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sabato, 28 giugno 2008

Unipol e la responsabilità sociale

"Responsabilità sociale d'impresa significa essere consapevoli che la nostra attività ha ricadute sull'ambiente circostante e sugli interlocutori che entrano in rapporto con l'azienda. Per questo consideriamo importante rendicontare in modo sistematico l'attività, in una rete di relazioni che creino una sorta di 'condizonamento democratico' dell'impresa". Così il presidente Pierluigi Stefanini introduce il bilancio sociale 2007 di Unipol Gruppo Finanziario, il terzo nella storia della compagnia. Dal governo dell'impresa all'attenzione al cliente, dalle relazioni con il personale al rispetto dell'ambiente fino alla politica degli investimenti, Unipol mostra gli elementi distintivi della sul politica di "sostenibilità", che passa anche attraverso la creazione di un Comitato per la responsabilità sociale e l'adozione di una nuova "Carta del valori", alla quale ispirare i modelli di comportamento aziendale.

"Dobbiamo preoccuparci del valore che siamo in grado di promuovere nel medio e lungo periodo, continua Stefanini, non solo dei risultati trimestrali. Per questo il nostro Piano industriale punta a dare solidità al gruppo in un'ottica prospettica. In tal senso abbiamo adottato una gestione prudente degli investimenti: potevamo stressare maggiormente la nostra struttura finanziaria a ottenere risultati più brillanti, ma abbiamo scelto di guardare al futuro. Del resto ci attendono sfide importanti, che metteranno alla prova il valore sociale dell'assicurazione, come la riorganizzazione del welfare e i nuovi bisogni sul versante sanitario e previdenziale.Su questo fronte abbiamo messo a punto soluzioni innovative sia per la salute che per la sicurezza". Sul tema degli investimenti tuttavia il Bilancio Sociale dedica una sola pagina, nella quale presenta il fondo Etico Unipol, che ad oggi gestisce asset per circa 4 miliardi di euro. Ma al di là di linee dedicate, Unipol si è mai chiesta come vengono investiti gli asset della compagnia? Esistono strumenti di selezione

degli investimenti in chiave etica? "Stiamo riorganizzando il portafoglio, risponde evasivo Stefanini, nel quale abbiamo ridotto molto i prodotti strutturati e i derivati. La logica deve essere quella della lungimiranza e non solo del rendimento. Ci stiamo lavorando, anche attraverso una ridefinizione del valori di fondo del Gruppo, che dovranno poi trovare applicazione concreta". Mah.

R.C.

 

La RSI aiuta la competitività?

La responsabilità sociale è compatibile con la competitività? Sì, secondo Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all'Università di Bologna, intervenuto alla presentazione del Bilancio Sociale di Unipol, ma per questo occorrono strumenti di misurazione che mattano in luce il comportamento virtuoso dell'azienda. "Nel breve periodo vince l'impresa più irresponsabile, precisa Zamagni, ma il gioco non vale la candela, poichè nel medio lungo periodo la situazione si capovolge e risulta più decisamente più comptetitiva l'azienda responsabile. C'è un'ampia letteratura in proposito. Tuttavia servono indicatori capaci di misurare il valore economico indotto da comportamenti virtuosi. Mi riferisco a forme di rating capaci di incidere sul capitale reputazionale della società, in modo da innescare processi di emulazione. Non vedo perchè infatti il rating debba comprendere la sola performance economica".

 

Riportiamo di seguito stralci dell’intervento di don Raffaello Ciccone, responsabile del servizio per la vista sociale e il lavoro della Curia di Milano, in occasione della presentazione del Bilancio Sociale Unipol

“L’unipol ha nel suo Dna il richiamo alle cooperative che, a sua volta, si rifacevano ad una mutualità che aveva un rapporto profondo con la gente ed i suoi bisogni. Si è passati dalla colletta alla mutua e quindi alla banche popolari. Elemento centrale è la volontà di essere tra la gente. Certamente tra i vostri clienti moltissimi sono i professionisti, competenti, intelligenti, spesso creativi. Ma oggi il cliente è anche chi non ha molti mezzi, ed è obbligato, per l’esistenza ch conduce, per la macchina che guida, per i rischi che corre, a doversi assicurare. Vive nella fragilità e chiede di essere garantito. A qusto punto h bisogno di qualcuno che lo aiuti a capire le sue vere eesigenze e a raggiungere i suoi veri obiettivi.

Ma nella società in cui siamo a che cosa mira una impresa? Non a raggiungere degli standard di bilancio sempre più alti? Il progetto, il personale, la struttura non sono condizionati, non sono pianificati per raggiungere obiettivi probabilmente diversi da qualli del cliente? Non esiste, angosciosamente, l’ossessione di convincere a comperare altro, oltre le proprie esigenze ed i propri obiettivi? Non sto parlando di Unipol. Sto dicendo a voi queste cose, perché, mi sembra he questi siano, sulla piazza, i meccanismi e le pressioni. (…)

Ho notato l’attenzione che prestate ai bisogni delle famiglie e delle piccole o medie imprese: lo avete messo negli obiettivi ed è importante esservi fedeli. Ma penso che si debba provvedere, in qualche modo:

- agli over 45 che si riducono a cercare l’elemosina;

- agli studenti per una borsa di studio che possa poi essere restituita nel corso degli anni;

- ai mutui che si offrono troppo facilmente per comperare la casa e che dopo pochissimo tempo diventano insolvibili. Le banche rischiano di diventare le più grandi immobiliari sulla piazza. Non sarebbe etico che un esperto sappia consigliare aiutando a afre scelte possibili?

- agli esuberi conseguenti alle gradi fusioni che obbligano alle economie di scala;

- alle polizze a scadenza: si aspetta la raccomandata o si va a rintracciare i possessori?

- alla correttezza di liquidare i sinistri con fatture registrate per il pagamento delle tasse”.

Postato da: robycuda a 16:04 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

venerdì, 27 giugno 2008

Italiani sempre più indebitati, cresce il credito al consumo nel primo quadrimestre 2008

Da gennaio ad aprile 2007 la cessione del quinto dello stipendio ha registrato un vero e proprio boom, segnando una crescita del 18,7%, dopo l’incremento dell’11,6% del 2007. La cessione del quinto è un modo per ammortizzare l’impatto di un prestito, che viene infatti addebitato direttamente sullo stipendio ogni mese. Secondo i dati Assofin, del resto, la crescita ha toccato le diverse forme di finanziamento, tra cui il credito al consumo, che dopo il +9,5% dell’anno scorso e un +0,6% del primo trimestre, ha segnato una forte crescita nel mese di aprile che ha portato l’incremento complessivo del primo quadrimestre a +4%. Crescono anche i prestiti personali del 18,1%, mentre calano i prestiti finalizzati del 7,8%, anche a causa della politica effettuata dalle banche, che tendono ridurre i costi di intermediazione favorendo i prestiti diretti.

Postato da: robycuda a 10:58 | link | commenti
aziende, economia italiana

venerdì, 20 giugno 2008

Industria sportiva sotto accusa: la campagna Playfair 2008 rivela le condizioni di lavoro nelle fabbriche che producono per le olimpiadi di Pechino 2008

E’ uscito il nuovo rapporto internazionale della Campagna PlayFair 2008 sulle condizioni di lavoro nell'industria sportiva globale che "confeziona" le Olimpiadi di Pechino 2008.

L'edizione italiana, curata dalla Campagna Abiti Puliti, ospita i contributi di Luciano Gallino, ordinario di sociologia all'università di Torino e Valeria Fedeli, presidente della Federazione sindacale Europea del Tessile Abbigliamento e Cuoio. Sulla base di interviste somministrate a più di 300 lavoratori del settore sportivo in Cina, India, Thailandia e Indonesia, “Vincere gli ostacoli” mostra che le violazioni dei diritti dei lavoratori nel settore sono ancora la norma. Scarica il rapporto in italiano da: http://www.abitipuliti.org/.

Postato da: robycuda a 11:19 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

giovedì, 12 giugno 2008

Fondazione Banca Etica: azionariato critico all'Assemblea dell'Eni

"Considerando che in Nigeria la pratica di gas flaring è illegale da quasi 25 anni, quali garanzie e quali passi concreti Eni ha adottato per garantire la fine di ogni operazione di questo tipo nel più breve tempo possibile". Lo ha chiesto oggi la Fondazione Culturale Responsabilità Etica partecipando all’assemblea annuale dei soci dell’Eni. Quello dell’Eni in Nigeria e Kazakistan è considerato dalla Fondazione Culturale "un comportamento giudicato poco responsabile in termini umani e ambientali" e per questo la Fondazione Culturale, costituita nel 2003 da Banca Etica, ha avviato su proposta della CRBM un'attività di "azionariato critico".

"L’intervento della Fondazione si è concentrato sugli investimenti dell’Eni in Nigeria e Kazakistan, sia per la dimensione degli impatti, sia perché, essendo tra i più recenti, lasciano ancora aperta la possibilità di un intervento del CdA entrante per un cambiamento di rotta" - spiega La Fondazione Culturale che ha reso disponibile il documento presentato all'assemblea dei soci dell'Eni. Nel paese africano l'Eni partecipa allo sfruttamento di diversi giacimenti petroliferi nella regione del Delta del Niger, dove il gas flaring, uno dei fenomeni più nocivi per l'ambiente e le popolazioni locali, è prassi. Il gas flaring diffonde nell’aria tossine inquinanti come il benzene, accusato di provocare l’aumento di tumori e di malattie respiratorie tra la popolazione; inoltre, contribuisce massicciamente al rilascio di gas serra, con gravi impatti sui cambiamenti climatici. Sul sito dell’Eni si legge che “i progetti di valorizzazione del gas prevedono l'eliminazione della pratica del flaring entro maggio 2012 in Congo ed entro il 2011 in Nigeria”.

In Kazakistan la compagnia è l’operatore di Kashagan, il più grande giacimento non ancora esplorato scoperto negli ultimi trent’anni, e si occupa della costruzione degli impianti offshore e su terra e della gestione delle emissioni e dello stoccaggio dello zolfo. Sono diverse le condizioni che rendono molto complesso il compito per Eni, aumentando i costi del progetto ma soprattutto il potenziale rischio finanziario collegato. La struttura geologica dello giacimento, l’alta percentuale di solfati (16-20%), il fatto che Kashagan si trovi a oltre 5.000 metri sotto il fondo del mare, in un’area dove il Caspio è profondo solamente tra i 2 e i 4 metri e quasi interamente gelato tra novembre e marzo, rappresentano solo alcune delle difficoltà legate allo sfruttamento del giacimento.

"A fronte di tutte queste criticità, che hanno causato un considerevole slittamento della tabella di marcia dei lavori, è sorprendente come non siano ancora pubblici gli studi di impatto sulla salute pubblica, i piani per lo stoccaggio dello zolfo e per la gestione delle emissioni e la valutazione di impatto ambientale. Senza una soluzione sostenibile per la gestione di Kashagan, la fase di costruzione potrebbe slittare ancora, con conseguenze finanziarie importanti per gli investitori" - commenta Fondazione Culturale di Banca Etica.

“Abbiamo intenzione di domandare al nuovo CdA se pensa che i progetti di Eni in Nigeria e Kazakistan siano in linea con la RSI della compagnia, e con le dichiarazioni e le campagne pubblicitarie sul risparmio energetico, a partire da “meno 30%”, che la compagnia conduce in Italia” - ha dichiarato Ugo Biggeri, presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica.

L'attività di "azionariato critico" è finalizzata a portare le campagne di denuncia delle ong all’attenzione di azionisti e vertici dei grandi gruppi industriali e promuovere anche in Italia un meccanismo di democrazia economica così come già accadute con successo in molti paesi come Regno Unito e USA. Per il 2008 la Fondazione Culturale ha acquistato delle azioni dell'ENEL, su proposta di Greenpeace Italia, e come detto dell'Eni, su proposta della CRBM. L’acquisto di azioni della compagnia petrolifera italiana ha permesso di esprimere all’Eni alcune critiche sulla passata gestione e rivolgere l’invito al futuro CdA di rivedere alcune linee strategiche dell’azienda. (Da Unimondo)

Postato da: robycuda a 09:07 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

Il grano alle stelle, maggiordomi cinesi e dieci piccoli indiani

di Monica Di Sisto e Antonio Onorati (da www.faircoop.it/fairwatch.htm)

Abbiamo sentito ripetere in questi mesi che se i prezzi internazionali del grano sono in crescita vertiginosa, e le strade del mondo si riempiono di persone affamate e arrabbiate, questo è colpa di cinesi e indiani che mangiano di più. I più cattivi, però, come al solito sono i cinesi: il loro consumo di carne totale tra maiale, manzo e varia animalità è cresciuto dal 1990 del 142%.

Il bestiame mangia tanti cereali e il disastro, condito con qualche eccesso di entusiasmo sui biocarburanti, è così servito: ben 40 Paesi sono stati scossi negli ultimi mesi da vere e proprie rivolte di gente a stomaco vuoto, e ben 21 di essi si trovano in quell'Africa già tanto martoriata.

Daryll E. Ray, dell'Agricultural Policy Analysis Center dell'Università del Tennessee però non ha creduto ad una ricetta così semplicistica e si è messo a verificare da vicino questo fenomeno, diremmo, gastronomico quanto macabro, dati alla mano. La prima sorpresa deriva dal fatto che se la Cina ha deciso di mangiare più carne, in realtà ne ha prodotta talmente tanta da rimanere saldamente un Paese esportatore netto. Ma c'è di più. Nel 1996 il USDA World Agricultural Outlook Board, la proiezione statunitense più autorevole sui mercati agricoli internazionali, aveva previsto che nel 2005, proprio per la crescita demografica e dei redditi incessante, la Cina sarebbe diventata un'importatrice netta di grano, con un flusso in entrata di almeno 10,7 milioni di tonnellate provenienti in gran parte dagli Stati Uniti stessi. La Cina, in realtà, con un gioco sapiente di produzione, di protezione del mercato interno alla faccia delle richieste di maggiore liberalizzazione che le rivolge incessantemente l'Organizzazione Mondiale del Commercio, e di un buon utilizzo del meccanismo dello stoccaggio, non ha avuto bisogno di guardarsi intorno: nel 2005, infatti, risultava essere ancora un esportatore netto di grano, con ben 15,2 milioni di tonnellate in viaggio intorno al mondo. Dunque se il mondo soffre la fame, e se quegli 850 milioni di persone che nel mondo la patiscono probabilmente aumenteranno nei prossimi anni, non è proprio colpa dei cinesi. Che cosa sta succedendo allora?

Se i prezzi agricoli crescono, perché i più affamati sono proprio i contadini?

Un paradosso vuole che circa tre quarti di quel miliardo e duecento milioni di persone che vivono in estrema povertà abitino in aree rurali, cioè a diretto contatto con quella terra che potrebbe e dovrebbe dar loro da mangiare a sufficienza, oltre che un reddito. Per di più l'agricoltura è stato un settore sempre più trascurato dagli investimenti pubblici: se tra il 1980 e il 2007 i Paesi industrializzati (OECD) hanno aumentato i propri aiuti allo sviluppo da 20 miliardi di dollari a 100 miliardi, negli stessi anni i fondi destinati a sostenere l'agricoltura sono scesi da 17 a 3 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali, secondo Via Campesina, non sono andati ai contadini.

Fino ad oggi abbiamo creduto che fossero i prezzi dei prodotti agricoli cronicamente bassi a costituire il principale ostacolo per la promozione economica e sociale dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. La verità è che i prezzi più alti che noi stiamo pagando non si traducono in maggiori guadagni per contadini e allevatori, ma vengono assorbiti dai trasporti, dall'industria agroalimentare e dalla grande distribuzione. Sempre secondo Coldiretti, infatti, dei circa 467 euro al mese che ogni famiglia destina in media per gli acquisti di alimenti e bevande, oltre la metà, per un valore di ben 238 euro, va al commercio e ai servizi, 140 (un 30%) all'industria alimentare e solo 89 (il 19%) alle imprese agricole. Anche la National Farmers Union statunitense è comparsa in audizione il primo maggio scorso davanti alla Commissione economica congiunta del Congresso a Washington e ha denunciato che, secondo i dati forniti dallo stesso ministero dell'Agricoltura, gli agricoltori e gli allevatori ricevono solo 20 centesimi di ogni dollaro che i consumatori spendono per l'alimentazione in casa e fuori casa. Il marketing, la trasformazione, la distribuzione e i servizi di vendita assorbono gli altri 80 centesimi.

Chi scommette sul cibo vince sempre

In questa partita stanno giocando sporco altri concorrenti che con la produzione agricola non hanno niente a che vedere: gli speculatori. Il mercato internazionale dei prodotti agricoli, infatti, riguarda solo il 10% della produzione globale. I contratti con cui si commercia questa parte limitata della produzione agricola che va sul mercato globale hanno, per la natura stessa degli approvvigionamenti, scadenze "future": fino a 18 mesi e oltre. I prodotti finanziari che consentono di investire nelle materie prime agricole (o commodities), e che determinano i loro prezzi internazionali, si chiamano per questo "futures" e sono "contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa". Chi ha disponibilità di capitale li può acquistare, e molti vi si sono rifugiati dopo la crisi dei prodotti finanziari legati ai mutui. I fondi di investimento, ad esempio, controllano il 50-60% del commercio del grano nei più grandi mercati internazionali di commodities. Un'agenzia calcola che l'ammontare del denaro investito in futures di commodities  è esploso dai 5 miliardi di dollari stimati nel 2000 ai 175 miliardi di dollari del 2007.

La maggior parte di questi titoli viene negoziata alla borsa di Chicago (Chicago Stock Exchange - CHX), che ha visto aumentare di un quarto dall'inizio dell'anno le attività nel settore agricolo. Secondo i dati CHX, i futures del grano (calcolati al prossimo dicembre) dovrebbero crescere del 73%, quelli legati alla soia del 52 e quelli dell'olio di soia del 44. Essi si possono negoziare senza spostare un chicco di grano, e si può contemporaneamente variarne la quotazione soltanto grazie alla capacità di acquistarne tanti scommettendo sui guadagni futuri e provocando, con questa sola mossa, l'aumento del loro valore. E' per questo che l'aumento della produzione di cereali, che è pure prevista dalla FAO nel suo ultimo rapporto di previsione sull'annata agricola in corso, non ha alcun impatto sui loro valori.

Qualcosa non va anche nel mercato globale

Non sono solo le speculazioni che rendono così instabile il mercato agricolo, ma anche la sua struttura e il suo carattere estremamente concentrato. I pochi, grandi operatori commerciali internazionali, ad esempio, hanno ritirato dal mercato degli stock per stimolare la crescita dei prezzi e rivenderli al meglio. In Indonesia, per citare solo un caso, la branca nazionale della Cargill al gennaio 2008 stoccava 13mila tonnellate di soia nei suoi silos di Surabaya, in attesa che il suo prezzo raggiungesse livelli record.

Alcuni gruppi transnazionali possono fare questo e altro, perché detengono il monopolio del mercato: il 60% dei terminal per il trasporto di granaglie negli USA, ad esempio, è di proprietà di quattro società: Cargill, Cenex Harvest, ADM e General Mills. Sono questi giganti, che assommano in sé, in un'integrazione verticale serratissima, i semi, gli inputs, le piantagioni, la produzione, la trasformazione, la distribuzione e anche un rilevante potere finanziario, alcuni tra i principali vincitori di questa partita.

Anche le compagnie dei semi e dell'agrochimica stanno andando più che bene. Monsanto, il primo gruppo mondiale nel commercio dei semi, ha riportato un 44% di aumento dei guadagni nel 2007. DuPont, il secondo in classifica, ha dichiarato che i suoi profitti sono aumentati del 22%, mentre Syngenta, che guida il mercato dei pesticidi ma è terzo tra i colossi dei semi, ha visto le sue entrate crescere del 28% nel solo primo quadrimestre del 2008. Procedendo nella filiera verifichiamo che anche i grandi trasformatori alimentari, alcuni dei quali sono anche grandi traders, stanno incassando parecchio. Nestlé, ad esempio, ha aumentato le sue vendite globali del 7%. Anche per i supermercati la crisi alimentare non sembra portare guai ma un grande business. La catena inglese Tesco ha registrato un aumento nei guadagni del 12,3% in più rispetto allo scorso anno, un rialzo record. La francese Carrefour e la statunitense Wal-mart hanno affermato che le vendite di alimentari sono la voce principale che ha incrementato il loro aumento di fatturato. E' chiaro che qualcosa non va come dovrebbe, e che le politiche agricole devono cambiare, a partire da quella europea.

20 anni di politiche sbagliate

Forse il colpevole della crisi attuale, dunque, non era proprio il maggiordomo cinese come nel più scontato dei gialli. Sono stati i ben 20 anni di politiche di aggiustamento strutturale promosse nei Paesi del Sud ed in particolare in Africa da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale - che, in cambio di crediti d'aiuto, hanno chiesto ai propri beneficiari la riduzione del supporto e del finanziamento pubblico all'agricoltura, ma anche quella liberalizzazione del settore agricolo e dei mercati - che hanno portato i paesi del Sud (in particolare africani) a diventare da esportatori netti ad importatori netti di alimenti. Ma si è anche consolidata, nello stesso periodo, una politica europea incentrata sul modello industriale con vocazione esportatrice che ha favorito un tipo di produzione intensivo e insostenibile, oltre alla possibilità dei nostri prodotti di concorrere slealmente nel mercato internazionale creando il fenomeno del dumping.

Sono questi i modelli di intervento che hanno caratterizzato, a tutte le latitudini, gli orientamenti prevalenti delle istituzioni e degli attori economici in ambito agricolo. Schemi e automatismi che, come dimostra la crisi alimentare di oggi, non funzionano. Tuttavia anche oggi alcune grandi istituzioni propongono come soluzioni una maggior liberalizzazione anche grazie alla chiusura del ciclo dei negoziati commerciali lanciati a Doha nel 2001 dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Noi, invece, chiediamo un cambiamento netto di rotta a cominciare da politiche agricole forti, che tutelino l'agricoltura sostenibile e i mercati interni, in Europa come in Africa.

Che cosa possiamo fare per invertire la rotta?   

* Partecipare alla Campagna Terre Contadine-ItaliAfrica, firmando e diffondendo il Manifesto e partecipando alle attività previste. La campagna è promossa - in Africa - dalla Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli dell'Africa occidentale (ROPPA) che, dal 2000, unisce le piattaforme nazionali presenti nei dodici paesi della Regione e rappresenta oltre 50 milioni di contadini (costituendo la più grande federazione contadina dell'Africa). In Italia è sostenuta da alcune ONG (Terra Nuova e Crocevia che coordinano la campagna, e poi AUCS, CIPSI, CISV, COSPE, LVIA), organizzazioni agricole (Coldiretti, Aiab, Ari), associazioni ambientaliste e del commercio equo come [fair]. Questa iniziativa si inquadra nel programma di lavoro della Campagna per la Sovranità Alimentare.

(http://www.europafrica.info/italiano/home_ita.htm)   

* Gli organismi internazionali che si interessano di alimentazione (FAO) e di commercio (WTO, UNCTAD e IFAD), il Governo nazionale ma ancor di più gli Assessori alle Politiche agricole delle nostre Regioni, possono fare moltissimo per sviluppare la produzione del territorio in modo più sostenibile. Dobbiamo seguire attivamente le loro decisioni anche entrando in contatto con i nodi della Campagna Terre Contadine-ItaliAfrica, attraverso il sito http://www.europafrica.info/.    

* Possiamo cambiare la spesa. Comprare e mangiare frutta e verdura di stagione preferibilmente dai mercati di prossimità, acquistare prodotti locali, che hanno fatto meno strada. Coldiretti, che promuove una serie di iniziative per consumi alimentari a "chilometri zero", in casa come in trattoria, ha redatto un decalogo per ridurre l'impatto di ciò che mangiamo che si trova all'indirizzo

http://www.coldiretti.it/docindex/cncd/informazioni/299_08.htm. Scopri tutto anche sul mondo del biologico sull sito dell'Associazione italiana di categoria AIAB: http://www.aiab.info/   

* Possiamo partecipare alla costruzione di un sistema diverso di distribuzione, dando vita o aggregandoci ad un Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) Trovare quello più vicino a casa è facile: http://www.retegas.org/. C'è una mappa dei mercati direttamente promossi dai produttori (o farmer markets) all'indirizzo internet http://www.mercatidelcontadino.it/   

* Per i prodotti che arrivano da lontano, come il caffè, il tè, la cioccolata, ma anche magliette e tessuti di cotone, si possono preferire quelli biologici, quelli che arrivano da progetti di sviluppo rurale e locale e quelli del commercio equo e solidale. Informati visitando il sito dell'organizzazione di categoria http://www.agices.org/ , e il sito di [fair], che è partner della campagna http://www.faircoop.it/.

Postato da: robycuda a 09:05 | link | commenti
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, trasporti e mobilità

Lehman Brothers nella bufera, perdita di 2,8 miliardi

Lehman Brothers è sotto attacco da settimane da parte di alcuni hedge fund, convinti che la banca stia nascondendo una situazione molto più grave di quella dichiarata. La stessa Lehman ha comunicato di aver perso nel secondo trimestre 2008 circa 2,8 miliardi di dollari, molto di più di quanto atteso, annunciando al tempo stesso una ricapitalizzazione di 6 miliardi di dollari. Da qui gli attacchi dei fondi, che speculano al ribasso facendo deprimere ulteriormente il valore del titolo, che nei giorni scorsi ha perso l’11%. (Fonte: Corriere della Sera)

Postato da: robycuda a 08:53 | link | commenti
aziende, economia internazionale, banche e armi

mercoledì, 11 giugno 2008

Anche il Credito Cooperativo vuole guadagnare sull’acqua

“I processi demografici e di sviluppo produttivo in atto nei Paesi emergenti spingono al rialzo la domanda idrica, mentre dal lato dell’offerta la gestione di questa risorsa è a dir poco inefficiente: investire in imprese appartenenti al settore della produzione e distribuzione dell’acqua, così come di purificazione e filtraggio, di desalinizzazione o di sistemi di di irrigazione può rappresentare un’ottima scommessa nel lungo termine”. Lo ha detto Giuseppe Malinverni, direttore generale di Aureo Gestioni, la sgr (società di gestione del risparmio) del Credito Cooperativo. (Fonte: Plus-Il Sole 24 Ore, 31/05/2008)

Postato da: robycuda a 11:56 | link | commenti
aziende, banche e armi

Capitali arabi verso Zunino e Aedes

Due fondi arabi sarebbero in trattative con la Risanamento di Zunino per entrare in alcuni progetti in corso, ossia Milano Santa Giulia e soprattutto Sesto San Giovanni, che sta incontrando qualche difficoltà sul piano finanziario. Si tratterebbe del fondo Mubadala, veicolo del governo di Abu Dhabi, guidato dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Al Nahyan, e del Limitless, del Dubai World. Un aiuto ad Aedes invece potrebbe venire dal fondo Dubai Investment Group, che potrebbe avere qualche ruolo nei progetti di sviluppo di Milano (Rubattino) e Napoli. (Fonte: Plus-Il Sole 24 Ore)

Postato da: robycuda a 11:51 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale

Finmeccanica aumenta il capitale (in parte a carico dei cittadini)

Finmeccanica, principale produttore ed esportatore di armi a controllo pubblico, si prepara ad acquisire l’americana Drs, società di elettronica per la difesa, per un valore complessivo di 3,4 miliardi di euro. Per questo potrebbe servire un aumento di capitale di circa 1,4 miliardi di euro, al quale dovrà partecipare anche il governo italiano, che già possiede il 33,7% e per legge non può scendere sotto il 30%. In altre parole dovranno essere i cittadini a finanziare parte dell’espansione di Finmeccanica, che com’è noto esporta armi in tutto il mondo alimentando i conflitti e l’insicurezza internazionale. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 07/06/2008)

Postato da: robycuda a 11:50 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi

Democrazia e mercato. Qualche perla dal Festival dell’economia di Trento

Riportiamo di seguito un ampio resoconto dell’interessante intervento di Luciano Gallino al Festival dell’Economia di Trento, seguito da alcuni estratti di altri significativi interventi e dibattiti. Per inciso, il Festival di Trento è un evento che attira una quantità incredibile di gente, su temi che non credevo suscitassero tanto interesse. Per capirci, capita raramente la domenica pomeriggio di vedere 120 persone in religioso ascolto di un docente americano che parla dei diritti di voto nelle imprese.

Globalizzazione e sfruttamento. L’analisi lucida di Luciano Gallino, docente di sociologia del lavoro

In Italia ci sono oggi 4-5 miloni di lavoratori cosiddetti “flessibili” con contratto regolare a scadenza, talvolta nemmeno a tempo pieno. Il termine di tali contratti è variabile, parliamo di giorni, settimane, mesi e talvolta anni,  e la retribuzione media mensile è di circa 800 euro. nei primi mesi del 2008 il 70% delle nuove assunzioni è a scadenza e solo il 15% a tempo indeterminato. Poici sono altri 5 milioni di lavoratori con contratto irregolare, di cui 2 milioni a tempo pieno, revocabile in qualunque momento. I passaggi tra questi due bacini sono facili. Dal 2003 al 2006 sono stati regolarizzati circa 850.000 lavoratori. Va detto che la moltiplicazione dei livelli di subappalto (meccanismo diffuso tra le aziende, che affidano alcune lavorazioni a scietà esterne, ndr)ha aumentato il lavoro irregolare, che alla fine tiene in iedi anche quello regolare.

Tutto questo trae origine dalla ristrutturazione globale del processo produttivo partito negli anni ’80, agevolata dal progresso tecnologico: le imprese vanno a produrre nei paesi dove il costo del lavoro è minimo e i diritti scarsi. Negli nni ’90 gli investimenti diretti all’estero sono confluiti per il 60% verso Cina e India, nazione quest’ultima che attira una quantità crescente di capitali. Molto meno della metà della produzione viene venduta all’interno del paese di produzione, tutto il resto viene esportato nei paesi dove le aziende hanno sede, cioè in maggioranza Usa ed Unione Europea. In Cina i lavoratori ricevono circa 50 centesimi di dollaro all’ora, senza contributi, e questo consente di vendere i prodotti a basso prezzo. Oggi mezzo miliardo di lavoratori occidentali, che ancora godono di tutele, subiscono la concorrenza di 1 miliardi di lavoratori non tutelati, che esercitano una pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro. Si tratta di un fenomeno senza precedenti. Aggiungo che il lavoro salariato non è mai stato così diffuso come oggi. Su tre miliardi di lavoratori, circa 1,3 miliardi non è in gradi di mantenere la famiglia.

La globalizzazione ha consentito al capitale di liberarsi dalle restrizioni introdotte dal movimento dei lavoratori e dagli stati. Non dimentichiamo infatti che la sfida non viene propriamente dalla Cina, ma soprattutto dalle imprese occidentali che vanno là a produrre. La sfida quindi si gioca sulla politica del lavoro. Dal 1994 al 2004 l’export è triplicato, prveniente per il 65% da nostre imprese.

Sarà da vedere nei prossimi anni se l’incontro tra le due categorie di lavoratori – garantiti e non garantiti – avverrà verso l’alto o verso il basso. Le multinazionali spingono perché il punto di incontro avvenga a metà o verso il basso.

L’intervento delle istituzioni internazionali finora è stato piuttosto inefficace. L’Ocse ha emanato delle linee guida per le multinazionali (nel 2000 l’ultima versione), a cui si aggiunge anche l’ottimo documento dell’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) del 1976, composto da 26 articoli regolarmente disattesi dalla imprese. Il problema di fondo è che non sono previste sanzioni e nemmeno richiami.

Nel 2006 la Cina ha tentato di approvare nuovi requisiti per i contratti di lavoro, alzando alzando il salario minimo orario a 75 centesimi di dollaro, aumentando le tutele pubbliche, introducendo indennità di licenziamento e forme di negoziazione delle condizioni di lavoro in fabbrica. Ebbene, le Camere di Commercio Usa e Ue hanno fatto pressione sul governo cinese per ridurre tali requisiti, minacciando di portare le loro produzioni altrove. Il risultato fu che la versione definitiva delle legge, nel 2007, è risultata molto annacquata rispetto al testo originario, peraltro con scarse possibilità di applicazione. La cosa interessante è che lo stesso parlamento americano espresse indignazione, invitanto la Cina a non sottostare alla pressioni delle imprese.

Il fatto è che la democraziona ha lasciato andare il mercato troppo oltre e ora occorre una nuova regolamentazione dell’economia e del capitale finanziario. E’ possibile una politica globale del lavoro, utilizzando tutti gli strumenti internazionali a disposizione. Gli Usa ad esempio hanno una legge che risale addirittura al 1789 che autorizza chiunque nel mondo a rivolgersi a tribunali americani contro i danni subiti da imprese Usa. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a un progressivo spostamento delle risorse: l’8% del Pil è passato dal lavoro dipendente e dal piccolo e medio lavoro autonomo ai profitti e alle rendite, appannaggio del 5-10% della popolazione.

La finanziarizzazione dell’economia? Ha inciso moltissimo sui processi descritti e a breve uscirà un mio libro sull’argomento. Gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione, ecc) possiedono più del 50% dell’economia mondiale. Questi investitori fanno il loro lavoro, ossia massimizzare i rendimenti, almeno al 15%, ma così si comportano in modo irresponsabile, spingendo le imprese a sfruttare la manodopera. Dovremmo tornare alla vecchia separazione tra banche di deposito e banhe di investimento.

 

L’autocritica di Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera

Noi giornalisti diamo alle notizie il rielevo che meritano? Qui fuori ci sono gli operai della Sogefi (società che fa capo a De Benedetti, ndr) che protestano per non essere licenziati. A fianco c’è un piccolo gruppo del partito di di Di Pietro che fa volantinaggio contro la legge “salva Rete 4”. Quale dei due eventi è più importante. Sicuramente il primo, eppure ciò che interessa alla stampa è il secondo. Poi a un certo punto scopriamo che le liberalizzazioni non vanno avanti o che il mercato finanziario non è quel paradiso che pensavamo. C’è un diffuso conformismo culturale nelle redazioni.

Il problema oggi non è se riusciamo a togliere Rete 4 o salvare Rai 3, ma stabilire i confini tra servizio pubblico e privato. Personalmente farei una separazione netta tra i due: la parte pubblica deve essere alimentata dal canone e non deve avere problemi di odiens, deve fare inchieste e giornalismo investigativo che a volte noi non facciamo.

A mio avviso il giornalismo è anche un’impresa che deve afare utili, è proprio per rendersi indipendente da altri poteri. Il fatto è che la carta stampata sta vivendo una continua riduzione dei margini che porta a tagliara continuamente i costi, ma così si peggiora la qualità. Le cifre che riportiamo sul giornale vengono dagli uffici studi delle banche, che sono le stesse che poi vendono i titoli.

 

Più concessioni a Benetton. Qualcuno ne ha parlato?

Lo rivela Bruno Tabacci, deputato dell’Udc. “Il Parlamento ha votato recentemente una legge che allarga le concessioni autostradali: un regalo in cambio dell’impegno di Benetton in Alitalia. A parte la Stampa nessun giornale ne ha parlato: un caso?”


I fondi speculativi contro lo sviluppo delle imprese. Gustavo Ghidini, docente di diritto industriale all'Università Luiss Guidi Carli

L’azione dei fondi speculativi è contraria alla sviluppo a lungo termine delle imprese, che vengono scoraggiate ad investire in ricerca, sviluppo e innovazione. Questi fondi sono come locuste, agiscono unicamente nel breve termine. La Responsabilità sociale delle imprese? Basterebbe che le aziende facessero bene il loro lavoro, come fece un tempo Olivetti. Ci sono imprese che presentano bilanci sociali e poi fanno le cose peggiori verso gli utenti e i consumatori.

Luciano Gallino: Gli illeciti finanziari? Ci sono cause strutturali

Per gli illeciti finanziari a mio avviso ci sono cause strutturali. C’è un peso crescente degli investitori istituzionali, che esercitano enormi pressioni per ottenere rendimenti del 15% sul capitale investito e questo spinge le imprese nei quali vengono effettuati gli investimenti a manipolare i bilanci, a massimizzare i profitti a detrimento delle condizioni di lavoro, del risputo dell’ambiente e di produzioni etiche. Gli investitori dicono all’impresa: datemi il 15%, poi fate ciò che volete, producete quello che volete e come volete.

 

Franzo Grande Stevens, presidente della Compagnia di Sanpaolo, contro la finanziarizzazione dell’economia (e se lo dice lui..)

Assistiamo a una finanziarizzazione anomala dell’economia. La finanza non sostiene più l’economia ma specula sulle aziende cercando di trarne il massimo profitto. Le banche inoltre fanno accordi con le società di rating perché diano giudizi positivi sui loro titoli.

 

I ricchi stanno distruggendo il pianeta? Confronto tra Kempf e Cipolletta:

Hervè Kempf, giornalista di Le Monde, è autore di un libro dal titolo eloquente: “Perché i super-ricchi stanno distruggendo il pianeta”. A fargli da contraltare Innocenzo Cipolletta, presidente di Ferrovie dello Stato e in passatto direttore generale di Confindustria: un uomo dell’oligarchia descritta da Kempf, come lui stesso si è definito.

 

Kempf. Siamo sull’orlo di un precipizio e non sono io a dirlo, ma migliaia di scienziati in tutto il mondo. C’è una crisi ecologica senza precedenti e di portata globale, nella quale spicca la crisi del clima e della biodiversità, senza contare la contaminazione chimica. Inoltre stiamo registrando la sesta crisi di estinzione delle specie: la quinta è avvenuta 65 milioni di anni fa con la scomparsa dei dinosauri. E’ come una grande barca che sta andando dritta contro un iceberg, abbiamo al massimo 20 anni per cambiare direzione. In questi periodo inoltre assistiamo a una pesante crisi agricola, dovuta anche a fenomeni climatici, su cui ha inciso la forte siccità in Australia e le recenti bufere in Cina, di cui nessuno parla. Il petrolio d’altro canto è vicino al picco di produzione.

 

Cipolletta. E’ con un certo imbarazzo che partecipo a questa presentazione. Io faccio parte dell’oligarchia descritta da Kempf e sono un sostenitore della crescita ad ogni costo. Anche i poveri infatti hanno diritto di crescere al nostro livello e non occorre che noi riduciano i nostri standard di vita. C’è posto per tutti. Ma in Italia c’è una tendenza a chiudersi rispetto al mondo, ridurre i redditi dei ricchi e controllare la crescita.

Quando ci furono le due crisi petrolifere negli anni 70 si pensava alla fine del mondo, poi la tecnologia ha ridotto il consumo di energia e di materie prime per unità di prodotto. Oggi con il petrolio a quota 130 dollari saremo più incentivati a investire in tecnologia e a smaterializzare ulteriormente la produzione.

 

Kempf. Non sono contro la crescita, ma contro l’irresponsabilità. Ma è evidente che la crescita a tutti i costi non può funzionare. La crescita non misura la felicità, ha un forte impatto ecologico e ha dimostrato di non ridurre la disoccupazione. La nostra economia comunque sta aumentando i consumi e l’uso di materie prime, oltre ai rifiuti e ai gas serra: non si puà crescere senza consumare materie prime. Dobbiamo andare verso un sistema attento alle necessità umane e non a quelle dei ricchi. 40.000 euro spese per una Mercedes servirebbero a dare istruzione nei sobborghi di una città: l’impatto sul Pil sarebbe lo stesso ma l’effetto sociale di gran lunga maggiore, e senza pesare sull’ambiente.

 

Cipolletta. Quando tutti i cinesi avranno un’auto avremo un livello tecnologico maggiore e le auto saranno meno inquinanti. Consumare meno energia? Ma come? Vedo due strade: attraverso una dittatura “francescana” che lo impone o attraverso un sistema libero che utilizza meccanismi democratici: leggi, leva fiscale, ricerca. Non dobbiamo avere paura dei problemi, che ci saranno sempre.

 

Kempf. In India c’è già un problema energetico e di risorse idriche, che peggiorerà. Poi c’è il tema della disuguaglianza, che dagli anni ’80 è aumentata fortemente.

 

Sull’osservazione di Cipolletta ci permettiamo di aggiungere che quella della tecnologia è una finta soluzione. E’ vero che è aumentata l’efficienza e c’è un minore consumo di energia per unità prodotta, ma negli ultimi 20 anni le emissioni complessive di C02 sono aumentate visibilmente, soprattutto negli Usa,. Questo è avvenuto per due motivi: l’aumento dei consumi e quello che gli esperti chiamano “effetto rimbalzo”. Quest’ultimo è dovuto all’aumento della complessità sociale, come ha spiegato bene Mauro Bonaiuti in Obbiettivo decrescita. Un esempio: una fabbrica cinese consuma certamente più energia per unità di prodotto rispetto a una società di software europea, ma il costo ambientale per formare e mantenere un ingegnere esperto in software è di gran lunga superiore a quella di un operaio indiano (università, strade, trasporti, divertimenti, tempo libero, servizi, ecc.). Quanto alle auto cinesi, precisiamo che metà dell’impatto ambientale di un’autompbile è nella produzione e smaltimento dell’auto stessa e i cinesi ne avranno una molto presto, sicuramente prima che la tecnologia avrà risolto il problema del consumo.

Postato da: robycuda a 11:47 | link | commenti
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