Notizie dal mondo economico e finanziario con la lente del bene comune

Eccomi

Blogger: robycuda
Nome: Roberto Cuda

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

atty84 in Gli hedge funds azio...

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 28 febbraio 2008

Caro-petrolio: il 20% dipende dalla speculazione

Riportiamo parte dell’interessante articolo di Maurizio Ricci, apparso oggi su “la Repubblica.it”

Il petrolio sfonda i 100 dollari al barile e, sul banco degli accusati per questa corsa infinita, sale, dopo i petrolieri troppo avidi e i consumatori troppo voraci, un'altra categoria di colpevoli: gli uomini della finanza selvaggia, gli stessi che ci hanno regalato la crisi del credito esplosa questa estate. In realtà, l'aumento del prezzo del greggio non è frutto solo della speculazione finanziaria, ma la speculazione finanziaria vi gioca un ruolo di primo piano.

Da anni, ormai, hedge funds, finanziarie, banche d'investimento hanno scoperto quelli che, una volta, erano i sonnacchiosi mercati delle materie prime. All'inizio della scorsa estate, i soldi investiti in questi mercati da attori che nulla hanno a che fare con la loro lavorazione e vendita, erano pari ad oltre 100 miliardi di dollari, concentrati, almeno per la metà, sulla regina delle materie prime: il petrolio.

Da allora, il torrente è diventato un fiume: di fronte al collasso del ricco mercato dei derivati e alle difficoltà delle Borse, la finanza d'assalto si è riversata in massa, a caccia di guadagni facili, sui listini del greggio, del grano, dei metalli, come mostrano le impennate dei prezzi di queste settimane. Pronta a qualsiasi scommessa, almeno sulla carta. L'ipotesi del greggio a 200 dollari al barile è, ad esempio, piuttosto remota. A novembre c'erano in atto 500 contratti di opzione, che davano cioè diritto a comprare greggio a quel prezzo il mese successivo. A gennaio, le opzioni per il greggio a 200 dollari erano diventate oltre 5.500.

Speculare sul greggio è più facile e meno costoso che speculare sulle azioni. Quelle opzioni per il greggio a 200 dollari, costavano 30 centesimi al barile. Se poi il greggio, come è avvenuto, non raggiunge quel prezzo, si possono buttare nel cestino, senza altri costi o obblighi di comprare. Anche il future, che è un contratto dove c'è un effettivo impegno a comprare, è più economico, nel mondo delle commodities. Per avere 100 mila dollari di azioni a Wall Street è necessario mettere sul piatto 50 mila dollari in contanti o simili, il cosiddetto margine. Per comprare a termine - appunto il future - 100 mila dollari di greggio, basta anticiparne 5 mila ed essere pronti a rivendere il diritto a quel greggio il giorno successivo. E praticamente nessuno degli attori di questo mercato vedrà mai un barile.

Ognuno di questi strumenti finanziari ha una sua logica. Le opzioni sono, in realtà, una forma di assicurazione contro il rischio di una imprevista impennata o crollo dei prezzi. I futures servono a rendere più liquido il mercato e ad aumentare il numero dei partecipanti. Ma i guadagni che si realizzano sfruttando le oscillazioni dei listini e le aspettative che queste determinano sul prezzo finale arroventano i mercati.

Il punto chiave è che la speculazione può esercitare questo impatto sui prezzi, perché sotto c'è uno squilibrio effettivo fra domanda e offerta. Il presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita, in sintonia con i paesi produttori dell'Opec, ha stimato che la speculazione pesi per il 20% sul prezzo del greggio. Ammesso che la stima sia attendibile, questo significherebbe che, senza speculazione, il greggio sarebbe, comunque, a 80 dollari al barile, quasi il triplo di tre anni fa. Dietro questa impennata, ci sono motivi noti: l'imprevisto boom di domanda di paesi come la Cina, il rarefarsi di scoperte significative di nuovi giacimenti.

Postato da: robycuda a 08:53 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

mercoledì, 27 febbraio 2008

Gli Ogm aumentano l'uso di pesticidi e non riducono la fame

Le coltivazioni transgeniche aumentano l'uso dei pesticidi e sono inefficaci nella lotta contro la povertà. Sono queste le due conclusioni del rapporto "Chi beneficia dell'impiego dei transgenici?" presentato nei giorni scorsi da Friends of the Earth International (Amici della Terra).

