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venerdì, 28 dicembre 2007

Cala la fiducia dei risparmiatori sul 2008

I risparmiatori italiani vedono il 2008 come un anno difficile. Scende infatti la fiducia sul futuro dell’economia, secondo la rilevazione di dicembre 2007 dell’indice Soldi Sette, realizzata da Altroconsumo. L’indice è sceso da quota 102 a quota 94,2 - tra un minimo di 0, estremo pessimismo, e un massimo di 200 - e per la prima volta dopo più di due anni, il valore si è portato in zona pessimista. Ha probabilmente contribuito a questo risultato il rallentamento dell’economia USA che, verosimilmente, si ripercuoterà su quella europea anche se non si tratterà di recessione. In crescita, comunque, rispetto al trimestre scorso, la voglia di investire che passa da quota 110,3 a quota 112,9. In particolare è in salita la voglia di puntare sulle azioni (indice da 101,3 a 101,5).

Postato da: robycuda a 20:31 | link | commenti (3)
economia italiana

domenica, 23 dicembre 2007

Tornano gli Stati-azionisti. E vengono da Oriente

Dal bell’articolo di Federico Rampini su Affari & Finanza del 17 dicembre scorso, che sottolinea alcuni importanti segni dei tempi.

“Gli ultimi due colossi della finanza occidentale (ultimi in senso cronologico) hanno ricevuto una salvifica trasfusione di sangue da due ‘sovereign funds’ (fondi sovrani) del Golfo Persico. La Citigroup, la più grande banca d’America e del mondo, ha accolto tra i suoi azionisti la Abu Dhabi Investment Authority, che ha portato con sé 7,5 miliardi di dollari di capitale fresco. La Ubs, numero uno della finanza svizzera, ha dato il benvenuto alla Government of Singapore Investment Corporation, che si è presentata con un gettone d’ingresso di 9,7 miliardi di dollari. Sia Citigroup che Ubs sono fra le vittime della crisi dei mutui americani, hanno subìto perdite importanti, e la fiducia dei mercati nel loro management è stata scossa. L’ingresso degli Stati-azionisti venuti da oriente ha suscitato sollievo. Qualche lettore forse ricorda l’epoca in cui il governo americano vietà alla Banca Commerciale Italiana (Comit) di comprarsi un istituto di credito Usa, perché a quell’epoca la Comit era controllata da un ente pubblico, l’Iri: cioè il demonio”.

Postato da: robycuda a 16:53 | link | commenti
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Blackstone sbarca in Uganda

Blackstone Group,  il più grande fondo di private equity al mondo (21,7 miliardi di dollari), investirà 110 milioni nel progetto della maxi-diga di Bujagali, un impianto idroelettrico sul Nilo a 5 miglia dal lago Vittoria, in Uganda. Il progetto, che costerà complessivamente 872 milioni di dollari, sarà in larga parte finanziato (682 milioni) da varie banche europee, l'International Finance Corporation (collegata alla Banca Mondiale) e l'African Development Bank, un istituto di credito che finanzia progetti per lo sviluppo negli Stati africani. Altri 60 milioni arriveranno dalla Industrial Promotion Services Kenia, legata al leader musulmano Aga Khan e 20 milioni dal governo ugandese, che ritiene necessaria l'opera per stimolare la crescita economica del Paese e per sopperire alla richiesta di energia elettrica. Il piano è però duramente contrastato dalle associazioni ambientaliste mondiali. La maxi-diga, che dovrebbe essere realizzata entro il 2011, distruggerebbe infatti le cascate di Bujagali, una delle principali bellezze naturali del Paese e potrebbe compromettere l'intero ecosistema del lago Vittoria, il più grande dell'Africa. Tra l'altro, gli ecologisti ricordano che l'85% delle abitazioni ugandesi non è connessa alla rete elettrica: un dato che - sostengono - dovrebbe sollevare dubbi sui reali motivi alla base dell'opera. (Fonte: Il Sole 24 Ore, Osservatorio Finanza)

Postato da: robycuda a 16:39 | link | commenti
aziende, economia internazionale

Le banche predicano bene e razzolano male. I casi Intesa Sanpaolo e Unicredit

E’ stato reso pubblico il nuovo rapporto della rete internazionale Banktrack, di cui fa parte anche l’italiana CRBM – Campagna per la riforma della Banca Mondiale, intitolato “Mind the Gap”. Le banche private stanno facendo dei progressi nello sviluppo di politiche che trattino aspetti sociali, ambientali e sui diritti umani legati alle loro operazioni, tuttavia questi progressi sono lenti e non paritari, dal momento che alcuni istituti di credito hanno fatti significativi passi in avanti ed altri sono rimasti al palo. Ma il punto nodale è anche un altro: c’è un imponente divario tra l’adozione di queste politiche e la loro applicazione, che spesso non avviene oppure avviene in maniera solo parziale.

Il rapporto usa i migliori standard internazionali in materia socio-ambientale e di diritti umani come punti di riferimento per valutare le politiche delle banche. Ben 30 i casi di progetti esaminati, che riguardano il settore estrattivo, minerario, ittico, forestale, idroelettrico e del traffico di armi. Sono 45 invece gli istituti di credito finiti sotto la lente di ingrandimento degli esperti di Banktrack.

Per l'Italia, i gruppi bancari presi in considerazione dal rapporto sono Unicredit e Intesa Sanpaolo, che a seguito dei processi di fusione hanno raggiunto una dimensione globale, e sono quindi quelli maggiormente sotto la lente delle organizzazioni e delle reti internazionali. Andrea Baranes, che ha contribuito alla stesura del rapporto per conto della CRBM, ha dichiarato che "le banche italiane appaiono più attente e hanno sviluppato delle linee guida in quei settori tradizionalmente più sensibili per la società civile del nostro paese, come quello delle armi. Intesa Sanpaolo ha un voto alto in quest'ambito, mentre Unicredit dovrebbe ottenerlo a breve, visto che sta lavorando ad una policy sugli armamenti valida per tutto il gruppo."

"La situazione appare molto diversa - ha proseguito Baranes - per i settori dove c'è meno attenzione o tradizionalmente più lontani dalle preoccupazioni delle banche italiane. Così sia Unicredit sia Intesa Sanpaolo hanno delle linee guida ancora molto lontane dai migliori standard internazionali in diversi ambiti di grande importanza, dal finanziamento delle attività minerarie e dell'industria estrattiva all'agricoltura, dallo sfruttamento della pesca a quello delle foreste, fino al considerare i diritti dei popoli indigeni o gli impatti sui cambiamenti climatici dei finanziamenti concessi."

"Unicredit e Intesa Sanpaolo - ha concluso Baranes - sono ormai delle banche che operano sui mercati di tutto il mondo, e sono spesso coinvolte in progetti con potenziali impatti ambientali, sociali o sui diritti umani. E' ora necessario che i due gruppi bancari adottino le migliori linee guida e policy esistenti a livello internazionale, in modo da riconoscere, valutare ed evitare tali impatti negativi, ma anche per dare l'esempio agli altri istituti di credito del nostro paese. Come per le altre banche, la reale diffetrenza consisterà poi nella concreta applicazione delle linee guida adottate".

Per scaricare il rapporto: www.banktrack.org (Crbm)

Postato da: robycuda a 16:33 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit, intesa-sanpaolo

mercoledì, 19 dicembre 2007

Clima: in pericolo 800 milioni di lavoratori rurali

Tre quarti del miliardo di persone in condizioni di povertà estrema, vivono nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo e sono esposti ai rischi immediati causati dalla sempre maggiore frequenza di cattivi raccolti e dalla perdita del bestiame. Lo stesso impatto potrebbero avere 1,5 miliardi di persone che dipendono dalle foreste per la propria sopravvivenza, tra cui alcune delle popolazioni più povere al mondo, così come i 200 milioni di persone che vivono di pesca. E quanto emerso nel corso della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici tenutasi a Bali, sulla scorta delle preoccupazioni emerse dalle tre agenzie Onu: Fao, Programma Alimentare Mondiale (Pam) e Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad).

“Grazie allo sforzo congiunto dell'Europa e dei Paesi in via di sviluppo è stato evitato un passo indietro nella lotta ai cambiamenti climatici: gli USA sono stati isolati e costretti a ritrattare le loro posizioni": così Legambiente commenta le conclusioni della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici UNFCCC) tenutasi a Bali. L'accordo di compromesso trovato per non emarginare del tutto gli Stati Uniti non indica, infatti, nel documento finale l’obiettivo di riduzione dei gas serra dal 20% al 40% entro il 2020 - riporta La Nuova Ecologia che ha dedicato un dossier al Summit di Bali. Dopo una frenetica maratona notturna, la Conferenza sul clima ha formalmente adottato la “la road map” di Bali: l’accordo prevede che il processo dei negoziati sul seguito da dare al protocollo di Kyoto dovrà iniziare "prima possibile e non più tardi dell'aprile 2008", dal momento che la prima fase del protocollo di Kyoto si esaurirà nel 2012.

