Notizie dal mondo economico e finanziario con la lente del bene comune

Eccomi

Blogger: robycuda
Nome: Roberto Cuda

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

atty84 in Gli hedge funds azio...

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 31 marzo 2008

IMG_0501In Val di Susa 1500 nuovi proprietari

Ieri c’erano più di 1500 persone a firmare davanti al notaio a Chiomonte, in val di Susa, tra cui il sottoscritto. Un contratto di compravendita come se ne vedono pochi, anzitutto per le dimensioni: un metro per quattro, per contenere tutte le firme degli acquirenti. Ognuno proprietario di un metro quadro del terreno di fronte all’ipotetico tunnel dell’Alta velocità, secondo il nuovo tracciato. Se decideranno di avviare i lavori dovranno espropriarli uno a uno, con tutti i rallentamenti del caso, e poi ci saranno i ricorsi. Questo non impedirà di realizzare l’opera, ma almeno getterà un po’ di sabbia nei meccanismi burocratici. C’erano persone di tutte le età, valsusini e non, in fila con la carta d’identità, a difendere la valle. Ne abbiamo già parlato: il Tav Torino-Lione è un’opera IMG_0509inutile e dannosa. Dannosa perché dovrebbe bucare in più punti montagne che contengono amianto e uranio, attraversare importanti falde acquifere che verrebbero inquinate e metterebbero a repentaglio la sicurezza stessa del progetto, senza contare la presenza di gesso che metterebbe a rischio la tenuta della roccia, devastando le ultime attività agricole della valle. Ma anche inutile, come spiegano docenti di economia dei trasporti di fama internazionale, perché la linea attuale è sfruttata solo al 30% e l’utilizzo di quella linea è in diminuzione. Sarebbero 15 miliardi di euro spesi molto male, presi dalle nostre tasche. R.C.

Postato da: robycuda a 22:14 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

sabato, 29 marzo 2008

Italia: nuovo record dell’export di armi. Unicredit prima "banca armata"

Nuovo record per l'esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un'autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo compratore di armi "made in Italy". Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall'Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.

Il 2007 registra la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all'Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma così quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata "restrittiva" come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.

Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l'Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistan e la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell'attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).

Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l'Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei "Programmi intergovernativi" che - per l'arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro.

Record anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. "Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d'appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di 'uscita progressiva dal settore' annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato" - sottolinea Giorgio Beretta della Campagna 'banche armate'. "Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c'è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale" - aggiunge Beretta.

Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se - data la natura delle operazioni - è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell'elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d'appoggio al commercio di armi.

"Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell'acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere" - conclude Beretta.

Postato da: robycuda a 14:07 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, unicredit, intesa-sanpaolo

giovedì, 27 marzo 2008

Wall Street: la crisi costerà 20.000 posti di lavoro

Entro la fine del 2009 il “credit crunch” produrrà circa 20.000 tagli al personale delle principali istituzioni finanziarie di Wall Street. Lo sostiene il quotidiano britannico Guardian citando un rapporto del New York's Independent Budget Office, un'agenzia specializzata nel monitoraggio delle operazioni della borsa USA.

Secondo l'ente newyorchese, i profitti netti di Wall Street sono crollati dell'80% nel 2007 attestandosi alla quota di 3,2 miliardi di dollari, peggior risultato dal 1994 a questa parte. Ai 12.600 posti di lavoro cancellati entro la fine del 2008 se ne dovrebbero aggiungere altri 7.600 nel prossimo anno. I dati, compilati nelle scorse settimane, non tengono conto delle disavventure di Bear Sterns, la banca d'affari salvata in corsa da JP Morgan nei giorni scorsi e che potrebbe produrre 8.000 esuberi.

