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Globalizzazione addio, il mondo torna al protezionismo
Riportiamo di seguito l’ottimo articolo di Federico Rampini apparso su Repubblica del 30 aprile scorso.
di Federico Rampini
La tendenza è così netta da mettere in allarme The Wall Street Journal, la Bibbia quotidiana del capitalismo americano. «Il mondo non è più piatto», sentenzia il quotidiano rovesciando il titolo del celebre saggio di Thomas Friedman. (Lo stesso Wall Street Journal è una vittima del riflusso: comprato l’anno scorso da Rupert Murdoch che si appresta a liquidarne il gruppo dirigente, il giornale finisce nella pancia di un semi-monopolio, anche nell’informazione Usa la concorrenza si riduce).
Dall’Ohio alla Pennsylvania e ora in vista del'Indiana, i due candidati democratici alle presidenziali hanno capito che nell'America dei colletti blu travolti dalla recessione i voti si conquistano attaccando il made in China e il Nafta: quell'accordo di libero scambio con Canada e Messico firmato da Bill Clinton, che segnò una tappa cruciale della globalizzazione.
L'Inghilterra, patria storica del liberismo, ha nazionalizzato
La paura dell'immigrazione – che già ebbe un ruolo nel no francese alla Costituzione europea del 2005 – ha favorito la Lega e Alemanno; Tremonti cavalca il protezionismo; Berlusconi blocca Air France a costo di scaricare di nuovo un'Alitalia decotta sul contribuente italiano.
La destra italiana non ha mai creduto seriamente al mercato, adesso trova un alibi e una sponda nella revisione ideologica che serpeggia da Washington a Londra a Pechino. Segno dei tempi, la "liberal" Cnn ha dato in appalto una fascia oraria all'anchorman Lou Dobbs per una crociata contro l'immigrazione. Anche ai vertici delle grandi istituzioni internazionali – gli arbitri della globalizzazione – il mutamento degli equilibri è evidente. Dalla Banca mondiale ha dovuto dimettersi il neoconservatore Wolfowitz, scivolato su uno scandalo sessuale ma soprattutto isolato nel suo iperliberismo. Al Fondo monetario internazionale è arrivato un socialista francese, Dominique Strauss Kahn, che predica aumenti di spesa pubblica per contrastare la recessione.
Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici. La più ovvia è che la globalizzazione si è spinta molto avanti e prima o poi una battuta d’arresto era prevedibile. Il ciclo vittorioso del neoliberismo si può far risalire molto indietro. A metà degli anni Settanta avvengono le prime innovazioni della deregulation finanziaria; nel 1979-80 le privatizzazioni di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e s'impone il "pensiero unico", il modello vincente è il mix fra liberaldemocrazia e capitalismo. Due anni dopo l’India esce da una lunga esperienza di socialismo protezionista e vara le liberalizzazioni che la lanciano verso lo sviluppo. Nel 1995 sulle ceneri del Gatt nasce il Wto (l’organizzazione del commercio mondiale) e accelera l’abolizione delle barriere agli scambi. Nello stesso periodo l’Europa costruisce il suo mercato unico e ne prepara il coronamento finale con l'euro.
Le crisi finanziarie che alla fine degli anni 90 scoppiano in America latina, nel sud-est asiatico, in Russia, danno all’Occidente un potere d’influenza smisurato: i governi in bancarotta sono costretti ad accettare i diktat del Fmi, il "pensiero unico" impone le ricette ai paesi emergenti. Il culmine è il 2001, quando la Cina fa il suo ingresso nel Wto: la nazione più popolosa del mondo, che sotto Mao Zedong fu il teatro dell’esperimento più radicale di comunismo, irrompe nell’arena del capitalismo globale.
Il 2001 è l'anno di tutte le contraddizioni, contiene già i segnali del riflusso attuale. L’11 settembre impone all’America la sicurezza come priorità assoluta: ne soffriranno certe aperture all'immigrazione, e la fiducia nel multilateralismo. L’ingresso della Repubblica Popolare nel Wto è una bomba a scoppio ritardato. Col passare degli anni mette in difficoltà industrie tradizionali e fasce di classe operaia in Occidente. L’invasione del made in China apre in casa nostra i varchi alla demagogia populista, che promette un futuro migliore se solo si fermano le lancette della storia, e si erige attorno ai nostri paesi una Grande Muraglia anti-cinese. Stati Uniti e Unione europea avevano spinto sull’acceleratore della globalizzazione quando erano convinti di ricavarane i maggiori benefici. Le sorprese sono clamorose e innescano i ripensamenti. In seno al Wto europei e americani scoprono di non essere più i padroni del gioco. Si forma un'alleanza dell'emisfero Sud del pianeta, capitanata da India e Brasile, che mette sotto accusa le politiche agricole di Washington e Bruxelles e pretende accesso ai mercati ricchi. I paesi emergenti rimettono in discussione le regole quando le giudicano inique, e trovano alleati nel movimento alter-global o nelle ong umanitarie: è il caso dei brevetti sui medicinali, dove India Brasile e Thailandia sfidano la lobby dell’industria farmaceutica e sfornano prodotti "generici" a una frazione dei prezzi occidentali.
L'emergere di Cindia come il nuovo baricentro dell’economia globale ha un altro effetto choc che si riverbera a ondate progressive in tutto il pianeta: esplodono i consumi di energia e di alimenti, scatenando l’inflazione di tutte le materie prime, dal petrolio al gas, dai metalli al legname, dal riso ai cereali. Nel settore energetico la penuria e l’impennata secolare dei prezzi sconvolge i rapporti di forza. Nei paesi produttori torna a imporsi di prepotenza il ruolo dello Stato: dal Venezuela alla Russia è una catena di ri-nazionalizzazioni. Si ridimensiona il potere dei petrolieri occidentali: la Shell calcola che l’80% delle riserve petrolifere mondiali sono controllate da enti pubblici. Anche nel mercato agroalimentare la globalizzazione è vittima del suo successo. Grazie al boom economico dei loro paesi centinaia di milioni di asiatici possono permettersi una dieta più ricca. Ma i raccolti non hanno tenuto il passo con questa esplosione dei consumi. Ecco perché i governi produttori erigono ostacoli all’export per sfamare in precedenza i loro cittadini.
Il Tibet e i Giochi olimpici del 2008 segnano la caduta di un altro dogma del "pensiero unico": l’idea di un automatismo dei diritti umani, l’illusione che lo sviluppo capitalistico generi di per sé democrazia. Il colpo di grazia alla lunga avanzata della globalizzazione è venuto dal centro del capitalismo finanziario, l’America. La crisi dei mutui subprime non ha finito di mietere vittime e di seminare danni. Un dato è ormai certo: quando i banchieri di Wall Street e la classe operaia di Detroit convergono nel chiedere protezione allo Stato, è il segno che una fase storica sta cambiando.