In Brasile, l'uso del RoundUp (glifosato) è aumentato dell'80% nei soli quattro anni dal 2000 al 2004. Negli Stati Uniti, tra il 1995 ed il 2004, l'aumento è stato di 15 volte. In accordo con lo studio, il risultato di tutto ciò è un numero ogni volta maggiore di piantagioni resistenti al glifosato che provoca, oltre all'aumento dei costi di produzione per i contadini, gravi impatti ambientali. Le piantagioni di soia, mais e cotone hanno 4 di 5 ettari (l'81%) resistenti agli erbicidi. Queste coltivazioni incentivano l'uso di pesticidi, ed aumentano la resistenza agli erbicidi. Questi tre prodotti costituiscono il 95% della superficie seminata con coltivazioni transgeniche, che invece di essere utilizzate per diminuire la fame nel mondo, servono principalmente ad alimentare gli animali dei paesi ricchi e per la produzione di biocombustibili.

In Argentina, la maggior parte della produzione transgenica viene inviata in Europa per alimentare il bestiame e negli Stati Uniti il 20% del mais modificato è destinato alla produzione di etanolo. Il mais resistente agli erbicidi della Monsanto, al contrario, produce tra il 5 ed il 10% in meno delle varietà tradizionali. Inoltre, il prezzo delle sementi biotecnologiche è aumentato per massimizzare i guadagni e gli agricoltori hanno sempre meno scelta, visto che quelle tradizionali stanno per essere eliminate. Tre su cinque dei paesi ai cui appartengono il 90% delle superfici seminate da prodotti transgenici si trovano in America Latina: Argentina, Brasile e Uruguay (gli altri due sono gli Stati Uniti ed il Canada). In Europa, invece, meno del 2% delle terre coltivate lo sono con prodotti transgenici, anche se le imprese del settore stanno provando in tutti modi a vincere la diffidenza della gente, e solo la Spagna continua ad investire negli Ogm. A beneficiare di tali produzioni sono soprattutto grandi aziende del calibro di Monsanto, DuPont-Pioneer, Syngenta e Bayer. (Fonte: Unimondo)

Postato da: robycuda a 19:41 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

Spunta un elenco di italiani tra gli evasori in Liechtenstein

Se la Germania è sotto shock per lo scandalo dell’evasione fiscale che sta venendo a galla, l’Italia non si scompone più di tanto. Stando alle cifre, secondo il “Suddeutsche Zeitung” la cifra sottratta al fisco dovrebbe aggirarsi intorno a 3,4 miliardi di euro. Com’è noto a fornire alla magistratura tedesca l’elenco degli evasori è stato un ex dipendente della banca del Liechtenstein Lgt Group, Heinrich Kieber, al quale i servizi segreti hanno fornito una nuova identità, visto che nel materiale fornito apparirebbero anche i conti di molte organizzazioni criminali. Oltre ai 1.400 evasori tedeschi, dovrebbero esserci almeno 150 italiani, la cui lista è stata consegnata al vice-ministro dell'Economia Vincenzo Visco. La vicenda sta coinvolgendo le agenzie fiscali di 10 Paesi occidentali, oltre all'Italia anche Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Canada, Usa, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel la documentazione metterebbe in luce circa 4.527 fondazioni e “istituti” (soggetti giuridici previsti dalla legislazione del principato), di cui 3.100 stranieri. Intanto l’amministratore delegato di Deutsche Post si è dimesso, dopo 18 anni al vertice della società, dopo aver visto il suo nome tra gli indagati. Unc osa impensabile in Italia. (Fonti: Corriere delle Sera, Il Sole 24 Ore)

Postato da: robycuda a 14:40 | link | commenti (1)
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali

martedì, 26 febbraio 2008

Diga di Ilisu: scriviamo il nostro No a Unicredit

Ad Ankara una folta delegazione ha consegnato agli ambasciatori di Germania, Svizzera e Austria 1.300 lettere firmate da altrettanti cittadini a rischio sfollamento a causa della realizzazione della diga di Ilisu sul fiume Tigri, nel Kurdistan turco. Con tali lettere viene richiesto ai governi di questi paesi di ritirare le garanzie di credito già concesse dalle rispettive agenzie di credito all’export (ACE) nel 2007 alla austriaca Andritz AG, alla svizzera Alstom e alla tedesca Zueblin, imprese europee incluse nel consorzio che realizzerà l’opera. Tali garanzie sono state concesse nonostante i 150 punti critici individuati dalle stesse ACE, sulla base dei quali si dovranno apportare sostanziali modifiche al progetto, nel disperato tentativo di adeguarlo agli standard internazionali. Inoltre, i cittadini dell’area dichiarano che nel caso in cui la realizzazione del progetto Ilisu abbia luogo e le persone siano costrette a lasciare i luoghi d’origine, esse giungeranno in Germania, Svizzera e Austria e formuleranno richieste di asilo politico

Tale responsabilità ricadrà anche sul gruppo UniCredit che - attraverso la controllata austriaca Bank Austria Creditanstalt - contribuirà alla realizzazione dell’opera con un finanziamento di 280 milioni di euro. E’ per questo negli ultimi mesi un ampio cartello di associazioni italiane si è mobilitato affinché UniCredit esca dal progetto, così da scongiurarne la realizzazione.

Come ben evidenziato dai firmatari, tale progetto - se realizzato - porterebbe serie negative conseguenze alle loro esistenze, così come già sperimentato nel caso di altre dighe attive nel Kurdistan turco. Dichiarano, inoltre, che l’area - per migliorare le condizioni di vita di chi l’abita - non ha necessità di tale infrastruttura, ma piuttosto di investimenti per dare maggiore impulso ad un turismo ecologico e culturale, nonché all’attività agricola e all’allevamento.

Si ricorda che la diga di Ilisu - oltre allo sfollamento di più di 50.000 persone - sommergerà numerosi siti archeologi tra cui il sito Hasankeyf, cui l’essere considerato sito di importanza prioritaria dalla stessa Turchia non gli varrà la salvezza.  Inoltre, la natura unica al mondo della valle del Tigri con le sue numerose specie animali e vegetali sarebbe irrimediabilmente perduta. Infine, la diga consentirebbe il controllo dei flussi di acqua verso l’Iraq, rendendo ancora più instabili i già precari equilibri dell’area. (Fonte: Crbm)


Vi invitiamo quindi a scrivere a Unicredit il messaggio che segue, da inviare a: info@unicreditgroup.eu

Vi scrivo per esprimere il nostro totale disaccordo, come Coordinamento Nord Sud del mondo, sul finanziamento di 280 milioni che il gruppo Unicredit intende concedere per contribuire alla costruzione della diga di Ilisu sul fiume Tigri, nel Kurdistan turco, per i motivi che certamente conoscete: il progetto è totalmente inadeguato agli standard internazionali e provocherà immensi danni ambientali, culturali e soprattutto umani (50mila sfollati senza compensazioni adeguate), oltre ad aumentare il rischio di conflitti per l'acqua con i paesi confinanti.

Nome e Cognome

Postato da: robycuda a 11:29 | link | commenti
appuntamenti, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit

Regione Lazio: nel bando per la Tesoreria spuntano principi etici

La Giunta della Regione Lazio ha approvato i criteri per l'affidamento del servizio di tesoreria regionale, attraverso i quali sarà scelto l'istituto di credito che gestirà i flussi finanziari della Regione fino al 2012. Il servizio verrà affidato al soggetto che avrà conseguito il punteggio più alto in base a precisi elementi di valutazione. Le condizioni economiche peseranno fino a un massimo di 75 punti su 100. Il servizio inoltre dovrà essere svolto secondo principi etici, con particolare riferimento all'impegno di non far confluire i fondi regionali in gestione nei canali del commercio degli armamenti, nelle attività lesive della salute, dell'ambiente, dei minori e delle libertà civili. Le banche concorrenti dovranno presentare un progetto in cui siano evidenziati gli strumenti messi a disposizione della Regione per verificare in ogni momento l'adesione a tali principi etici.

Postato da: robycuda a 09:08 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale, banche e armi

lunedì, 25 febbraio 2008

Vuoi nascondere i soldi al fisco? Ti aiuta internet

Vuoi nascondere i soldi al fisco? Facilissimo, basta andare su internet e consultare uno dei tanti siti che spiegano per filo e per segno come aprire un conto in un paradiso fiscale. Basta poco: con soli 1.500 euro alcuni siti ti creano una società personale a Panama o nel Delaware. Oppure si possono contattare consulenti che offrono società già pronte e registrate presso le locali Camere di commercio, in Liechtenstein o Hong Kong. Addirittura è possibile avere doppi passaporti e schede telefoniche anonime. E poi consigli preziosi, per prendere la residenza all’estero e non lasciare traccia ad ogni prelevamento. Perché la Guardia di Finanza non fa una visita a questi intermediari telematici? Ogni anno sfuggono al fisco italiano almeno 270 miliardi di euro, che potrebbero essere utilizzati per sistemare scuole e ospedali e il fenomeno non riguarda solo i grandi della finanza. Naturalmente ci sono anche le banche: ormai è difficile trovare un istituto che non abbia le sue belle filiali in qualche piazza esotica o nel nord Europa, senza le quali sarebbe impossibile effettuare qualunque operazione di occultamento. Del resto non bisogna andare lontano, basta espatriare in Svizzera o al massimo in Irlanda. Google ad esempio operava in Italia attraverso una controllata di Dublino, dichiarando di svolgere nel nostro Paese solo un’attività marginale (cosa che consentiva all’azienda di presentare la dichiarazione dei redditi in Irlanda, molto più favorevole  a livello fiscale). Fortunatamente la Guardia di Finanza di Milano non ci ha creduto e sta indagando la società con l’accusa di evasione fiscale per circa 250 milioni di euro. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 23/02/2008)

Postato da: robycuda a 08:47 | link | commenti (1)
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali

venerdì, 22 febbraio 2008

Il colosso del private equity Kkr rinvia il pagamento dei debiti

Kkr, uno dei maggiori colossi del private equity - termine con il quale si definiscono quei fondi che comprano aziende e le rivendono dopo averle spolpate come polli – ha rinviato i pagamenti di miliardi di dollari di debiti a breve termine, chiedendone la ristrutturazione (ossia la rinegoziazione delle scadenze e di altre condizioni). Il motivo è che dietro a tali debiti ci sono gli ormai famosi mutui subprime, quale forma di garanzia del debito stesso. E non è l’unico caso. Un altro campione del settore, Cerberus, ha deciso per lo stesso motivo di chiudere gran parte degli uffici dedicati ai prestiti auto negli Stati Uniti e in Canada, tagliando circa mille posti di lavoro. Anche la Gmac ha accumulato perdite per 2,3 miliardi di dollari registrate lo scorso anno, a causa di un passivo di 4,3 miliardi di dollari della divisione mutui. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 21/02/2008)

Postato da: robycuda a 09:10 | link | commenti
aziende, economia internazionale

Crisi subprime: anche le banche italiane accusano il colpo

Il fenomeno mutui investe anche le banche italiane, che sembravano immuni dallo scossone proveniente dagli Usa. I crediti in sofferenza infatti sono aumentati dai 47,3 miliardi di euro di gennaio 2007 a quasi 50 miliardi di novembre, un aumento superiore al 5% negli ultimi 11 mesi. Il motivo? La crisi subprime ha reso più difficile la vendita sul mercato di pacchetti di crediti in sofferenza, operazioni con le quali le banche si liberano normalmente dei propri crediti difficili da riscuotere, vendendoli a sconto e reinvestendo i capitali in altri crediti. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 21/02/2008)

Postato da: robycuda a 09:08 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

lunedì, 18 febbraio 2008

Consorte e Sacchetti chiedono il patteggiamento

Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti chiederanno il patteggiamento per le accuse di truffa ai danni dello Stato e per una parte dell'appropriazione indebita, quella che riguarda i presunti 50 milioni sottratti a Hopa e Gp Finanziaria, nell'ambito del processo per la tentata scalata ad Antonveneta dell'estate 2005 da parte dell'allora Banca Popolare Italiana. Il patteggiamento richiesto è per un periodo inferiore a un anno. Quanto alle altre accuse invece - associazione a delinquere finalizzata all'aggiotaggio, riciclaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza del mercato – entrambi verranno giudicati con il rito ordinario, per dimostrare la loro innocenza. Consorte ha spiegato il cambio di strategia – e questa è forse la notizia più inquietante - dicendo che la continuazione del processo gli impedirebbe di lavorare per un nuovo gruppo, con cui già collabora dal lunedì al venerdì. (Fonte: Reuters)

Postato da: robycuda a 23:07 | link | commenti
aziende, abn amro, economia italiana, banche e armi

sabato, 16 febbraio 2008

M'illumino di meno: tutti sul carrozzone targato ENI?

Un grande successo, non c'è che dire. Ci sono proprio tutti: dalle associazioni ambientaliste (Legambiente e Wwf) ai parlamentari ecologisti - rigorosamente bi-partisan - da Banca Etica, ma c'è anche UBI Banca - ai comuni di mezz'Italia come quello di Samarate che ha invitato a partecipare il comune gemellato Yeovil (UK) ma ha dimenticato di estendere l'invito alla locale ditta promotrice del gemellaggio, la AgustaWestland, che invece continuerà a produrre a pieno ritmo, nonostante il temporaneo "oscuramento", i 51 elicotteri Mangusta recentemente commissionati dal governo turco, in barba agli appelli di Rete Disarmo.

E c'è anche IBM Italia, Fujitsu Siemens Computers, McDonald's Italia (sì avete letto bene), finanche la CIA - no, non quella americana ma la Confederazione Italiana Agricoltori e l'Europarlamento di Bruxelles - che però spegnerà le luci solo per dieci minuti - fino al giornale per ragazzi Topolino. Insomma non manca proprio nessuno a parte, forse, il solito Beppe Grillo. E non potrebbe essere altrimenti visto che l'iniziativa promossa dalla trasmissione Caterpillar è "patrocinata dal Ministero dell'Ambiente e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri" e si svolge "in collaborazione" con... l'ENI. Toh, l'ENI!

Ma l'ENI non è nel mirino delle associazioni per i rischi ambientali e sociali connessi all'esplorazione del giacimento del Kashagan fatto di un petrolio di qualità molto bassa e contenente nella sua parte gassosa oltre 40 sostanze tossiche, un'operazione che tra l'altro ha visto esplodere i costi da 27 a 136 miliardi di dollari? Non è la stessa ENI che - suo malgrado - è stata al centro di un'approfondita inchiesta della trasmissione Report per la faccenda connessa con la Gazprom? E non è l'ENI l'oggetto di una specifica campagna di denuncia per la partecipazione alla svendita del petrolio iracheno? O responsabile della costruzione di un oleodotto-serpente di 513 km che ha provocato l'ulteriore distruzione della foresta amazzonica ecuadoriana e violato i diritti delle comunità indigene? E l'operato in Nigeria dell'ENI è tutto trasparente e rispettoso delle popolazioni locali? O sono tutte balle quelle che ci raccontano trasmissioni televisive e Ong italiane e internazionali? Se cosi fosse ci piacerebbe esserne informati. Ma se non è cosi, allora, com'è che associazioni ambientaliste, Enti locali responsabili, parlamentari ecologisti fanno finta di non vedere il logo del 'Cane a sei zampe' che sponsorizza l'iniziativa di Caterpillar?

Non è un discorso nuovo. Lo aveva già fatto lo scorso anno la Rete Lilliput che denunciava: "L’ENI è una delle più grandi multinazionali del settore petrolifero e si è distinta negli ultimi anni per la propria partecipazione in molte delle operazioni più controverse, a livello internazionale, riguardanti l’estrazione di gas e petrolio". "In questa situazione - proseguiva Rete Lilliput - la sponsorizzazione di un’azienda del gruppo ENI a un’iniziativa come 'M’illumino di meno' suona come un mero tentativo di ripulire la propria immagine". Rete Lilliput invitava il Governo Italiano - principale azionista dell'ENI - a "anteporre il controllo dell’operato delle proprie aziende alla mera condivisione dei loro utili" e la redazione di Caterpillar a "dotarsi di un codice etico nella selezione degli sponsor". Poi il silenzio. O meglio il buio, forse per via dell'oscuramento che l'iniziativa propone.

Crediamo, invece, che sia tempo di accendere i riflettori dell'informazione e dell'intelligenza per non finire tutti oggi a saltare sul carrozzone sponsorizzato ENI - magari per proporre i nostri aperitivi rigorosamente sorseggiati al lume di candela - e domani ad invitare associazioni, Enti locali, Ong e movimenti a denunciare l'ennesima nefandezza targata Cane a sei zampe.

Giorgio Beretta, da Unimondo

Postato da: robycuda a 16:14 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi