Benetton azienda etica?
In relazione all’articolo di Chiara Ludovisi sulla campagna Benetton a favore del Microcredito, apparsa su Redattore Sociale, aggiungo di seguito qualche informazione sull’azienda di Ponzano Veneto, per completezza. Non vorrei infatti che emergesse un’immagine di Benetton quale azienda eticamente responsabile, che sarebbe del tutto immeritata.
La famiglia Benetton è oggi una delle più ricche di Piazza Affari, con partecipazioni in Autogrill, Autostrade, Benetton Group, Caltagirone Editore, Pirelli & C., Telecom Italia. Il 30% della società Autostrade fu acquistato nel 1999, nell’ambito del vasto piano di privatizzazioni lanciato dallo Stato per ridurre il debito pubblico. Tre anni prima Benetton comprò dall’Iri anche Autogrill, che insieme ad Autostrade configurava une vera a propria concentrazione, tanto che l’Antitrust impose alla famiglia di affidare la ristorazione nelle aree autostradali di sosta attraverso una normale procedura di gara. Le gare furono fatte ma secondo l'Antitrust in modo non conforme alle regole e questo comportò una multa da 15 milioni e 800mila euro a carico della proprietà. Per acquistare Autostrade Benetton si servì della controllata Schemaventotto, rastrellando il 70% del capitale azionario della società con soldi prestati dalla banche attraverso un'offerta pubblica di acquisto (Opa). Poi l'indebitamento (7 miliardi di euro in totale) di Schemaventotto fu girato direttamente ad Autostrade Spa, che tuttora restituisce il debito alle banche grazie al flusso dei pedaggi pagati dagli automobilisti. Si tratta di un’entrata sicura, che negli ultimi anni ha garantito una seri di extraprofitti a Benetton. Trattandosi di un servizio pubblico, tuttavia, la legge stabilisce dei limiti ai profitti della società concessionaria. A decidere se Autostrade sta guadagnando troppo dai pedaggi è anzitutto il Nars, un nucleo di valutazione tecnica di stanza presso il Ministero dell'economia. Alcuni esperti sostengono che nei primi cinque anni della gestione Benetton gli extraprofitti ci sono stati eccome, tanto che lo stesso Ministro dell’Economia Giulio Tremonti si rifiutò di firmare al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) l'aumento richiesto. Ma il rifiuto del Ministro, così come i pareri delle stesse autorità di vigilanza furono scavalcate dall’approvazione di un decreto conforme agli interessi della famiglia Benetton, con l’atteggiamento compiacente dell’Anas e della Corte dei Conti (vd Report “Vivere di rendita”, trasmissione del 1 ottobre 2004 – sezione Documenti).
I pedaggi autostradali dovrebbero servire a finanziare il servizio, cioè la manutenzione del manto stradale e gli altri investimenti necessari, anziché a ripagare i debiti di Benetton. In realtà i costi di costruzione delle autostrade sono già stati ammortizzati da tempo e, dunque, l’automobilista paga in anticipo gli investimenti a venire. Ma quali? La società Autostrade si era impegnata ad eseguire una serie di lavori tra il 1997 e il 2003, tra cui il nuovo tracciato appenninico tra Bologna e Firenze, ma alla fine del 2004 erano aperti solo alcuni cantieri. Come spiegò l’anno scorso il senatore Paolo Brutti a Report, su “9mila-9500 miliardi di investimenti, ne hanno fatti il 10%. Si sono impegnati a farne altri 9500. Però da quello che noi sappiamo, mentre del vecchio l'unica opera che si sta veramente cominciando a fare è la Variante di valico, per quello che riguarda i nuovi investimenti erano state fissate delle tappe: allo stato dei fatti non si vede nulla. Cioè non è vero che entro il 2007 noi avremo il passante di Mestre, non è vero che avremo interventi sull'autostrada Adriatica, cioè tutte cose che, se si faranno, oramai slitteranno agli anni 2010, 2011, 2012”. (Report, vedi sopra). In altre parola il gruppo Benetton, in qualità di concessionario, è stato inadempiente nei confronti dello Stato. Intanto il titolo continua a salire in Borsa, gli investimenti sono in alto mare e gli automobilisti pagano tariffe sempre più alte che vanno direttamente alle banche creditrici. Altro elemento interessante è stato il contributo versato nel 2003 alla società Autostrade da parte dell'Anas, quindi a carico dei contribuenti: 5 milioni di euro per la campagna a favore del Telepass.
L’altra faccia dell’azienda
Nonostante le accuse di alcuni organismi impegnati a difesa dei diritti umani, l’immagine del gruppo trevigiano non è mai stata veramente intaccata, complice una massiccia campagna pubblicitaria che ha fatto di Benetton il simbolo della responsabilità sociale. Come la campagna promozionale del 2003 a sostegno del Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite, che provocò una levata di scudi di una parte dell’associazionismo e del mondo pacifista. Dall’indagine ‘Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-2001’ (scaricabile dal sito www.cleanclothes.org) condotta dall’organizzazione inglese Labour Behind the Label, aderente alla rete della Clean Clothes Campaign, Benetton risulta essere una delle aziende meno attente al problema dei livelli retributivi nei paesi di delocalizzazione. Riferirsi costantemente ai minimi salariali locali, come fa Benetton, significa mantenere consapevolmente intere comunita’ al di sotto della soglia di poverta’.
Nello febbraio dello stesso anno venne alla luce il coinvolgimento del gruppo nella guerra del Golfo. Così si leggeva su La Repubblica di giovedì 27 febbraio 2003, p. 9: “Milano - Nel dibattito italiano sui preparativi bellici fa irruzione il caso ‘Strada Gigante’: una nave italiana che sta trasportando verso il teatro di guerra materiale bellico per conto delle forze armate britanniche. A fare scandalo - secondo Oliviero Diliberto, leader dei Comunisti italiani - è che la nave sia in parte di proprietà dei Benetton, dinastia dall'immagine storicamente pacifista. ‘Stradablu’, la compagnia armatrice che possiede la nave spiega che i Benetton hanno con la loro ‘21 Investimenti’ una partecipazione in ‘Stradablu’ minoritaria e ‘finanziaria’, senza coinvolgimento nella gestione. Dalle visure camerali, si scopre però che la partecipazione è del 44,62%. Tra i proprietari della ‘21 Investimenti’ con il 56% dei Benetton c'è anche il 10% della Fininvest di Berlusconi”. In realtà la società finanziaria 21 Investimenti gestisce un fondo (il Fondo Giada) che detiene il 28% (non il 44% come sembrava in un primo momento) di StradaBlu, società che ha armato la nave in questione. I Benetton hanno precisato che si trattava solo di ospedali da campo (Altreconomia, aprile 2003).
Ma le contestazioni della società civile non hanno mai preoccupato molto l’azienda di Ponzano Veneto, che per tutelare i propri affari non ha esitato a entrare in conflitto con la più antica e gloriosa comunità indigena argentina, quella dei Mapuche. Nel 1991 il gruppo acquistò 900 mila ettari di terreno in Patagonia acquisendo tutte le proprietà della Compañía de Tierras del Sud Argentino SA. Il territorio, come altri in quella zona, era un tempo abitato dai Mapuche, ora confinati in una striscia di terra sovraffollata chiamata Reserva de la Compania. Nell’agosto 2002 una famiglia Mapuche - i coniugi Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir e i loro quattro figli – decisero di chiedere all'Istituto autarchico di colonizzazione un terreno da coltivare, per riuscire a sbarcare il lunario dopo che la ditta della moglie chiuse i battenti. Venne loro indicato il lotto di Santa Rosa, che si presumeva demaniale e inutilizzato. In realtà apparteneva alla famiglia Benetton, che nell’ottobre 2003 inviò 15 agenti ad effettuare lo sgombero, sequestrare gli attrezzi e demolire l’abitazione. Ne è nato un caso giudiziario e politico al tempo stesso, come avviene da secoli, il diritto delle popolazioni indigene a vivere nelle loro terre e gli interessi dei nuovi proprietari-colonizzatori. Il processo si è concluso a favore di Benetton, anche se il Tribunale ha riconosciuto che i campi non sono stati occupati abusivamente. (I particolari della vicenda nell’articolo “Benetton contro i Mapuche”, L’Espresso on line, 10/2004 – nella sezione Documenti. Informazioni aggiornate sulla vicenda si possono leggere su: http://archivio.carta.org/campagne/diritti/patagonia/).
Nel novembre 2005 per rispolverarsi l’immagine Benetton comunicò una donazione di circa 7.500 ettari di territorio al governo della provincia di Chubut, in Patagonia (Argentina), perché fossero utilizzati per i bisogni delle popolazioni autoctone. Ciò non risolse la questione di fondo, ovvero la legittimità dei titoli di proprietà vantati dai Benetton sulla globalità delle terre mapuche, da cui le popolazioni indigene furono scacciate con la forza per favorirne lo sfruttamento. Rosa e Atilio Curinanco desiderano solo vedersi restituito il podere Santa Rosa, mentre hanno scritto di non essere interessati a delle terre molto lontane dai loro luoghi di origine e oggetto di rivendicazioni da parte di altre comunità mapuche, ma soprattutto non vogliono sentire parlare di “dono” ma di restituzione. Dal Chubut intanto giunse la denuncia dell’avvelenamento dell’acqua potabile causato dalle sostanze chimiche usate per la disinfestazione degli animali nella tenuta Benetton di El Maiten. (Fonte: Organizacion Mapuche Tehuelche 11 de Octubre, Carta, n. 41 (14-20.11.2005) sostegno del Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite, che provocò una levata di scudi di una parte dell’associazionismo e del mondo pacifista. Dall’indagine ‘Wearing thin: the state of pay in the fashion industry, 2000-
Operaie cinesi “importate” in romania per cucire Benetton e Prada
Un altro caso scoperto nel 2007 riguarda la Wear company, un’azienda di confezione d’abbigliamento partecipata da capitali italiani con sede a Bacau, città a nord-est di Bucarest, che produce per conto di Benetton e Prada. A corto di manodopera specializzata, nel 2006 ha cominciato ad attingere personale dalla Cina, attraverso canali sui quali le autorità rumene stanno indagando. Nel gennaio 2007 le operaie cinesi che lavoravano per la Wear company erano circa 400, le prime ad essere impiegate legalmente in Romania, ma con uno stipendio da fame. Per questo sono scese in sciopero. Guadagnavano 350 dollari al mese, ma ne chiedevano il doppio per poter vivere e mandare soldi a casa. Hanno pagato 5 mila dollari ciascuna a un intermediario cinese per assicurarsi il posto e ogni mese dovevano restituire una parte del debito, e gli interessi alle agenzie di collocamento in patria. Vivevano in isolamento assoluto, anche a causa della lingua, – raccontò ai giornalisti un’operaia – combattendo da un anno con i morsi della fame per via della scarsità e della cattiva qualità del cibo. Il direttore della Wear company, Sorin Nicolescu, sostenne che le retribuzioni erano in linea con la media rumena e raddoppiarle sarebbe stato impensabile, pena il fallimento. Alcune operaie decisero di tornare in Cina; in un centinaio, invece, si rimisero al lavoro per paura di ritorsioni. (Fonte: BBC news, 25.1.2007; Clean clothes campaign).
Nel 2004 come Coordinamento nord/sud del mondo di Milano abbiamo avuto uno scambio di corrispondenza con l’azienda in seguito a una lettera che Ersilia Monti indirizzò a Famiglia Cristiana, stupiti di vedere Benetton Group inserito fra gli sponsor del calendario annuale dedicato al tema della solidarietà. Sviscerammo diversi aspetti dell’ambiguità del gruppo: pace & finanza, etica e trasparenza, fame & salari da fame, pubblicità, comunità locali e ambiente (Patagonia, Traforo del Monte Bianco, Casa della luna rossa). Al posto del direttore della rivista, don Antonio Sciortino, rispose direttamente il direttore della pubblicità di Benetton Group:
http://archivio.carta.org/campagne/diritti/patagonia/040719Calendario.htm (“Un brutto calendario” – nostra seconda lettera con approfondimenti);
http://archivio.carta.org/campagne/diritti/patagonia/040726aziendamoderna.htm (“Benetton è un’azienda moderna” – ultima replica di Benetton).
Invitiamo in particolare alla lettura del nostro approfondimento, con tanto di visura camerale, sulla questione della società StradeBlu e di Giada Equity Fund e di come una azienda decantata per le sue “pubblicità progresso” sui più svariati temi sociali permise l’invio in Iraq nel febbraio 2003 di materiale destinato alle truppe di occupazione poco prima dell’inizio dell’invasione del paese.
Roberto Cuda