"Se il miope ostruzionismo di Washington ha impedito di raggiungere un risultato efficace, si è aperta comunque una nuova prospettiva" - commento Vittorio Cogliati Dezza, ne-presidente nazionale di Legambiente. "Il merito del risultato di Bali va ascritto all’Europa, che si è presentata ai negoziati con la decisione già presa di tagliare unilateralmente le emissioni del 30%, e ai paesi emergenti, come Cina, India e Sud Africa, che hanno capito l’urgenza e l’inderogabilità della riduzione dei gas serra e hanno saputo giocare un ruolo fondamentale nella trattativa". "Dal canto suo, l’Italia oggi è ferma al palo e deve recuperare il distacco dal resto dell’Europa, mettendo in atto una profonda revisione della politica energetica che punti su fonti rinnovabili, efficienza e mobilità alternativa" - conclude il presidente di Legambiente. L'accordo di Bali assume come punto di riferimento fondamentale l'ultimo rapporto dell'Onu sul cambiamento climatico: implicitamente gli Stati Uniti riconoscono la necessità di un taglio delle emissioni di gas tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. (Fonti: Verdi, Unimondo)

Postato da: robycuda a 17:56 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

Fondi pensione: no della Covip agli hedge funds

La Covip boccia la possibilità di inserire gli hedge fund, i fondi di investimento altamente speculativi, nei portafogli dei fondi pensione italiani. “In linea di principio sono favorevole a inserire in portafoglio strumenti che possono essere utilizzati come forma di copertura del rischio, ha detto a Borsa & Finanza Luigi Scimìa, presidente di Covip, la commissione di vigilanza dei fondi pensione. Ma con riferimento agli hedge fund si crea un problema di trasparenza, in quanto ci troviamo di fronte a gestori che difficilmente fanno disclosure sui loro investimenti”. E ancora: “noi dobbiamo distinguere tra risparmio previdenziale e risparmio finanziario. In quest’ultimo caso ci troviamo di fronte a un investimento di breve termine, spesso condotto in ottica speculativa. Quando si parla di risparmio previdenziale, invece, ci troviamo di fronte a un investimento di lungo periodo”. (Fonte: Borsa & Finanza, 15/12/2007)

Postato da: robycuda a 17:35 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale

martedì, 18 dicembre 2007

Unilever licenzia, il titolo sale

Unilever è un colosso multinazionale che controlla marchi molto noti come Knorr, Lipton, Dove e Cif. Ha 179 mila dipendenti e nel 2006 ha fatturato 50 miliardi di dollari, con utili che hanno superato i 5 miliardi di euro. Quindi Unilever va bene, benissimo. Ma ha un problema: va peggio della sua diretta concorrente, Procter & Gamble, che ha 138 mila dipendenti, un fatturato di 77 miliardi di dollari e un utile doppio. E questo, nel mondo finanziarizzato e globalizzato è un problema, perché gli investitori – cioè coloro che cercano di guadagnare con operazioni di Borsa – preferiscono comprare azioni Procter & Gamble anziché Unilever e ciò fa abbassare il titolo di quest’ultima. La differenza tra le due, tra l’altro, è giustificata dal fatto che diversamente dalla concorrente Unilever opera anche nel settore alimentare, che ha margini di profitto più bassi rispetto al settore dei detergenti. Ma gli investitori – che poi sono banche e fondi di investimento – non guardano a queste sottigliezze, vogliono guadagnare e basta. Ecco che allora Unilever lancia un grande piano di ristrutturazione che prevede il taglio di 20 mila posti di lavoro, 12 mila dei quali in Europa. Sulle strade di Rotterdam, dove risiede la multinazionale, c’erano un migliaio di dipendenti, non molti, ma in rappresentanza di 16 paesi e forti di una solidarietà unanime delle rappresentanze sindacali. Per loro è solo l’inizio di una lotta che si preannuncia lunga e snervante. Lo slogan è chiaro: l’azienda siamo noi, non solo gli azionisti. Intanto all’annuncio del piano di ristrutturazione, il titolo Unilever in Borsa è cresciuto del 4%. (Fonte: Corriere Economia, 10/12/2007)

Postato da: robycuda a 08:57 | link | commenti (1)
aziende, economia internazionale, banche e armi

venerdì, 14 dicembre 2007

I segreti delle banche (e di Unicredit)

L'ONG belga Netwerk Vlaanderen, parte della rete internazionale BankTrack, ha pubblicato oggi un rapporto che esamina gli investimenti e i prestiti di 121 gruppi bancari in imprese e progetti accusati di pesanti violazioni dei diritti umani. Si va dalla vendita di armi a dittatori all'impedire alle comunità locali l'accesso alla terra e all'acqua, fino alle cooperazioni con gruppi paramilitari al coinvolgimento in esprori e rilocalizzazioni forzate e altri casi.

I gruppi bancari presi in esame provengono da 24 Paesi. Per l'Italia è Unicredit a figurare nel rapporto, in particolare tramite la banca tedesca del gruppo Unicredit, la HVB, che avrebbe partecipato a operazioni finanziarie con imprese che, tra le altre cose, investono in

Birmania. La stessa banca sarebbe inoltre coinvolta in alcune operazioni finanziarie verso la EADS, una delle più grandi imprese del settore delle armi in Europa, e attualmente sotto accusa perché alcuni suoi componenti sarebbero finiti nella stessa Birmania, malgrado l'embargo dell'Unione Europea.

Nel periodo considerato, che va dal 2003 al 2007, le 121 banche coinvolte in questi finanziamenti avrebbero assicurato prestiti legati a violazioni dei diritti umani per 13 milardi di dollari, emesso e sottoscritto prestiti obbligazionari per 28,4 miliardi e fornito consulenza per l'emissione di azioni per 14,8 miliardi di dollari Usa.

Secondo i promotori dello studio, si tratta di violazioni ben documentate. Malgrado questo, le banche coinvolte continuano a fornire prestiti e finanziamenti alle compagnie responsabili di queste violazioni. Per maggiori informazioni: http://www.banksecrets.be (Osservatorio Finanza)

Postato da: robycuda a 08:55 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit

mercoledì, 12 dicembre 2007

Mediolanum pronta a comprare l’1,5% di Mediobanca

Grandi manovre intorno a Mediobanca o, meglio intorno al 9,39% di azioni messe in vendita da Unicredit dopo la fusione con Capitalia. Non daremmo questa notizia di gossip finanziario se non fosse che intorno a Mediobanca – il cosiddetto “salotto buono” della finanza - si concentrano ancora oggi gli equilibri del capitalismo italiano. Mediolanum è pronta a comprare l’1,5 % del capitale della banca, che si aggiungerà all’1,89% già in possesso della compagnia. Si tratta di oltre 12 milioni di azioni ad un prezzo di 15,85 euro ciascuna, per un investimento complessivo di 194,7 milioni di euro. L’operazione, che sarà effettuata per metà da Mediolanum Spa e per metà dalla controllata Mediolanum Vita, è in attesa del via libera del patto di sindacato Mediobanca. Al pacchetto messo in vendita da Unicredit hanno manifestato interesse anche la banca privata tedesca Sal Oppenheim, la famiglia Benetton e alcuni membri del patto, tra cui Vincent Bolloré, Banco Santander e Groupama.

Postato da: robycuda a 16:36 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit

Crescono (poco) gli iscritti ai fondi pensione aperti

Il 3° trimestre dell’anno ha registrato 120.360 nuove iscrizioni ai fondi pensione aperti, che dall’inizio dell’anno ammontano a 274.114 e portano il totale iscritti a quota 714.566. Lo rivelano i dati Assogestioni, che tra luglio e settembre segnano una raccolta netta pari a circa 200 milioni di euro, per attivi netti di poco inferiore ai 4 miliardi di euro. Grazie anche ai primi timidi afflussi del Tfr, la raccolta netta dei lavoratori dipendenti è stata pari a oltre 109 milioni di euro, mentre gli autonomi hanno partecipato per quasi 69 milioni di euro. Quanto alle scelte dei sottoscrittori, emerge una netta preferenza per il comparto dei Bilanciati Obbligazionari, scelti da 29.863 iscritti. La composizione del portafoglio vede un decremento, rispetto al 2° trimestre, del peso degli investimenti in Titoli e Oicr azionari, che passa dal 47,6% all’attuale 43,9%. Cresce, per contro, il peso dei Titoli e degli Oicr obbligazionari a quota 46,2%. A spartirsi la torta restano in testa le Sgr, che nonostante le prove di incapacità dimostrate negli anni continuano a guidare la classifica in termini di raccolta (117 milioni di euro) e attivo netto (1.554 milioni di euro), le imprese di assicurazione invece sono al primo posto della classifica per numero di iscritti (247.349).

Postato da: robycuda a 16:27 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale