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Fondi di investimento: il 75% dei gestori inglesi non mostra politiche di responsabilità sociale
Il 75% dei 20 maggiori gestori di fondi di investimento in Inghilterra non mostra alcuna trasparenza in tema di responsabilità sociale e ambientale nelle proprie scelte di investimento. Argomenti come i cambiamenti climatici, i diritti umani e la corporate governance non sono infatti oggetto di comunicazione verso l’esterno e non sembrano rientrare tra gli impegni delle società. Lo rivela
Hedge fund all’attacco di Generali. Regia di Geronzi?
Il titolo Generali continua a crescere, dopo la pubblicazione degli utili record del terzo trimestre ma soprattutto dopo che l’hedge fund inglese Algebris ha mandato nei giorni scorsi una lettera alla compagnia triestina chiedendo modifiche alla governance e maggiore redditività per gli azionisti, attaccando l’immobilismo e gli stipendi troppo alti del vertice. I fenomeno non è nuovo e conferma le nuove tendenze della finanza, sempre più dominata dai fondi speculativi, che giudicano i piani industriali in base alla capacità di produrre denaro, tanto e subito. E ora è la volta di uno dei santuari dell’economia italiana, come spiega
Sbilanciamoci!: contro-finanziaria con meno spese militari
Una 'controfinanziaria' da 16.296 miliardi di euro che prevede l'armonizzazione delle rendite e minori uscite grazie alla riduzione dei costi della politica, alla chiusura dei Centri di permanenza temporanea, al riordino delle convenzioni sanitarie, alla soppressione del finanziamento di 30 milioni di euro per la preparazione del vertice del G8 del 2009 alla Maddalena, a riduzioni di stanziamenti previsti per alcune grandi opere come il Mose (170 milioni) e la Tav (185 milioni), all'eliminazione di 732 milioni euro per i contributi alle scuole private, e soprattutto, il taglio di 4 miliardi alla spesa militare e - in cambio - maggiori finanziamenti alla spesa sociale e contro
La Campagna, ribadendo quanto già affermato nei giorni scorsi a commento della Finanziaria del governo per il 2008, riconosce che la finanziaria governativa "fa registrare alcune novità importanti" ed è "una manovra migliore di quella dell’anno scorso", ma viste le condizioni radicalmente diverse di quest’anno – dopo un anno di risanamento, di crescita dell’economia e di maggiori entrate fiscali - "è deludente soprattutto per le scelte non effettuate". In aperta critica al titolo di un intervento del Ministro dell'Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, su Il Sole 24 Ore (“Una finanziaria che guarda al futuro”) Sbilanciamoci! afferma invece che "è una finanziaria incapace di futuro".
"Non c’è una direzione di marcia verso gli investimenti pubblici (se non quella del contenimento delle spese) di cui questo paese avrebbe bisogno: solo interventi in ambito sociale ed ambientale, che seppur importanti hanno un limitato impatto redistributivo e, in alcuni casi, solo un effetto una tantum. Prevale l’idea di una politica economica restrittiva che ha principalmente due punti di riferimento: il contenimento della spesa pubblica e l’obiettivo del taglio dell’imposizione fiscale. Ci sono certo alcune importanti novità: aumentano un po' le spese sociali, c’è qualche azione di redistribuzione e soprattutto non si tagliano le spese a sanità e ad enti locali. Ma si continua, nello stesso tempo, a procedere sulla vecchia strada: si aumentano le spese militari, si tagliano le tasse alle imprese (ma non al lavoro dipendente) si sprecano soldi in inutili grandi opere, non si investe nella scuola, nell’università e nella ricerca" - denuncia Sbilanciamoci!
La "controfinanziaria" di Sbilanciamoci! di quest’anno dimostra che sono possibili altre scelte di politica economica e un modo diverso di utilizzare la spesa pubblica. Sbilanciamoci! propone quindi una controfinanziaria da 16.296 miliardi di euro, che attinge più di 5 miliardi da nuove entrate, 3 dei quali dall'armonizzazione delle rendite al 23% e oltre 11 miliardi dalle minori uscite: partendo innanzitutto dai 2.653 milioni di una riduzione dei costi della politica e dal taglio di 4 miliardi alla spesa militare - che quest'anno invece aumenta del 10% - soprattutto per gli investimenti nei sistemi d'arma high tech (1.550 milioni), negli Eurofighter (968 milioni), nelle fregate Fremm (155 milioni) e nel sistema Sicral (20 milioni). E se da un lato diminuiscono le spese dei tribunali militari, il servizio civile rimane sottofinanziato (303 milioni di euro contro i 500 necessari per avviare al servizio civile 60mila giovani).
Ma minori uscite sono possibili grazie anche all'abolizione dei Cpt (122 mln), al riordino delle convenzioni in sanità (700 mln), all'eliminazione di 732 milioni euro per i contributi alle scuole private, a risparmi per 2 miliardi grazie all'adozione dei sistemi informatici "open source" e a 855 milioni in meno alle grandi opere, a cominciare dal Mose (170 milioni) e dalla Tav (185 milioni), ma anche alla soppressione del finanziamento di 30 milioni di euro per la preparazione del vertice del G8 del 2009 alla Maddalena. Per investire, invece, nella spesa sociale e contro la povertà di 4,5 mld, sul lavoro (1,7 mld), sull'istruzione (1,9 mld) e sulla mobilità sostenibile (2,2 mld). L'iniziativa prevede anche un vero e proprio piano nazionale contro il razzismo da sovvenzionare con 20 milioni, la chiusura dei Centri di permanenza temporanea, con il risparmio di 122 milioni di euro, vincoli per 1 miliardo e 900 milioni a favore degli incapienti, la tassazione della pubblicità e dei diritti televisivi per lo sport e lo spettacolo.
La Finanziaria 2008 delude anche il Wwf, che la definisce “una manovra senza qualità ambientale”. “Ci saremmo aspettati che si consolidasse e rinnovasse la tendenza all’innovazione in campo energetico, ambientale e dei trasporti abbozzata nel
Sbilanciamoci! invita a firmare la petizione online con la quale chiede al Governo una finanziaria diversa che metta al centro i diritti, l'ambiente e la pace e una svolta nelle politiche economiche del paese a favore di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale, la qualità e la giustizia sociale, la solidarietà. (Unimondo)
Dietro il commercio del tabacco
In Nicaragua l'industria di lavorazione del tabacco e produzione di sigari si è sviluppata vertiginosamente negli ultimi 16 anni. Negli anni 80 esistevano solamente due fabbriche, Nicaragua Cigars e Cubanica, ed una preindustria che prepara le foglie di tabacco per la fabbricazione dei sigari.. Fu all'inizio degli anni 90, immediatamente dopo la sconfitta elettorale del Frente Sandinista, che lo sviluppo di politiche di privatizzazione ed i generosi esoneri fiscali concessi dai nuovi governi, aprirono le porte agli investimenti stranieri, come simbolo di una nuova era di ipotetico benessere per la maggioranza dei nicaraguensi.
Attualmente ad Estelí esistono 35 grandi fabbriche che gestiscono l'intero processo del tabacco fino alla produzione di sigari, dando lavoro a circa 18 mila persone. Il 62 per cento del personale occupato in questo settore è composto da donne. Se si considera l'intero processo produttivo, includendo le piantagioni di tabacco, sono circa 30 mila le persone che vivono di questo prodotto.
Storicamente la produzione e la lavorazione del tabacco si sono concentrate nei Dipartimenti di Estelí e Nueva Segovia per le eccellenti terre e soprattutto, per la manodopera esperta e molto qualificata.
Entrando nella fabbrica, l'ambiente quasi asettico ed ordinato dei locali dove lavorano centinaia di donne contrasta fortemente con l'insopportabile e nauseante odore di tabacco ed il frenetico ritmo di lavoro. Donne con movimenti meccanici concentrate nel despalillo (estrazione della vena centrale della foglia di tabacco) e nella rapida selezione delle foglie secondo il loro colore, spessore, classe e volume.
Donne che non alzano mai la testa, con lo sguardo fisso sulle loro mani intrise di tinta che usano per dare colore alle foglie, secondo il gusto del cliente. Tinta che penetra nel corpo attraverso la pelle e si fissa come macchia indelebile. Nell'area di essicazione, uomini sopportando l'intenso calore e l'odore che penetra fino alla zona più recondita dei loro polmoni.
Fu proprio a questo punto che facemmo un passo indietro, socchiudendo gli occhi e tappandoci la bocca con un fazzoletto, senza comprendere come fosse possibile sopportare e lavorare in questo ambiente. "Avete visto? Uno poi si adatta e può continuare a stare qui senza problemi", spiegò l'amministratore dell'impresa che ci accompagnava. Secondo Reyna Muñoz, segretaria generale della Federación Departamental della Asociación de Trabajadores del Campo (ATC) di Estelí, i problemi relazionati alla salute nel settore del tabacco sono molto seri. "In generale - commenta Muñoz - esiste una grande incidenza di malattie nelle donne e nel settore agricolo e solo il 3 per cento ha accesso alla Previdenza Sociale, ad una pensione e all'assistenza sanitaria".
Nel 2004 un'organizzazione danese finanziò un progetto pilota per sviluppare uno studio nell'ambito della salute nei luoghi di lavoro. Intervistarono 400 lavoratori, il 62 per cento donne. I risultati furono raccapriccianti. Al 100% degli intervistati venne diagnosticata una parassitosi acuta e generalizzata. Furono riscontrate gravi malattie respiratorie nella maggioranza delle persone e severi problemi di artrite tra le donne. Ci sono anche molti casi di Lesioni per Sforzi Ripetitivi (LER, per la sua sigla in spagnolo).
I problemi di salute collegati a questo lavoro non finiscono però qui. Il progetto pilota ha scoperto anche un altro fenomeno molto allarmante che colpisce le donne. Sono stati realizzati Pap-Test a tutte le donne intervistate e si sono scoperte altissime percentuali di infezioni vaginali e vari casi pretumorali (NIC2). In altre donne è stato diagnosticato uno stato tumorale avanzato e le percentuali rilevate dallo studio sono molto superiori ai limiti massimi stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).
Durante l'ora che siamo rimasti all'interno della fabbrica, non abbiamo potuto scambiare nemmeno una parola con le lavoratrici. Testa bassa, movimenti frenetici delle mani, alzando ogni tanto la testa per mostrarci un doloroso sorriso. Sulla parete una Circolare diceva testualmente: "Con questa circolare si comunica che si proibisce l'uscita fuori dall'orario stabilito dai Contratti, dal Regolamento Interno dell'impresa e dal Codice del Lavoro. In caso di inadempimento verrà tolto dallo stipendio il pagamento del Settimo giorno e le ore effettivamente non lavorate, dato che ciò causa perdite economiche all'impresa". "Qui la gente lavora a cottimo - spiega Reynulfo Vásquez, segretario di organizzazione della Federazione della ATC di Estelí - e il salario base non arriva ai 60 dollari mensili. Per guadagnare un po' di più, duplicano gli sforzi e guadagnano secondo quello che riescono a produrre. Se da una parte questo tipo di lavoro permette loro di portare a case un salario normale, dall'altra crea molti problemi. In generale la situazione dei lavoratori in Nicaragua è difficile e nella zona rurale è anche peggio. Più del 70 per cento della popolazione vive in povertà e deve sopravvivere con 2 dollari al giorno. Più di due milioni di persone vivono in estrema povertà e quelli che hanno la fortuna di avere un lavoro ricevono un salario minimo che non copre nemmeno la metà del Paniere. È quindi evidente che non possa bastare per una famiglia che in media è composta da 5-6 persone ed è per questo motivo che la maggioranza delle famiglie mangiano solo ogni tanto, salteado, come diciamo in Nicaragua".
Passando da un'area all'altra della fabbrica abbiamo notato una bambina che si nascondeva dietro sua madre. Nelle sue mani aveva una foglia di tabacco, non so se per giocare o per aiutare. Sulla parete, un'altra Circolare proibiva l'entrata ai minorenni ed adolescenti. Nella stanza di fianco, dove si producevano i sigari, un bambino ed un ragazzo erano seduti e vedendoci entrare smisero di manipolare le capas (foglia esterna che avvolge le altre foglie che compongono il sigaro). Secondo Reyna Muñoz, oramai non esiste lavoro infantile nell'industria e nella preindustria del tabacco, ma questo problema resta difficile da controllare nelle piantagioni.
Alla fine del nostro percorso, siamo usciti dallo stesso portone che si chiude nuovamente. I nostri accompagnatori ci hanno poi raccontato gli sforzi fatti per organizzare sindacalmente i lavoratori e le lavoratrici e per creare commissioni miste, gli sforzi per informare sull'importanza dell'igiene e della salute, sulla prevenzione delle malattie e su come in questi primi nove mesi di nuovo governo i proprietari delle fabbriche abbiano dimostrato maggiore accessibilità, permettendo il contatto tra i lavoratori, le lavoratrici e le organizzazioni sindacali. (Tratto da un testo di
Sono 728mila i “super ricchi” in Italia
A fine 2007 i “super ricchi” nel nostro Paese dovrebbero attestarsi a 728mila, in aumento del 2,5% rispetto allo scorso anno. E’ quanto emerge da uno studio dell’Associazione Italiana Private Banking (Aipb) sulla situazione finanziaria di coloro che dispongono di un patrimonio finanziario superiore ai 500mila euro, immobili esclusi. Un aumento imputabile per l’85% alla crescita degli asset finanziari e per il restante 15% all’ingresso di nuovi asset. Il mercato del private banking – quella parte dell’attività bancaria dedicata alla fascia “alta” di clientela - dovrebbe raggiungere gli 870 miliardi, con un portafoglio così investito: 40% in titoli obbligazionari (37% nel 2006), 20% in quote di fondi comuni (19% nel 2006), 11% in azioni quotate (7% nel 2006), 13% in gestioni patrimoniali (21% nel 2006), 6% in prodotti assicurativi e 10% nei depositi (pressoché invariato rispetto al 2006). I principali asset si concentrano soprattutto in Lombardia (25,1%), seguita a distanza dal Lazio (11%) e dall’Emilia Romagna (9,3%).
7000 aziende agricole all’asta. La lotta dei contadini sardi contro le banche
Tutto cominciò con una legge del 1988 (n.44) con cui la Regione Sardegna finanziò con 60 miliardi di lire il credito ottenuto delle aziende agricole presso le banche, sotto forma di finanziamenti per l'ammodernamento delle imprese. Quattro anni dopo, la Comunità europea, considerò qui fondi aiuti di Stato e dichiarò alcuni articoli di quella legge illegali, intimando alla regione di recuperare le somme erogate. In ragione di ciò, le banche pretendono dagli agricoltori il rientro immediato delle somme non più coperte da garanzia regionale. Non potendo ripianare l’esposizione, le banche procedono in sede legale e arrivano a vendere all’asta tra le 5.000 e le 7.000 imprese agricole, continuando a reclamare crediti per oltre settecento milioni di euro. Un debito che continua a lievitare a causa degli interessi, che hanno portato anche a diverse accuse di anatocismo verso gli istituti creditori. Inizia quindi lo sciopero della fame di un gruppo di contadini in lotta, che non intendono lasciare le proprie terre alle banche e agli speculatori, che aspettano solo di poter mettere la unghie su quelle terre. Intanto la questione è arrivata a Roma, dove gli agricoltori hanno ottenuto una prima conquista: un emendamento sulla finanziaria al Senato, firmato da tutti i capigruppo alla Commissione Agricoltura, che raccoglie le proposte del Comitato e dispone il blocco di tutte le procedure esecutive in Sardegna fino al luglio 2008 (desinando una copertura di 5 milioni di Euro per i costi). E’ inoltre prevista l’istituzione di una Commissione di 3 esperti che studi il problema e avanzi le proposte. La lotta continua. (per info: www.soccorsocontadino.eu)
Scandalo derivati: prime ammissioni di Unicredit
Negli ultimi giorni il titolo Unicredit ha perso terreno sull’onda dello scandalo derivati che ha colpito il colosso bancario italiano. I derivati sono strumenti molto complessi che servono a coprirsi da rischi legati alle oscillazioni del mercato, ma spesso vengono usati a fini esclusivamente speculativi. Una sorta di assicurazione per chi, ad esempio, ha ricevuto un finanziamento a tasso variabile e vuole tutelarsi da possibili rialzi dei tassi di interesse. Ma proprio la complessità di questi strumenti li rende poco trasparenti e consente alla banca che li emette di guadagnarci sempre, anche perché eventuali perdite, che possono essere pesantissime, sono sempre a carico del cliente. Di questi pericolosi strumenti Unicredit ne ha venduti in gran quantità. A tutti: aziende, enti pubblici, comuni e privati, tanto che ora molti accusano perdite che rischiano di mandarli su lastrico. Unicredit, la banca aperta all’Europa, simbolo del capitalismo moderno, guidata da Alessandro Profumo, manager progressista che guarda a sinistra, ha riempito i portafogli di ignari imprenditori di questi prodotti-trappola, come ha documentato l’ottima trasmissione di Report di domenica scorsa (www.report.rai.it). Da qui la multa della Consob a fine agosto per “carenze procedurali afferenti l’operatività dei prodotti derivati” e le recenti accuse delle associazioni dei consumatori. Proprio a Report la banca ha rivalato che il mark to market dei derivati venduti alla clientela è negativo per 1 miliardo di euro. Tutti soldi a carico della clientela naturalmente. Ma secondo l’Adisbef il mark to market di Uncredit sarebbe negativo per 4-5 miliardi. (Fonte: Finanza e Mercati)
Mutui subprime: nasce un maxi fondo da 80 miliardi di dollari
Un fondo da 80 miliardi di dollari per far fronte alla crisi dei mutui subprime. E’ l’iniziativa, fortemente voluta dalla Casa Bianca, lanciata da Citigroup, Bank of America e Jp Morgan per prevenire nuove crisi di liquidità sui mercati, causate dalle insolvenze sui mutui. La prima operazione del fondo sarà quella di arginare la minaccia dei Siv (special investment vehicles), strumenti strutturati creati fuori bilancio dalle banche americane. Creati per speculare sul differenziale dei tassi a breve e lungo termine, i Siv hanno in portafoglio oltre 320 miliardi di bond, tra i quali figura una buona percentuale di mutui subprime, che fanno sempre più fatica a finanziarsi. Il fondo rileverà circa 80-100 miliardi di questi titoli, che terrà in portafoglio fino a scadenza, liberando le banche dall’onere di contabilizzare altri miliardi di dollari di perdite. L’iniziativa non sembra per ora aver esorcizzato le paure della Borsa americana, soprattutto dopo che la stessa Citigroup, attualmente la più esposta sui Siv, ha annunciato un calo del 57% degli utili nel terzo trimestre, dovuto a una perdita da 3 miliardi sul portafoglio mutui.
Multinazionali davanti al Tribunale Permanente dei Popoli. Accuse anche all’Acea
Durante l'udienza speciale "Imprese multinazionali europee in America Latina - Unión Fenosa", la Commissione Giudicatrice (Jurado) del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) ha deciso di accusare la multinazionale spagnola dell’energia Union Fenosa, sia per quanto riguarda la sua sede centrale che le filiali in Nicaragua e Guatemala.
Dopo due giornate di lavoro, durante le quali sono state ascoltate le testimonianze di numerosi cittadini, esperti del settore energetico, membri di gruppi della società civile nicaraguense e guatemalteca e di organizzazioni di osservazione delle multinazionali nel mondo, la Commissione Giudicatrice, formata da quattro esperti nominati come Giudici dal TPP, ha accusato la multinazionale spagnola per "gravi e massive violazioni ai diritti lavorativi dei suoi lavoratori ed anche per azioni od omissioni che contribuiscono al deterioramento delle condizioni di vita e della salute fisica e mentale di una parte crescente della popolazione nicaraguense e guatemalteca, specificamente del diritto umano ad un livello di vita adeguato, contribuendo inoltre a mantenere i livelli di povertà che allontanano la popolazione dalla possibilità di godere del Diritto Umano allo Sviluppo e di violazione ai Diritti Lavorativi dei suoi lavoratori con l'implementazione sistematica di una politica di flessibilità lavorativa".
Tra le raccomandazioni segnalate dalla risoluzione finale, il TPP ha deciso di chiedere l'annullamento del contratto con Unión Fenosa, del "Memorando de Intención" firmato col governo del Nicaragua ed anche la sua espulsione "dal Nicaragua e dai paesi della regione”. Ha inoltre chiesto di "implementare i meccanismi per ottenere il risarcimento, l'indennizzo ed il pagamento del debito sociale, economico ed ecologico provocato al popolo nicaraguese”.
La Commissione Giudicatrice ha anche accusato i Governi di Spagna e Nicaragua e gli Organismi Finanziari Internazionali "specialmente il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per le condizioni imposte, come le privatizzazioni ed il trattamento di favore alle multinazionali. La Banca Mondiale (BM), la Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e la Banca Centroamericana di Integrazione Economica (BCIE) che proporzionano le risorse finanziarie per l'implementazione delle condizioni imposte dal FMI e sovvenzionano e proteggono gli investimenti dal capitale multinazionale".
Questa Prima Udienza Speciale prevede la sua conclusione durante una sessione deliberante dove sarà necessario un approfondimento dei fatti.
Durante la sessione del TPP a Managua sono stati presentati altri casi di violazioni ai diritti umani, lavorativi ed ambientali da parte di multinazionali europee e nordamericane in America Centrale, tra cui la multinazionale spagnola Calvo, l’impresa elettrica nordamericana AES Corporation, che controlla la distribuzione di energia nel Salvador e il il consorzio Aguas de San Pedro S.p.A in Honduras, controllato dal Municipio di Roma attraverso l'impresa italiana ACEA S.p.A.
Secondo quanto racconta Javier Canales del Bloque Popular de San Pedro Sula, "questa impresa ha preso il controllo della distribuzione dell'acqua e non sta rispettando il contratto di concessione. La qualità dell'acqua continua ad essere pessima, non ha aumentato la copertura della distribuzione e le tariffe sono aumentate. Speriamo che in futuro ci possa essere una sentenza del TPP che benefici il popolo honduregno e nonostante si tratti solo di un giudizio politico e morale, servirebbe a motivare la gente per lottare contro l'atteggiamento di questa multinazionale". (Fonte:
UBI Banca: nuove linee guida per l’export di armi
Il Consiglio di Gestione di UBI Banca ha approvato le nuove linee guida di Gruppo per l’operatività nel settore degli armamenti, "in linea con l’orientamento etico proprio di banca popolare". Il documento è stato elaborato anche attraverso il confronto con organizzazioni non governative competenti in materia (Rete Disarmo, Mani Tese, CRBM, Gruppo Editoriale Vita) e ha come riferimento da una parte il dettato costituzionale del nostro Paese - "che ripudia la guerra come strumento per la composizione di controversie internazionali" - e i principi etici del rispetto della persona e della promozione dei diritti umani, dall’altra "la consapevolezza della necessità di provvedere al mantenimento di strumenti e forze militari orientate ad assicurare la pace e la difesa della democrazia nei rapporti interni e internazionali".
"Seppur non si tratti di una totale cessazione delle operazioni è certamente positivo che siano stati introdotti criteri oggettivi, trasparenti e soprattutto più stringenti per la fornitura di servizi in appoggio al commercio di armi" - sottolinea Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna 'banche armate' promossa dal 2000 dalle riviste Missione Oggi, Mosaico di pace e Nigrizia. Anche la decisione di segnalare il numero di operazioni alle quali è stata rifiutata l'autorizzazione in base a questa nuova policy, sarà uno strumento in più per valutare l'efficacia delle proprie scelte.
Il gruppo UBI ha deciso che "ogni banca del Gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all'export ci armi con soggetti che siano residenti in paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla NATO", "siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri". Inoltre verrà tenuto conto "delle indicazioni fornite dalle principali Organizzazioni non governative di riferimento e in particolare le liste dei paesi in conflitto comprese ogni anno nel SIPRI, i rapporti di Amnesty International e di Human Right Watch sulle violazioni dei diritti umani e i dati UNDP (United Nations Development Program) relativamente al tasso di sviluppo umano e al rapporto tra spesa militare e spesa per sanità e istruzione dei singoli Paesi. (Fonte: Unimondo)