Colpite dalla crisi dei mutui subprime, molte società del settore si sono già segnalate per l'ampiezza dei tagli. In testa alla classifica compilata da Bloomberg News si colloca Citigroup con 6.200 licenziamenti seguita da Lehman Brothers con quasi 5.000; medaglia di bronzo per Bank of America (3.650). Alla perdita del lavoro fanno seguito situazioni differenti. Per gli amministratori e gli esperti di information technology il ricollocamento può risultare relativamente agevole mentre per i traders e i fund managers la concorrenza risulta particolarmente dura.

Secondo Bloomberg i dati emersi evidenziano il carattere della peggiore crisi dai tempi dell'esplosione della bolla dei titoli internet (la cosiddetta “dot-com bubble”) nel 2001. Le perdite totali dallo scoppio della crisi del mercato subprime si aggirerebbero sui 200 miliardi di dollari. 17.000 sarebbero invece i posti di lavoro “bruciati” nel secondo trimestre 2007. (Fonti: Osservatorio Finanza, Guardian, Bloomberg News)

Postato da: robycuda a 15:49 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi

martedì, 25 marzo 2008

Enel nella cordata che distrugge le foreste in Patagonia

Enel fa parte del consorzio, nel quale compaiono anche aziende locali, spagnole e canadesi, che intende realizzare cinque dighe nella Patagonia cilena. Tra queste rientrano anche due sbarramenti sul fiume Baker e tre sul Pascua: entrambi i corsi d’acqua attraversano zone incontaminate e dall’enorme pregio naturalistico in una delle parti più remote della Patagonia cilena, la regione di Aysen. Il Baker ed il Pascua sono detti fiumi “ancestrali”, in quanto da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi finire la loro corsa nell’Oceano Pacifico. Si pensi che solo per trasportare l’energia prodotta dalle centrali idroelettriche verso le grandi città del nord del Paese e le industrie per la produzione di rame si prevede l’abbattimento di intere foreste, la cui tipologia si trova solo in quella parte del pianeta.

Le dighe determineranno la formazioni di ampi bacini artificiali – veri e propri laghi – che avranno rovinose conseguenze sulle risorse agricole dai quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare i delicati ecosistemi della regione. “Dopo l'acquisizione della spagnola Endesa, l'Enel inizia con il piede sbagliato il rafforzamento della sua presenza in America Latina" ha dichiarato Antonio Tricarico, coordinatore della Crbm. Invece di promuovere energie autenticamente rinnovabili e con bassi impatti, come nel caso degli impianti nucleari in Est Europa l'Enel sostiene un modello di sviluppo obsoleto, superato e devastante per il territorio e le comunità locali, mettendo ancora più a rischio la sua immagine. E' ora che il governo italiano, principale azionista di Enel, si prenda le sue responsabilità e sia coerente con gli impegni contratti a livello internazionale per il futuro del pianeta”. (Fonte: Crbm) Per vedere le immagini dell’area a rischio per la costruzione delle dighe: http://www.internationalrivers.org/en/image/tid/123



Postato da: robycuda a 16:46 | link | commenti (2)
aziende, economia italiana, economia internazionale

venerdì, 21 marzo 2008

Crescono gli affari di Finmeccanica, dalle armi alla Turchia al nucleare in Slovacchia

Ricavi in crescita dell’8% a 13.429 milioni di euro, ordini +14% a 17.916 milioni di euro e utile netto a quota 521 milioni. Così Finmeccanica, società leader nella produzione ed esportazione di armi controllata dallo Stato italiano, archivia il 2007 confermando il suo ruolo di punta di diamante  dell’industria italiana. Le armi sono ormai a tutti gli effetti un settore trainante della nostra economia e compaiono a pieno titolo tra i simboli del made in Italy nel mondo. Ma vediamo alcune significative operazioni che nel 2007 hanno dato lustro a questo campione dell’italianità:

- Il 13 giugno, Finmeccanica, attraverso Alenia North America (società controllata da Alenia Aeronautica), in team con L-3 e Boeing, si è aggiudicata un’importante commessa negli Stati Uniti. Il C-27J, progettato, sviluppato e prodotto da Alenia Aeronautica, è stato infatti scelto dall’Esercito e dall’Aeronautica USA come nuovo velivolo da trasporto tattico nell’ambito del programma congiunto JCA (Joint Cargo Aircraft). Al team C-27J è stato assegnato un contratto iniziale del valore di 2,04 miliardi di dollari per la fornitura di 78 velivoli, ma i piani delle Forze Armate Usa prevedono l’acquisizione di 145 velivoli di cui 75 destinati all’Esercito e 70 all’Aeronautica, per un totale di 207 velivoli entro 10 anni, per un valore stimato di 6 miliardi di dollari.

- fornitura di apparati e sistemi avionici per gli Eurofighter all’Arabia Saudita per circa 1 miliardo di euro. Alla stessa nazione sono stati forniti 72 velivoli;

- fornitura di due velivoli ATR 42MP alla Nigeria;

- sistemi di difesa superficie-aria Mistral, di difesa aerea a corto raggio VL Mica, antinave e anti-carro per i paesi del Medio Oriente;

- 16 sistemi d’arma di difesa alla marina turca;

- accordo per l’energia nucleare con la società americana Westinghouse nell’ambito del progetto di Sanmen in Cina e l’avvio di una collaborazione con Enel per il completamento della contestata e pericolosa centrale di Mohovce in Slovacchia.

Postato da: robycuda a 17:55 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Il Venezuela vince contro la Exxon a Londra

La Pdvsa, azienda pubblica petrolifera venezuelana, ha ottenuto oggi una vittoria giudiziaria significativa contro l'americana ExxonMobil, con la decisione dell'Alta Corte di Londra di annullare il congelamento di circa 12 miliardi di dollari di attivi all'estero. La Pdvsa, infatti, aveva richiesto a fine febbraio che il tribunale britannico annullasse il congelamento degli attivi, ottenuto il 24 gennaio dalla ExxonMobil, come garanzia nell'ambito di un arbitraggio internazionale che ha richiesto presso la Camera di commercio internazionale di New York, nella vicenda della nazionalizzazione dei giacimenti del bacino dell'Orinoco. Contrariamente alle altre 43 multinazionali straniere che operano nel bacino, la ExxonMobil non ha accettato di rinegoziare con Caracas la sua presenza nel bacino dell'Orinoco sotto controllo della Pdvsa, elevando la vicenda agli organismi giuridici internazionali e richiedendo il congelamento degli attivi esteri dell'azienda venezuelana, che considera come garanzie per il pagamento di un eventuale indennizzo. Nella sua decisione, però, il giudice Paul Walker ha non solo valutato irricevibili le tesi dell'azienda americana, ma l'ha condannata a pagare 380 mila sterline di spese giudiziarie e ha lasciato la porta aperta alla Pdvsa per chiedere un indennizzo alla ExxonMobil, entro il prossimo 18 giugno. (Fonte: Ansa).

Postato da: robycuda a 09:17 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

mercoledì, 19 marzo 2008

Birmania: troppi silenzi dalle imprese tessili italiane

a cura di Ersilia Monti (da Clean Clothes News, http://www.abitipuliti.org)

Il sindacato italiano CISL ha reso pubblica nell’autunno scorso la lista delle imprese italiane che commerciano con il regime birmano (vedi Newsletter n. 7, ottobre 2007). Abbiamo inviato un questionario alle imprese del tessile-abbigliamento e della grande distribuzione presenti nella lista: Anzi Besson, Arena Italia, Asics Italia, Auchan, Conceria Masini, Conte of Florence, Cose di Lana, Gariglio Confezioni, Gruppo Coin, Inticom, Monnalisa, Nencini Sport, Zeus Sport. Non siamo riusciti a rintracciare i recapiti di I.T. Italtessile che figura per altro nella parte alta della lista e di Six Jeans; non sono state contattate per difficoltà diverse Gruppo Pam, Centro Moda, Sport Up. Alcune imprese possono esserci sfuggite in quanto non facilmente identificabili. Ecco le risposte in sintesi:

Anzi Besson (azienda torinese fornitrice di abbigliamento per lo sci per sei squadre nazionali): non risponde al questionario. Contattata telefonicamente, la responsabile marketing e comunicazione dichiara che l’azienda non ha rapporti con la Birmania ma non ritiene di rispondere a domande né nello specifico né in generale sulle politiche commerciali aziendali.

Arena Italia (azienda di Macerata parte di un gruppo internazionale, abbigliamento per il nuoto): ha risposto al questionario. Dichiara di aver cessato i rapporti commerciali con aziende produttive in Birmania dai primi mesi del 2007. Riguardo alle garanzie richieste ai fornitori, afferma: “Compatibilmente con l’esistenza di un panel di fornitori piuttosto ricco, che annualmente comporta avvicendamenti “fisiologici” con l’ingresso di nuovi partner e la dismissione di altri, ciascuna relazione tra Arena e ogni singolo partner/produttore è regolata da un formale contratto di fornitura […] ciascun contratto contiene una appendice interamente dedicata al codice etico di comportamento che Arena considera come prerequisito fondamentale per iniziare un percorso comune con qualsiasi azienda partner […] Gli impegni richiesti in sede contrattuale costituiscono i presupposti su cui si innestano le nostre periodiche visite ispettive”.  Allega copia del codice di condotta

Asics Italia: non risponde al questionario. Contattato telefonicamente, il responsabile ufficio acquisti dichiara che l’azienda ha interrotto gli approvvigionamenti dalla Birmania dal gennaio 2007. Non fornisce precisazioni in merito alle garanzie socio-ambientali richieste ai fornitori.

Auchan: ha risposto al questionario. Dichiara di aver effettuato un’unica importazione dalla Birmania per una tipologia di prodotto tessile, cessata dopo aver accertato, nel maggio 2007,  che il partner commerciale cinese si riforniva per quello specifico prodotto in Birmania. Non esclude che possano trovarsi sugli scaffali degli ipermercati Auchan alcuni esemplari del prodotto in questione fino all’esaurimento delle scorte. Riguardo alle garanzie richieste ai fornitori, afferma: “Auchan pretende che tutti i lavoratori della filiera produttiva siano trattati con dignità e rispetto, in un ambiente sicuro e sano. La nostra volontà è di commercializzare prodotti realizzati in ottemperanza ai principi di etica commerciale, che rispettino i requisiti legali ed i diritti di proprietà intellettuale. Per rafforzare questo impegno, Auchan ha sviluppato un Codice di Etica Commerciale che racchiude i principi e gli standard operativi e condiviso questo codice con tutti i fornitori per garantire che le pratiche di business di tutta la filiera siano assolutamente coerenti. Auchan ha chiesto a tutti i fornitori di sottoscrivere formalmente l’impegno ad aderire ai nostri principi, e ad adottare le azioni necessarie per aderirvi in modo sostanziale. I temi sui quali il nostro Codice di Etica Commercial esige il rispetto degli standard sono vari e vanno dal divieto del lavoro minorile e del lavoro forzato all’obbligo di garantire un luogo di lavoro sano e sicuro, dall’orario di lavoro ai salari minimi, dalla libertà sindacale ai divieti di discriminazioni”. Non allega copia del codice di condotta.

Conceria Masini (azienda di Pisa, trattamento pelli per calzature): non risponde al questionario; ripetuti  tentativi di contatto telefonico infruttuosi.

Conte Of Florence (azienda di Firenze, abbigliamento per lo sport e il tempo libero): fornisce una risposta parziale. Dichiara di aver interrotto i rapporti con partner commerciali che si rifornivano in Birmania, per ragioni non dipendenti dalla risoluzione OIL della quale l’azienda non era a conoscenza, a partire dalla stagione 2004/05. Aggiunge che i volumi trattati non erano per l’azienda significativi. Non fornisce precisazioni in merito alle garanzie socio-ambientali richieste ai fornitori.

Cose di Lana (azienda di Arezzo, maglieria): non risponde al questionario. Contattato telefonicamente, il responsabile importazioni dichiara che l’azienda non ha rapporti con la Birmania, ma si riserva di svolgere un’indagine interna. Nessuna reazione successiva.

Gariglio Confezioni (azienda di Vercelli, impermeabili e cappotti): non risponde al questionario. Contattata telefonicamente,  la segreteria aziendale conferma la ricezione della richiesta ma non garantisce la risposta dei titolari. Nessuna reazione successiva.

Gruppo Coin: ha risposto al questionario. Dichiara di aver realizzato un’unica produzione di camiceria uomo con un unico fornitore in Birmania e di aver in seguito deciso di cessare le importazioni nonostante l’azienda in questione rispettasse gli standard prescritti dal gruppo. Riguardo alle garanzie richieste ai fornitori, afferma: “Tutti i nostri fornitori, prima di entrare a far parte del nostro parco dei “fornitori nominati”, devono sottoscrivere un impegno [di tipo etico, con riferimento anche al] lavoro minorile, tema rispetto al quale siamo particolarmente sensibili. Prima di iniziare qualsiasi relazione con il gruppo, i fornitori vengono sottoposti ad audit da parte di aziende internazionali esperte in materia per verificare che quanto dichiarato corrisponda alla realtà. Una volta superato l’audit ed instaurato un rapporto commerciale, saltuariamente personale del gruppo Coin appositamente addestrato effettua quotidianamente, a rotazione, dei controlli sui fornitori. Anche nel caso dell’azienda birmana abbiamo effettuato quanto dichiarato”.

Inticom (azienda di Varese, intimo femminile con marchio Yamamay): non risponde al questionario. Contattato telefonicamente, il responsabile acquisti e importazioni dichiara di essere a conoscenza di un’unica operazione commerciale con la Birmania mai realizzata. Si riserva di verificare e di rispondere. Nessuna reazione successiva.

Monnalisa (azienda di Arezzo, abbigliamento per bambine): ha risposto al questionario. Dichiara che una ricerca accurata svolta nell’intera catena di fornitura dell’azienda al ricevimento del questionario non ha evidenziato alcun tipo di relazione commerciale con la Birmania. Ritiene possa trattarsi di un caso di omonimia con un’altra azienda e comunica di aver avviato un’indagine in merito chiedendo la collaborazione del sindacato. Riguardo alle garanzie richieste ai fornitori, afferma: “Due volte l’anno, abitualmente, visitiamo i laboratori esteri che lavorano per noi e ci avvaliamo di un servizio internazionale di controllo tramite SGS International per le aziende più lontane, nel rispetto della norma SA8000 alla quale abbiamo aderito e che ci contraddistingue dal 2002”.

Nencini Sport (distributore di articoli sportivi nel centro Italia): non risponde al questionario. Contattato telefonicamente, il direttore generale dichiara che l’azienda non importa dalla Birmania. Si riserva di verificare e di rispondere. Nessuna reazione successiva.

Zeus Sport (azienda di Napoli, abbigliamento sportivo): non risponde al questionario. Dopo un contatto telefonico viene rispedito il questionario. Nessuna reazione successiva.

Postato da: robycuda a 13:59 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

sabato, 15 marzo 2008

Crolla anche Bear Stearns, banca storica di Wall Street

Anche Bear Stearns, banca storica di Wall Street fondata nel 1923, cade sotto i colpi della crisi di liquidità indotta dai mutui subprime. Il titolo della banca ha perso il 50% dopo l’annuncio di aver ottenuto un finanziamento straordinario da parte di JpMorgan e della Federal Reserve (banca centrale americana). Secondo i vertici i problemi sono dovuti alla crescente richiesta dei riscatti da parte della clientela. La cifra da iniettare per consentire all’istituto di assolvere ai suoi impegni dovrebbe aggirarsi tra i 3 e i 7 miliardi nell'arco di 24 ore, ma si tratterebbe anche di trovare finanziamenti a medio e lungo termine. Finora le perdite si attestano a 2 miliardi di dollari. (Fonte: Il Sole 24 Ore)

Postato da: robycuda a 17:45 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi

Tibet: NO alle Olimpiadi di sangue

dal blog di Beppe Grillo

L’Italia non deve partecipare alle Olimpiadi di Pechino. I Giochi Olimpici sono bagnati del sangue dei tibetani. A Lhasa sono morte almeno 100 persone, alcune bruciate vive. Protestavano nell’anniversario della sanguinosa repressione cinese del 1959.

Il buddismo non è una religione di conquista, non ha causato stragi secolari come le religioni monoteiste. Il buddista può essere ucciso, ma non uccide. Il governo cinese minaccia nuove stragi se i tibetani non cesseranno le manifestazioni entro lunedì. Li minaccia a casa loro, in una nazione occupata. Minaccia un popolo costretto in gran parte all’esilio. Di cui ha distrutto i monasteri. Di cui vorrebbe cancellare l’identità con una immigrazione selvaggia.

I tibetani sono uno dei popoli più pacifici della terra. Da decine di anni è in atto nei loro confronti un piccolo olocausto dagli occhi a mandorla, ma l’Occidente volta sempre la testa dall’altra parte. Pecunia WTO non olet. Né Valium, né lo psiconano hanno voluto ricevere il Dalai Lama in visita in Italia lo scorso autunno. E’ stato trattato come un paria, prima gli affari, poi i diritti civili. I nostri grandi statisti: la vergogna internazionale d’Italia.

Gli atleti italiani rinuncino alle Olimpiadi. Facciano outing contro la dittatura, sarà la migliore azione della loro vita. Figli e nipoti ne saranno fieri. Molti taliani gliene daranno merito. Li ospiterò a casa mia durante le Olimpiadi e, come rimborso, li pagherò come personal trainer.

Le Olimpiadi di Pechino non si possono celebrare sui massacri di Lhasa. Per ogni finale olimpica, per ogni premiazione ci sarà il ricordo di un tibetano assassinato e di una Nazione stuprata sotto gli occhi indifferenti del mondo. Ho incontrato il Dalai Lama a Milano. Ho incontrato un uomo buono, aperto, disponibile, ma assolutamente determinato a restituire la libertà al suo popolo. Lo saluto da questo blog. No alle Olimpiadi di sangue.

Postato da: robycuda a 17:24 | link | commenti (1)
opinioni, economia italiana, economia internazionale

venerdì, 14 marzo 2008

Acea taglia l’acqua in Honduras

A chi ancora si chiede perché quelli del movimento dell’acqua se la prendono tanto con Acea bisognerebbe far leggere il quotidiano honduregno La Prensa di questi giorni. Aguas de San Pedro, controllata locale delle multinazionale romana, ha comprato alcuni spazi pubblicitari su La Prensa, per annunciare che sarà “tagliato il servizio di acqua potabile a tutti coloro che non hanno pagato due fatture consecutive”. Chi resta a secco [cioè i più poveri], suggerisce Acea, può sempre pensare di comprare bottiglie di acqua minerale Frasassi, imbottigliata nei pressi delle omonime grotte nelle Marche. Per promuovere l’acqua Frasassi, Aguas de San Pedro ha scelto come testimonial il calciatore Leon, in forza al Genoa, e che in patria è una specie di eroe nazionale. (Fonte: Carta)

Postato da: robycuda a 09:59 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale