di fiscalità anche a due banche più pi cole come Mps e Banca Carige. Nei primi sei mesi dell'anno, la prima dichiara un tax rate del 41%, non troppo lontano da quel 43% che l'ufficio studi di Mediobanca indica per le medie imprese italiane. Su quest'ultimo livello di aliquota fiscale media si colloca anche Banca Carige, il cui consiglio di
Infine, ieri sera sono stati diffusi i risultati del gruppo Banco Popolare, nato dalla fusione tra la Verona-Novara e la Bpi. (…) La prima mostra un tax rate vicino al 50%, mentre la Bpi ha un'aliquota fiscale media del 41 per cento.
Unipol: qualche domanda indiscreta
Giovedì scorso Unipol ha presentato a Bologna la nuova Unipol Gruppo Finanziario, holding di partecipazioni e servizi a cui faranno capo tutte le attività assicurative, bancarie e di risparmio gestito. Nel corso della conferenza stampa molte domande sulle possibili acquisizioni di una banca, utilizzando quel 1,9 miliardi di euro di capitale libero. Ecco alcune domande che nessun giornalista farà mai ai dirigenti di Unipol e di nessun’altra compagnia.
- Cosa differenzia il Gruppo Unipol, controllata da un gruppo di cooperative, da altre imprese del settore?
- Qual è la vostra politica del personale? Esistono forme di partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale? Quali?
- Quali sono gli attuali stipendi del top management? E’ compatibile questa remunerazione con i principi cooperativistici e di solidarietà affermati dall’azionista di maggioranza? Sono state assegnate stock options?
- Esistono criteri etici nell’investimento degli asset? Quali? Sono stati effettuati investimenti nel settore degli armamenti e nel settore idrico? Come considerate tali investimenti?
- Sono stati fatti investimenti in Hedge funds o in operazioni speculative sulle valute?
- Quali contributi darà il nuovo gruppo al mondo cooperativo? Che vantaggi deriverebbero alle cooperative da un’acquisizione bancaria?
- Quali sono le strategie dell’azienda per la tutela del consumatore? Come vengono gestiti i reclami? Su cosa vertono le lamentele degli assicurati?
- La società è presente in paradisi fiscali? Quali?
- Quali partiti sono stati finanziati nelle ultime elezioni? In che misura?
Mutui: per gli Usa si avvicina il rischio recessione
Sembrava che le iniezioni di liquidità della banca centrale americana (Fed) avessero riportato la situazione alla normalità. E invece gli allarmi sono tornati. Anche nel nostro Paese alcuno analisti hanno stimato una crescita del Pil per l’anno in corso inferiore dello 0,2% a causa della crisi dei mutui subprime americani. Sembra incredibile. Che c’entra la crescita dell’economia italiana – si chiede qualunque persona di buon senso - con i problemi dei mutui americani? La domanda sarebbe lecita in un sistema economico razionale e non finanziarizzato allo spasimo come il nostro. Il fatto è che i mutui dei cittadini americani sono stati venduti ad altre banche e fondi di investimento (sotto forma di titoli), che a loro volta li hanno inseriti in centinaia di prodotti finanziari e rivenduti ad altre banche e altri fondi e così via, in una spirale senza fine. Il risultato è che la prima pedina cade (i mutuatari insolventi) cadono anche tutte le altre come in un domino e la crisi rischia di diventare sistemica. Da qui il passaggio all’economia reale è più veloce di quanto si pensi, come sta accandendo negli Stati Uniti. Secondo Nouriel Roubini in un articolo su Affari e Finanza di lunedì scorso, il rallentamento dell’economia Usa peggiorerà nei prossimi trimestri.
All’origine c’è la bolla immobiliare, che sta scoppiando deprimendo i prezzi delle case. Ma sulle case milioni di cittadini americani facevano affidamento per avere ottenere mutui da parte della banche: ecco che allora che calando il valore degli immobili le banche sono spinte a rinegoziare i mutui concessi a condizioni più onerose. Nei prossimi 12 mesi, spiega Roubini, sarà rinegoziato l’equivalente di 1000 miliardi di mutui a tasso variabile attraverso un aumento sostanzioso dei tassi di interesse e le famiglie che non saranno in grado di pagare dovranno vendere le proprie case a prezzi stracciati, cosa che, d’altro canto, farà aumentare l’offerta di immobili sul mercato facendone calare ulteriormente i prezzi.
Ma la crisi immobiliare – che rappresenta solo il 5% del pil americano – sta trascinando altri settori, come tutti i beni durevoli legati alla casa (mobili, ecc.) e il manifatturiero, mentre farà calare i consumi delle famiglie indebitate. Per non parlare dei licenziamenti da parte della banche che non riescono a rientrare nei propri crediti e di tutti i settori colpiti. In agosto il numero degli occupati è calato per la prima volta. Quindi non si tratta solo di un problema di liquidità (mancanza di denaro in circolazione nei circuiti delle finanza), per il quale basterebbe qualche iniezione di denaro fresco da parte della banca centrale (politica monetaria), ma siamo di fronte ad un problema di credito, causato dalle numerose insolvenze, per il quale la politica monetaria serve a poco. Secondo Rubini infatti, le banche utilizzeranno le iniezioni di liquidità per accumulare riserve e non per concede nuovi crediti ai settori in sofferenza a causa degli alti tassi.
Infine non bisogna trascurare il fattore incertezza, che condizionerà qualunque scelta di investimento: nessuno sa esattamente a quanto ammontano e ammonteranno le perdite del settore creditizio (forse 100 miliardi di dollari, ma molto dipenderà anche dal deprezzamento della case). Per tutti questi motivi è sempre più probabile che “l’atterraggio” dell’economia americana sarà traumatico e, visto che gli Usa rappresentano il 25% del Pil mondiale e hanno vincoli molto stretti copn il resto del mondo, c’è il rischio reale di un contagio a livello globale. R.C.