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Rcs incassa 97 milioni di utili
Rcs MediaGroup ha chiuso il 2007 con un utile netto pari a 96,9 milioni di euro, grazie anche ai contributi pubblici al Corriere della Sera. E' utile ricordare che Rcs, a cui fa capo il Corriere della Sera, è controllato dai seguenti azionisti (se per caso qualcuno fosse ancora convinto della libertà e imparzialità della nostra informazione): Giuseppe Rotelli (imprenditore della sanità privata lombarda) con il 4,748% e opzioni per un ulteriore 6,070%, Mediobanca al 14,94%, Giovanni Agnelli Sapa al 10,291%, Efiparind (Pesenti) al 7,747%, Banco Popolare in intestazione fiduciaria a Ubs al 6,070%, Diego Della Valle al 5,499%, Premafin al 5,462%, Pirelli al 5,335%, Si.to Financiere (famiglia Toti) al 5,243%, Benetton al 5,1%, Intesa Sanpaolo al 5,037%, Generali al 3,957%, Merloni al 2,090% e Sinpar (Lucchini) al 2,060%.
Generali, Algebris e gli speculatori
Tutto è finito con la minaccia di una causa legale. Al termine di un’estenuante assemblea degli azionisti, a minacciare il Gruppo Generali è stato l’implacabile Davide Serra, amministratore delegato dell’hedge fund Algebris, da qualche tempo alla ribalta delle cronache finanziarie per il suo attivismo un po’ sopra le righe. Algebris - azionista con lo 0,5% - rimprovera a Generali una gestione “conservatrice” che deprimerebbe le potenzialità della compagnia. Eppure il Leone ha numeri la record: negli ultimi due anni ha aumentato gli utili del 52% a quasi 3 miliardi di euro nel 2007, aumentando del 77% il dividendo, ed è una delle poche società che non ha subito i contraccolpi della crisi finanziaria, grazie una politica prudente di investimento. Ma per Serra non basta. Secondo Algebris il top management guadagna troppo rispetto agli omologhi europei, indipendentemente dalle performance della società, e investe poco in azioni della compagnia. Ma gli stessi dirigenti in carica sono troppo vecchi (il presidente Bernheim ha 83 anni) e inadeguati alle trasformazioni del mercato, serve un solo Ceo (ora ce ne sono due) e un responsabile finanziario di “caratura internazionale”. Poi biosogna ricalcolare alcuni indicatori come il combined ratio (rapporto tra spese/sinistri e raccolta premi) e il cost ratio, stabilire strategie e obiettivi certi in un programma a 3-5 anni rispetto agli utili per azione, dividendi e risultato operativo. Insomma alla base c’è un problema di costi, che va affrontato al più presto. Un’azione decisa su questo fronte potrebbe portare gli utili intorno a 4,7 miliardi nel 2010.
Algebris inoltre ha fatto di tutto nelle ultime settimane per conquistare la presidenza del Collegio Sindacale (organo che controlla la correttezza e la legalità della gestione di una società), che per legge spetta alle minoranze. Quel ruolo gli consentirebbe di partecipare anche ai comitati esecutivi. A tal fine è riuscito a estromettere a colpi di ricorsi il candidato di Benetton, che la Consob ha ritenuto non idoneo a rappresentare le minoranze (visto che Benetton fa parte della maggioranza di Mediobanca, che a sua volta controlla Generali). E ieri appunto, il colpo di scena, quando l’assemblea si apperstava a votare il candidato di minoranza presentato da Assogestioni, Eugenio Colucci e Serra ha minacciato di trascinare la compagnia in tribunale. Motivo: Colucci non avrebbe i requisiti prescritti dalla legge.
In ogni caso il botta e risposta tra Serra e Bernheim è stato istruttivo. Serra è un ragazzo di 37 anni che pensa di essere in un film di Oliver Stone, degno rappresentante di quella classe emergente di speculatori che scambiano le aziende per delle mucche da mungere fino all’ultima goccia. Ha annunciato battaglia in assemblea e così ha fatto, facendo intervenire anche suoi collaboratori e avvocati fisicamente uguali a lui (stessa faccia e stesso taglio di capelli) e in possesso di una sola azione. Bernheim ha detto che i fondi di private equity e gli hedge funds a volte hanno risanato delle aziende, ma ne hanno distrutte molte altre. Verissimo. Aggiungiamo i rischi di crisi sistemiche, indotte dalla operazioni spericolate di questi fondi, come richiamato più volte dallo stesso Fondo Monetario internazionale. Peccato che le stesse Generali abbiano deciso pochi mesi fa di investire 8 miliardi in strumenti alternativi, tra cui soprattutto hedge funds e private equity.
Non ultimo, il problema della trasparenza, che Serra pretende dagli altri ma si guarda bene dall’applicare in casa propria. Algebris Investments Llp viene costituita il 28 aprile
Il Comune di Milano gioca con i derivati, e perde 250 milioni di euro
E' sconcertante vedere come i Comuni buttino al vento i soldi dei cittadini. Un esempio eclatante viene dal comune di Milano, guidato dall’ex broker finanziario Letizia Moratti. Plus-Il Sole 24 Ore del 12 aprile scorso spiega nei dettagli le operazioni azzardate della giunta meneghina, che nel giugno
Quindi non resta che continuare per i prossimi 27 anni sperando che i tassi non salgano troppo. Ma non è tutto. Il contratto prevede anche che il comune debba ammortizzare il suo prestito obbligazionario, pagando gradualmente lo stesso importo alle banche, le quali alla scadenza nel 2035 restituiranno in un’unica soluzione la somma alla giunta comunale, la quale a sua volta rimborserà i cittadini che hanno comprato le obbligazioni. Il problema è che il pagamento alla scadenza dipende dalla solvibilità della banche stesse (Deutsche Bank, Depfa Bank, JP Morgan e Ubs) e di questi tempi non è un fatto per nulla scontato. Inutile dire che in caso di insolvenza il comune avrebbe una perdita secca di 1,7 miliardi, pari al prestito obbligazionario. Sempre a carico dei cittadini.
Olimpiadi: industria sportiva sotto accusa
Si avvicinano i giorni delle Olimpiadi di Pechino, e i lavoratori che producono per le imprese sportive internazionali che spendono milioni di euro in sponsorizzazioni sono sottoposti ad orari di lavoro massacranti e ricevono salari da fame. Lo rivela il nuovo rapporto della Play Fair Campaign 2008 (PF08) "Vincere gli ostacoli", che nella versione italiana ospita la prefazione di Luciano Gallino.
I ricercatori di Play Fair hanno sollevato il velo sulla Yue Yuen, il piccolo produttore di Hong Kong che fabbrica 1/6 delle scarpe mondiali e conta fra i suoi clienti più importanti marchi come adidas, Nike e New Balance. Un lavoratore della Yue Yuen che produce per
Il rapporto fa luce anche sulle condizioni dei lavoratori che cuciono palloni sportivi in Thailandia, India e Cina. Alla Joyful Long sul Delta del fiume Pearl in Cina, che fornisce adidas, Nike, Umbro e Fila, lo straordinario può arrivare a 232 ore al mese mentre i salari medi sono quasi la metà del minimo legale.
Nonostante 15 anni di adozione di codici di condotta da parte dei principali e più popolari marchi sportivi, il rapporto PlayFair 2008 dimostra che i lavoratori impegnati nella produzione dei loro prodotti sono ancora sottoposti a ritmi produttivi estremi, a straordinari eccessivi, non registrati e non pagati, abusi verbali, minacce alla salute e alla sicurezza anche dovuti all'esposizione a prodotti chimici tossici, senza alcuna tutela e assicurazione prevista.
In particolare l’inchiesta identifica 1) nei bassi salari, 2) nell'abuso di contratti temporanei e altre forme di precarizzazione, 3) nella violazione del diritto di associazione sindacale e di contrattazione collettiva e 4) nella chiusura di stabilimenti dovuti alla ristrutturazione dell'industria, i quattro punti chiave su cui le imprese devono intervenire. Il rapporto è scaricabile su http://www.abitipuliti.org. (Fonte: Campagna Abiti Puliti)
Alitalia: arriva il Salvatore (Ligresti)
La cordata italiana per Alitalia si farà e il gruppo Ligresti sarà coinvolto. Lo ha detto lo stesso Salvatore Ligresti, presidente onorario di Fondiaria-Sai e di Premafin, parlando con i giornalisti a margine dell'assemblea di Fondiaria-Sai a Firenze. Ai giornalisti che gli chiedevano se, secondo lui, la cordata italiana sara' fatta, Ligresti ha risposto che ''le cose si fanno in silenzio e - ha aggiunto rispondendo ai cronisti - penso che si fanno''. Ai giornalisti che gli chiedevano poi se il suo gruppo sara' coinvolto, Ligresti ha risposto che ''penso ci sara' modo di essere coinvolti. Una mano bisogna darla, penso sia giusto e doveroso nei confronti del paese, della compagnia, dei lavoratori e del turismo''. (Asca)
Nucleare in Slovacchia: Intesa Sanpaolo sospende il finanziamento
Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Intesa Sanpaolo ha inviato a Greenpeace e alle altre organizzazioni, tra cui la CRBM, che stanno seguendo il controverso progetto di realizzazione di due nuovi reattori nucleari nella centrale slovacca di Mochovce. Un progetto duramente criticato per i problemi di sicurezza e gli impatti ambientali.
Un pool di diverse banche internazionali, tra cui Intesa Sanpaolo, aveva deliberato negli scorsi mesi una linea di credito di 800 milioni di euro alla Slovenske Elektarne, la compagnia elettrica slovacca controllata dall'italiana ENEL che intende realizzare l'impianto nucleare.
Anche in risposta alle critiche e alla
Un importante passo in avanti e un'assunzione di responsabilità da parte del gruppo bancario italiano e delle altre banche coinvolte.Un segnale forte anche per l'ENEL, alla quale le organizzazioni della società civile che seguono la
Milano, 22 aprile 2008
Con Greenpeace e le altre organizzazioni ambientaliste promotrici della campagna contraria al completamento della centrale nucleare di Mochovce in Slovacchia, il Gruppo Intesa Sanpaolo è stato costantemente in contatto sin dal primo momento in cui ci è stata manifestata la criticità del nostro intervento finanziario.
Intesa Sanpaolo aveva deliberato – insieme ad altre banche non solo europee – di partecipare a una linea di credito di complessivi 800 milioni di euro a favore di Slovenske Elektrarne, società controllata da Enel. Intervento finalizzato tra l’altro ai lavori relativi alla centrale nucleare di Mochovce.
Greenpeace e altre organizzazioni hanno richiesto alle banche aderenti al finanziamento di rivedere la propria valutazione e la propria partecipazione – in coerenza con gli impegni espressi nelle proprie policy ambientali – a causa dei rischi insiti in quel progetto.
Intesa Sanpaolo ha affrontato con molta attenzione questo tema, in aderenza a due principi in cui crede fermamente: la sostenibilità ambientale e l’ascolto delle ragioni dei propri interlocutori e stakeholder. Principi espressi anche nel proprio Codice Etico.
Anche per quest’ultima finalità, e in accordo con le altre banche partecipanti, Intesa Sanpaolo sta analizzando, con la cura e gli approfondimenti del caso, la documentazione: tale esame – il cui termine è previsto entro la fine di maggio – riguarda esplicitamente l’aderenza del finanziamento agli Equator Principles e alla normativa europea e prende in considerazione tutte le domande e critiche espresse da Greenpeace e dalle altre organizzazioni ambientaliste.
Secondo quanto emergerà, Intesa Sanpaolo deciderà la propria posizione. Fino a quel momento, il finanziamento non sarà operativo per lo scopo relativo alla realizzazione della centrale.
Siamo convinti che una grande banca come Intesa Sanpaolo abbia precise responsabilità non solo per il suo ruolo di intermediario finanziario ma più in generale per come svolge la propria attività e per gli impatti che può generare anche in ambito sociale e ambientale. Per questo ci siamo impegnati a tenere nella massima considerazione le istanze che ci provengono dalla società civile e a mantenere relazioni trasparenti con tutti i nostri stake-holder.
Valter Serrentino, responsabile Unità CSR Gruppo Intesa Sanpaolo
Finmeccanica aiuta i rifugiati (e il cerchio si chiude)
Girando in rete per offerte di lavoro, ho trovato il seguente annuncio:
Space Software Italia SpA, società del gruppo Elsag Datamat, direzione e coordinamento di Finmeccanica Spa, cerca 5 “dialogatori”. I dialogatori hanno l’incarico di avvicinare le persone per informarle sulle nostre attività e invitarle a sostenere con una donazione regolare i nostri programmi in favore dei rifugiati. Lavoreranno in luoghi pubblici in team di 4/5 persone coordinate da un Team leader. L’attività prevede un impegno part-time (5 ore al giorno per 5 giorni a settimana, con turni dal lunedì alla domenica) inizialmente di 4 settimane con possibilità di proroga contrattuale e crescita. (…)
Che il mondo sia pieno di contraddizioni lo sapevo, ma quando queste appaiono in tutta la loro crudezza fa sempre un certo effetto. Finmeccanica per chi non lo sapesse è il primo produttore e esportatore italiano di armi, che vende in tutto il mondo, dall’Africa al medio oriente. Dunque contribuisce ad alimentare guerre che creano inevitabilmente rifugiati, che poi aiuta con i suoi programmi umanitari. E il cerchio si chiude.
La guerra del pane e gli speculatori nell'ombra
Pubblichiamo di seguito l’editoriale di
Molti analisti internazionali e personalità di spicco, incluso l'ex premier italiano Prodi, hanno di recente scoperto la crisi alimentare che sta generando rivolte in gran parte del Sud del mondo. Ovviamente in tanti hanno eseguito l'esercizio di individuazione delle cause della “crisi del pane e del riso”, puntando il dito su una fantomatica complessità della globalizzazione, responsabile di queste storture insieme alla “leggerezza” della mano invisibile del mercato, che perciò andrebbe dolcemente accompagnata. Le cause addotte sono: la domanda rapidamente crescente di India e Cina – inclusi prodotti “superiori” come la carne che richiedono più utilizzo di prodotti della terra – l'aumento del prezzo del petrolio e prodotti derivati per l'agricoltura e poi l'impatto sempre più tangibile dei cambiamenti climatici, principalmente nei Paesi più poveri dell'Africa sub-Sahariana e nel Sud dell'Asia. Ma soprattutto la nuova “competizione” tra cibo e prodotti agricoli per fini energetici, ossia i biocombustibili. Che di bufala si trattasse, quella dei biocombustibili in alternativa a quelli fossili per arrestare il riscaldamento globale, è subito diventato chiaro, anche se Usa, Ue e Brasile hanno cercato prima di spingere nuove colture a vantaggio delle solite compagnie energetiche “fossili”, per poi avviare un’ipocrita discussione sul ripensamento da fare. Ma mentre il legame tra crisi energetica e climatica e crisi del cibo è stato individuato, quello tra crisi finanziaria e guerra del pane non viene stranamente mai discusso.
La Banca mondiale da Washington chiude i suoi incontri di Primavera con il Presidente Zoellick – capo negoziatore Usa al commercio per anni ed esperto di sussidi agricoli perversi e liberalizzazioni a scapito della sovranità alimentare del Sud del mondo – che chiede più aiuti alimentari per i poveri affamati. Ma non sarebbe politically correct per i burocrati di Washington ammettere che una parte importante dell'aumento dei prezzi è dovuto a fenomeni finanziari puramente speculativi, come nel caso del prezzo del greggio. Infatti, nonostante dopo decenni il trend del prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari si sia invertito al rialzo, la volatilità è sempre elevata e favorisce gli speculatori, a partire da hedge funds e altri attori che giocano d'azzardo sul mercato dei derivati. Insomma, c’è chi si sta letteralmente arricchendo sulla fame dei poveri. Le liberalizzazioni commerciali hanno poi favorito le grandi concentrazioni della distribuzione – oggi 5 trader controllano circa la metà del mercato agricolo globale – generando una dittatura di pochi che tramite il 12 per cento della produzione mondiale – quella che va sui mercati internazionali – impongono i prezzi del rimanente 88 per cento che rimane sui mercati locali. Sembra assurdo, ma in questo mondo post-fordista la questione della terra rimane il vero problema al centro della redistribuzione mancata della globalizzazione liberista. Solo con una sovranità alimentare ed il necessario controllo della terra – anch'essa sempre più oggetto di speculazioni da parte dei private equity fund – da parte delle comunità, si sconfiggerà
Fondi pensione e Tfr: tutto quello che non ci dicono
L’articolo che segue, ripreso in parte da Valori di questo mese, è frutto di un seminario tenuto un anno fa da
Il 30 giugno 2007 è partita la previdenza complementare e la maggior parte dei lavoratori ha deciso di tenere il Tfr in azienda, svicolando dall’insidioso meccanismo del silenzio-assenso. Ora banche, assicurazioni e sindacati sono passati alla fase 2: convincere i recalcitranti che le loro paure sono infondate e dirottare la liquidazione su fondi negoziali, fondi aperti o piani individuali di previdenza (Pip) conviene davvero. Nondimeno la stampa non perde occasione per dimostrare tutti i vantaggi della previdenza integrativa rispetto al Tfr, soprattutto dei comparti azionari. Ma è davvero così? Ricordiamo la premessa: con
In entrambi i casi si tratta di fondi di investimento a tutti gli effetti, che raccolgono denaro e lo danno in gestione a società specializzate (Sgr) che a loro volta lo investono in borsa. I Pip invece sono strumenti finanziari mascherati da coperture assicurative, ma legati spesso a normali fondi comuni di investimento. E qui sorge la prima domanda: che c’entra tutto questo con la previdenza? Poco o nulla, se non l’obbligo di trasformare almeno il 50% del capitale accumulato in rendita vitalizia, mentre il denaro impiegato in un fondo di investimento può essere ritirato integralmente in qualunque momento. In pratica si introducono meccanismi previdenziali all’interno di strumenti che di previdenziale hanno solo il nome. Difficile pensare che i lavoratori decidano con entusiasmo di agganciare il proprio futuro pensionistico agli andamenti delle borse mondiali, sempre più instabili e imprevedibili. Ecco allora che il Governo lancia una serie di sgravi fiscali, scaricando sulle spalle della collettività l’onere di far decollare i due nuovi pilastri.
Ma, visti i magri stipendi della maggioranza dei dipendenti, qualche punto in meno di pressione fiscale non avrebbe certo convinto i lavoratori a decurtarsi il reddito per alimentare i fondi pensione. Perché allora non prelevare il Trattamento di fine rapporto, ossia la vecchia liquidazione? Il calcolo è presto fatto: sommando la quota accantonata dal lavoratore (6,91% della retribuzione lorda) all’eventuale contributo del datore di lavoro previsto per i fondi negoziali, si arriverebbe quasi al 10% dello stipendio, considerato dagli “esperti” il minimo indispensabile per arrivare ad una integrazione dignitosa della propria pensione. Il Tfr invece – dicono gli stessi esperti, tra cui annoveriamo anche la maggior parte dei giornalisti economici – garantisce un rendimento certo ma nettamente inferiore a quello dei fondi pensione, senza contare il vantaggio di avere una rendita vitalizia, che la liquidazione non dà.
Le Borse vanno sempre bene nel lungo periodo?
Entriamo dunque nel merito. Com’è noto il Tfr garantisce una rivalutazione pari all’1,5% annuo della retribuzione lorda più il 75% del tasso di inflazione. Forse non molto, ma abbastanza per tutelare il capitale accumulato dall’aumento dei prezzi per l’intera vita lavorativa (salvo iperinflazione), cosa che nessuno strumento finanziario sul mercato può assicurare, come ricorda Carlo Crovella, consulente d’azienda e analista finanziario, intervenuto ad un seminario sul tema finanziato dalla Regione Piemonte e coordinato da
Eppure, dicono i sostenitori della previdenza integrativa, se per qualche anno le Borse possono andare male, nel lungo termine i mercati – soprattutto azionari - fanno sempre bene. “Anche questo è un luogo comune, spiega Crovella: se prendiamo l’andamento della Borsa americana dal 1920 al 2005, notiamo periodi ventennali in cui il rendimento nominale è stato pari a zero (1930-1950 e 1965-1985), come del resto è avvenuto anche nel quinquennio dal 2000 al 2005 (vd grafico). 
E 20 anni, all’interno di una normale pianificazione previdenziale, pesano eccome. Dal 1965 al 1985, inoltre, a fronte di un andamento piatto della borsa statunitense abbiamo avuto un’inflazione pari al 233%, che avrebbe falcidiato qualunque investimento. Questo riguarda le azioni, ma anche se comprassimo obbligazioni nessuno ci garantirebbe dall’aumento dei prezzi. E’ paradossale quindi che la legge promuova il passaggio da un meccanismo che tutela il potere di acquisto ad un altro aleatorio, legato ai mercati finanziari. Un passaggio nel quale viene meno il concetto stesso di previdenza”.
Le cose non vanno meglio se consideriamo il nostro Paese. Secondo i calcoli effettuati da
Diffidare del risparmio gestito
“Dal 1962 al 1982 le azioni italiane hanno perso l’81% del potere di acquisto, precisa Scienza, e nello stesso periodo i titoli di Stato italiani hanno perso il 73%. Se avessimo messo gli stessi soldi nel Tfr avremmo perso solo il 18% (vd tabella)”.
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1963-1982: confronto Tfr e altri investimenti |
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100 lire investite a fine 1962 in… |
Azioni italiane |
Titoli di Stato |
50% azioni 50% titoli |
Tfr |
|
Sono diventate a fine |
140,6 |
198,9 |
169,7 |
607,0 |
|
… e in potere di acquisto… |
19,0 |
26,9 |
22,9 |
82,1 |
|
Perdita in potere di acquisto |
-81% |
-73% |
-77% |
-18% |
La tabella riporta i risultati medi dei diversi investimenti - Fonte:
La liquidazione in azienda risulta vincente anche nel periodo 1987-1996, quando la Borsa italiana perde il 18% in termini reali e il Tfr guadagna il 2%. Non è un caso che banche e assicurazioni, nelle loro campagne promozionali, mostrino solo gli ultimi quattro anni di performance borsistiche (2003-2006), un periodo di “vacche grasse” per i mercati finanziari.
Ancora qualche cifra. Nel periodo 1999-2006 i fondi pensione (aperti e negoziali) vincono sul Tfr, ma la situazione si ribalta se solo prendessimo i periodi 2000-2006 e 2001-2006, nei quali il Tfr pareggia i fondi negoziali e stacca decisamente quelli aperti, che mostrano evidenti perdite (vd tabella). 

Restando ai soli fondi negoziali, che indubbiamente presentano vantaggi in termini di costi rispetto a fondi aperti e pip, c’è da dire che i costi amministrativi e di governance saranno certamente destinati a crescere, di pari passo con l’aumento delle adesioni e, dunque, dei flussi in entrata e soprattutto in uscita.
C’è poi un altro elemento che secondo Scienza dovrebbe mettere in guardia i lavoratori: a gestire i nostri soldi, attraverso i fondi pensione, sarebbero le stesse società di gestione del risparmio (Sgr) che negli ultimi decenni non hanno dimostrato grande abilità nel loro mestiere. “Con i loro fondi hanno ottenuto performance regolarmente inferiori a quelle dei mercati nei quali investivano, precisa Scienza, sia prima che dopo l’avvento dell’euro, sia in azioni che in obbligazioni. Anche scegliendo a caso, chiunque avrebbe fatto meglio”. Senza contare l’incidenza di casi fallimentari come Cirio, Parmalat e il default delle obbligazioni argentine. La conclusione di Scienza è che, almeno per ora, il Tfr è meglio tenerselo stretto in azienda, tanto più che si tratta di una scelta reversibile e nulla viene in futuro di cambiare idea (mentre la scelta del fondo pensione è irreversibile, dunque non si può più tornare indietro). Anche ammesso che i fondi pensione alla fine rendano di più, decisivo è il tema della sicurezza e della tutela del risparmio, che ha molto a che fare con il concetto di previdenza ma ben poco con la volatilità dei mercati finanziari.
Vantaggi fiscali e contributo datoriale: il gioco non vale la candela
E’ opinione comune che i vantaggi fiscali rendano comunque conveniente la previdenza integrativa rispetto al Tfr. E in effetti gli sgravi fiscali sono notevoli: il capitale finale e la rendita dei fondi pensione e dei Pip viene tassata con un’aliquota variabile dal 15 al 9% (a seconda degli anni di permanenza nel fondo) contro il 23% del capitale accumulato dal Tfr (considerando lo scaglione più basso). Tuttavia secondo le simulazioni effettuate da
Restando invece ai fondi negoziali, un altro vantaggio da molti sbandierato come risolutivo nel confronto con il Tfr, è il contributo del datore di lavoro, pari mediamente all’1% della retribuzione. Anche in questo caso molto dipende dalle oscillazioni delle borse. Ad esempio, nel periodo 1998-2006 i fondi di investimento hanno reso lo 0,77% annuo lordo, contro il 3,13% del Tfr: un tale differenziale (2,4%) avrebbe assorbito interamente il contributo del datore di lavoro. In generale comunque basta che il differenziale sia inferiore all’1% (a favore del Tfr) perché il lavoratore che aderisce al fondo pensione ci rimetta, nonostante il contributo datoriale.
I costi dei fondi pensione
- Costi della gestione finanziaria. In genere stabiliti nella convenzione fra fondo e gestore (secondo un’indagine COVIP, sono mediamente pari allo 0,10% per il settore dei fondi negoziali).
- Costi della gestione amministrativa, sostenuti direttamente dal fondo per la sua diretta struttura organizzativa e contabile. Questi costi, sempre secondo la Covip, sono in media pari allo 0,40% per l’insieme dei fondi negoziali, mentre non sono esplicitati nei rendiconti dei fondi aperti, perché in genere l’attività amministrativa viene svolta dall’organismo proponente. I costi amministrativi sono destinati a crescere in futuro a ritmi sostenuti, considerato che i fondi saranno chiamati a gestire, oltre ai flussi in entrata (versamenti), anche quelli in uscita (erogazione pensioni).
Fondo Cometa: i costi sotto la lente
Cometa è il fondo pensione complementare dei metalmeccanici nato dall'accordo tra le organizzazioni di categoria delle imprese (Federmeccanica, Assistal ed Intersind) e dei lavoratori (Fim, Fiom, Uilm e Fismic). E' il più importante fondo pensionistico complementare operante in Italia ed è esteso anche ai lavoratori dipendenti del settore orafo-argentiero.

Nel 2005 i costi complessivi del fondo sono stati pari allo 0,346% del patrimonio gestito.
No alla diga di Ilisu: dillo a Profumo
Scriviamo a Unicredit, per fermare il progetto della diga di Ilisu nel Kurdistan turco. Si può sottoscrivere la lettera disponibile al sito: www.dilloaprofumo.org. Partirà automaticamente un’email di protesta diretta ad Alessandro Profumo, amministratore delegato del Gruppo Unicredit, tra i principali finanziatori del progetto. Facciamo girare il più possibile il messaggio, la diga di Ilisu può e deve essere fermata in solidarietà con il popolo curdo. A proposito del gruppo UniCredit è recente la notizia che “questo gruppo con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d'appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato”, ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna “banche armate”.