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Unipol e la responsabilità sociale
"Responsabilità sociale d'impresa significa essere consapevoli che la nostra attività ha ricadute sull'ambiente circostante e sugli interlocutori che entrano in rapporto con l'azienda. Per questo consideriamo importante rendicontare in modo sistematico l'attività, in una rete di relazioni che creino una sorta di 'condizonamento democratico' dell'impresa". Così il presidente Pierluigi Stefanini introduce il bilancio sociale 2007 di Unipol Gruppo Finanziario, il terzo nella storia della compagnia. Dal governo dell'impresa all'attenzione al cliente, dalle relazioni con il personale al rispetto dell'ambiente fino alla politica degli investimenti, Unipol mostra gli elementi distintivi della sul politica di "sostenibilità", che passa anche attraverso la creazione di un Comitato per la responsabilità sociale e l'adozione di una nuova "Carta del valori", alla quale ispirare i modelli di comportamento aziendale.
"Dobbiamo preoccuparci del valore che siamo in grado di promuovere nel medio e lungo periodo, continua Stefanini, non solo dei risultati trimestrali. Per questo il nostro Piano industriale punta a dare solidità al gruppo in un'ottica prospettica. In tal senso abbiamo adottato una gestione prudente degli investimenti: potevamo stressare maggiormente la nostra struttura finanziaria a ottenere risultati più brillanti, ma abbiamo scelto di guardare al futuro. Del resto ci attendono sfide importanti, che metteranno alla prova il valore sociale dell'assicurazione, come la riorganizzazione del welfare e i nuovi bisogni sul versante sanitario e previdenziale.Su questo fronte abbiamo messo a punto soluzioni innovative sia per la salute che per la sicurezza". Sul tema degli investimenti tuttavia il Bilancio Sociale dedica una sola pagina, nella quale presenta il fondo Etico Unipol, che ad oggi gestisce asset per circa 4 miliardi di euro. Ma al di là di linee dedicate, Unipol si è mai chiesta come vengono investiti gli asset della compagnia? Esistono strumenti di selezione
degli investimenti in chiave etica? "Stiamo riorganizzando il portafoglio, risponde evasivo Stefanini, nel quale abbiamo ridotto molto i prodotti strutturati e i derivati. La logica deve essere quella della lungimiranza e non solo del rendimento. Ci stiamo lavorando, anche attraverso una ridefinizione del valori di fondo del Gruppo, che dovranno poi trovare applicazione concreta". Mah.
R.C.
La RSI aiuta la competitività?
La responsabilità sociale è compatibile con la competitività? Sì, secondo Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all'Università di Bologna, intervenuto alla presentazione del Bilancio Sociale di Unipol, ma per questo occorrono strumenti di misurazione che mattano in luce il comportamento virtuoso dell'azienda. "Nel breve periodo vince l'impresa più irresponsabile, precisa Zamagni, ma il gioco non vale la candela, poichè nel medio lungo periodo la situazione si capovolge e risulta più decisamente più comptetitiva l'azienda responsabile. C'è un'ampia letteratura in proposito. Tuttavia servono indicatori capaci di misurare il valore economico indotto da comportamenti virtuosi. Mi riferisco a forme di rating capaci di incidere sul capitale reputazionale della società, in modo da innescare processi di emulazione. Non vedo perchè infatti il rating debba comprendere la sola performance economica".
Riportiamo di seguito stralci dell’intervento di don Raffaello Ciccone, responsabile del servizio per la vista sociale e il lavoro della Curia di Milano, in occasione della presentazione del Bilancio Sociale Unipol
“L’unipol ha nel suo Dna il richiamo alle cooperative che, a sua volta, si rifacevano ad una mutualità che aveva un rapporto profondo con la gente ed i suoi bisogni. Si è passati dalla colletta alla mutua e quindi alla banche popolari. Elemento centrale è la volontà di essere tra
Ma nella società in cui siamo a che cosa mira una impresa? Non a raggiungere degli standard di bilancio sempre più alti? Il progetto, il personale, la struttura non sono condizionati, non sono pianificati per raggiungere obiettivi probabilmente diversi da qualli del cliente? Non esiste, angosciosamente, l’ossessione di convincere a comperare altro, oltre le proprie esigenze ed i propri obiettivi? Non sto parlando di Unipol. Sto dicendo a voi queste cose, perché, mi sembra he questi siano, sulla piazza, i meccanismi e le pressioni. (…)
Ho notato l’attenzione che prestate ai bisogni delle famiglie e delle piccole o medie imprese: lo avete messo negli obiettivi ed è importante esservi fedeli. Ma penso che si debba provvedere, in qualche modo:
- agli over 45 che si riducono a cercare l’elemosina;
- agli studenti per una borsa di studio che possa poi essere restituita nel corso degli anni;
- ai mutui che si offrono troppo facilmente per comperare la casa e che dopo pochissimo tempo diventano insolvibili. Le banche rischiano di diventare le più grandi immobiliari sulla piazza. Non sarebbe etico che un esperto sappia consigliare aiutando a afre scelte possibili?
- agli esuberi conseguenti alle gradi fusioni che obbligano alle economie di scala;
- alle polizze a scadenza: si aspetta la raccomandata o si va a rintracciare i possessori?
- alla correttezza di liquidare i sinistri con fatture registrate per il pagamento delle tasse”.
Banche armate: sparito l'elenco delle operazioni bancarie
La Campagna di pressione alle 'banche armate' segnala che dalla Relazione governativa 2008 sull'export di armi italiane è scomparso "l’elenco con il valore monetario e la controparte estera delle singole operazioni autorizzate alle banche". "Si tratta di un elenco (denominato "Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito") importantissimo per la campagna e per i singoli correntisti per poter verificare se le direttive e policy emanate negli ultimi anni da diverse e importanti banche italiane in relazione ai servizi d'appoggio al commercio di armi sono effettivamente attuate" - riporta un comunicato della Campagna . "Senza questo elenco di dettaglio sull'attività degli Istituti di credito - prosegue la nota - l'unica cosa che si può sapere dall'allegato del Tesoro è l'ammontare complessivo del valore delle autorizzazioni rilasciate alle banche: un dato che, non specificando con quali Paesi hanno in corso operazioni relative all'esportazione di armi italiane, inevitabilmente le mette tutte sullo stesso piano, come banche corresponsabili del commercio di armi".
"Riteniamo sia una grave e indebita modifica apportata all'ultima 'Relazione sull'esportazione di armi italiane' (Doc. LXVII) consegnata al Senato il 6 maggio scorso" - affermano i direttori delle tre riviste promotrici della Campagna, i religiosi p. Alex Zanotelli (Mosaico di Pace), p. Nicola Colasuonno (
Lehman Brothers nella bufera, perdita di 2,8 miliardi
Lehman Brothers è sotto attacco da settimane da parte di alcuni hedge fund, convinti che la banca stia nascondendo una situazione molto più grave di quella dichiarata.
Anche il Credito Cooperativo vuole guadagnare sull’acqua
“I processi demografici e di sviluppo produttivo in atto nei Paesi emergenti spingono al rialzo la domanda idrica, mentre dal lato dell’offerta la gestione di questa risorsa è a dir poco inefficiente: investire in imprese appartenenti al settore della produzione e distribuzione dell’acqua, così come di purificazione e filtraggio, di desalinizzazione o di sistemi di di irrigazione può rappresentare un’ottima scommessa nel lungo termine”. Lo ha detto Giuseppe Malinverni, direttore generale di Aureo Gestioni, la sgr (società di gestione del risparmio) del Credito Cooperativo. (Fonte: Plus-Il Sole 24 Ore, 31/05/2008)
Finmeccanica aumenta il capitale (in parte a carico dei cittadini)
Finmeccanica, principale produttore ed esportatore di armi a controllo pubblico, si prepara ad acquisire l’americana Drs, società di elettronica per la difesa, per un valore complessivo di 3,4 miliardi di euro. Per questo potrebbe servire un aumento di capitale di circa 1,4 miliardi di euro, al quale dovrà partecipare anche il governo italiano, che già possiede il 33,7% e per legge non può scendere sotto il 30%. In altre parole dovranno essere i cittadini a finanziare parte dell’espansione di Finmeccanica, che com’è noto esporta armi in tutto il mondo alimentando i conflitti e l’insicurezza internazionale. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 07/06/2008)
Clausole vessatorie: la Cassazione respinge il ricorso di Abi e Bpm
La Cassazione ha respinto il ricorso di Abi (Associazione Bancaria Italiana) e Banca Popolare di Milano contro la sentenza della Corte di Appello di Roma che aveva dichiaro la vessatorietà di oltre una trentina di clausole contenute in vari contratti bancari, vietandone l'utilizzo. L'azione era stata avviata grazie al ricorso delle associazioni Altroconsumo e Cittadinanzattiva.
La Corte d’Appello di Roma nel 2002 aveva giudicato abusive circa trenta clausole contenute nei formulari ABI e nei contratti di due banche, Fideuram e BPM, imponendo ai due istituti e all’ABI di eliminare tali clausole dai contratti, vessatorie per gli interessi dei consumatori. La sentenza d’appello confermava quella del Tribunale di Roma, che aveva accolto nel gennaio del 2000 il ricorso delle due associazioni dei consumatori.
Friends of the Earth: le banche Ue finanziano i devastanti “agrofuels”
Molte grandi banche d’affari europee stanno finanziando la rapida espansione del mercato degli 'agrocarburanti' (agrofuels) in America Latina: così facendo contribuiscono alla deforestazione, alla violazione dei diritti umani e alla messa in pericolo della sovranità alimentare. Lo denuncia un dettagliato rapporto reso pubblico oggi da 'Friends of the Earth Europe' (Foee) nel quale l'associazione chiede che gli istituti di credito cessino di sovvenzionare la produzione degli 'agrofuels'. Il rapporto ‘European financing of agrofuel production in Latin America’ (in .pdf) si sofferma in particolare sul ruolo che banche come Barclays, Deutsche Bank, BNP Paribas, Axa, HSBC, UBS e Credit Suisse hanno nell’investire miliardi di euro nella coltivazione e nel commercio di canna da zucchero, soia e olio di palma nei Paesi dell’america Latina. Un fattore spesso destabilizzante per il delicato ecosistema amazzonico, non tralasciando il fatto che troppo spesso le condizioni di lavoro nelle piantagioni sono bel al di sotto dei normali standard di lavoro accettati nel mondo. Va ricordato che il gruppo BNP Paribas è attivo in Italia grazie all'acquisizione della BNL che afferma dal 2005 di perseguire "iniziative finalizzate al miglioramento degli impatti ambientali, sia diretti che indiretti, derivati dalle attività svolte dalla Banca".
Oltre a citare diverse certificazioni e l'avvio di un progetto di studio congiunto BNL-Enea per l'adozione di soluzioni innovative per il risparmio energetico, BNL afferma che "per quanto riguarda i consumi energetici e le emissioni inquinanti, è ormai noto che i processi di trasformazione dell'energia, e in particolare l'utilizzo di combustibili fossili, implicano il rilascio nell'ambiente di sostanze che possono avere effetti negativi sull'ecosistema nel suo complesso e sul clima globale del pianeta". Ma sembra non conoscere il problema degli "agro-carburanti" che, oltre ad essere devastanti sull'ambiente, sarebbero tra l'altro anche all'origine dell'impennata dei prezzi delle derrate alimentari nei Paesi poveri come ha affermato recentemente il direttore generale dell Fao, Jacques Diouf. Proprio al tema "Sicurezza alimentare, clima e biocarburanti", la Fao terrà Roma una conferenza mondiale dal 3 al 5 giugno.
Intanto Friends of the Earth Olanda e alcune ong nigeriane hanno citato in giudizio la Shell per gli enormi danni provocati nel Delta del Niger dalle continue fuoriuscite di petrolio dai suoi giacimenti ed impianti. La corposa documentazione inerente al ricorso è stata presentata la scorsa settimana presso la sede della multinazionale anglo-olandese dagli avvocati dell’associazione ambientalista. "Qualora la causa dovesse essere istruita, sarebbe la prima volta che la Shell viene processata nel suo Paese di origine per violazioni ambientali commesse all’estero" - riporta la CRBM.
Secondo gli attivisti “la Shell conosce benissimo i problemi nel Delta del Niger ma fa ben poco per porvi rimedio, ovviamente per non dover far fronte ad una perdita economica”. La sussidiaria nigeriana della Shell riconosce l’esistenza di un problema legato alle condizioni degli impianti e delle pipeline, ma omette di rivelare che la bonifica del terreno nella maggior parte dei casi viene fatta in maniera superficiale lasciando residui velenosi nel sottosuolo e nelle falde acquifere. Le riserve di pesce nella regione del Delta del Niger si sono ridotte in maniera molto considerevole con profondi effetti negativi sulla vita della popolazione locale. (Unimondo)
Aig: rosso di 7,81 miliardi. Citigroup a -40 miliardi
Anche i ricchi piangono. Aig, il primo gruppo assicurativo a livello mondiale, ha chiuso il primo trimestre 2008 con una perdita lorda di 7,81 miliardi di dollari, a fronte di un utile di 4,13 miliardi nei primi tre mesi del 2007, ben oltre le aspettative degli analisti. La causa è da ricercare nei 9,11 miliardi di dollari di svalutazioni legate alle operazioni in derivati, sulle quali ha inciso pesantemente la crisi immobiliare. Gli investimenti del gruppo hanno registrato nel complesso una perdita di 6,82 miliardi di dollari. Per Aig si tratta del secondo trimestre in rosso, dopo la perdita di 5,29 miliardi di dollari negli ultimi tre mesi del 2007. Ancora peggiore la situazione delle più grande banca del mondo, Citigroup, che dall’inizio della crisi dei subprime ha accumulato perdite e svalutazioni per circa 40 miliardi di dollari, di cui 5,1 nel primo trimestre di quest’anno. (Fonte: La Repubblica, 10/05/2008)
Globalizzazione addio, il mondo torna al protezionismo
Riportiamo di seguito l’ottimo articolo di Federico Rampini apparso su Repubblica del 30 aprile scorso.
di Federico Rampini
La tendenza è così netta da mettere in allarme The Wall Street Journal, la Bibbia quotidiana del capitalismo americano. «Il mondo non è più piatto», sentenzia il quotidiano rovesciando il titolo del celebre saggio di Thomas Friedman. (Lo stesso Wall Street Journal è una vittima del riflusso: comprato l’anno scorso da Rupert Murdoch che si appresta a liquidarne il gruppo dirigente, il giornale finisce nella pancia di un semi-monopolio, anche nell’informazione Usa la concorrenza si riduce).
Dall’Ohio alla Pennsylvania e ora in vista del'Indiana, i due candidati democratici alle presidenziali hanno capito che nell'America dei colletti blu travolti dalla recessione i voti si conquistano attaccando il made in China e il Nafta: quell'accordo di libero scambio con Canada e Messico firmato da Bill Clinton, che segnò una tappa cruciale della globalizzazione.
L'Inghilterra, patria storica del liberismo, ha nazionalizzato
La paura dell'immigrazione – che già ebbe un ruolo nel no francese alla Costituzione europea del 2005 – ha favorito la Lega e Alemanno; Tremonti cavalca il protezionismo; Berlusconi blocca Air France a costo di scaricare di nuovo un'Alitalia decotta sul contribuente italiano.
La destra italiana non ha mai creduto seriamente al mercato, adesso trova un alibi e una sponda nella revisione ideologica che serpeggia da Washington a Londra a Pechino. Segno dei tempi, la "liberal" Cnn ha dato in appalto una fascia oraria all'anchorman Lou Dobbs per una crociata contro l'immigrazione. Anche ai vertici delle grandi istituzioni internazionali – gli arbitri della globalizzazione – il mutamento degli equilibri è evidente. Dalla Banca mondiale ha dovuto dimettersi il neoconservatore Wolfowitz, scivolato su uno scandalo sessuale ma soprattutto isolato nel suo iperliberismo. Al Fondo monetario internazionale è arrivato un socialista francese, Dominique Strauss Kahn, che predica aumenti di spesa pubblica per contrastare la recessione.
Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici. La più ovvia è che la globalizzazione si è spinta molto avanti e prima o poi una battuta d’arresto era prevedibile. Il ciclo vittorioso del neoliberismo si può far risalire molto indietro. A metà degli anni Settanta avvengono le prime innovazioni della deregulation finanziaria; nel 1979-80 le privatizzazioni di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e s'impone il "pensiero unico", il modello vincente è il mix fra liberaldemocrazia e capitalismo. Due anni dopo l’India esce da una lunga esperienza di socialismo protezionista e vara le liberalizzazioni che la lanciano verso lo sviluppo. Nel 1995 sulle ceneri del Gatt nasce il Wto (l’organizzazione del commercio mondiale) e accelera l’abolizione delle barriere agli scambi. Nello stesso periodo l’Europa costruisce il suo mercato unico e ne prepara il coronamento finale con l'euro.
Le crisi finanziarie che alla fine degli anni 90 scoppiano in America latina, nel sud-est asiatico, in Russia, danno all’Occidente un potere d’influenza smisurato: i governi in bancarotta sono costretti ad accettare i diktat del Fmi, il "pensiero unico" impone le ricette ai paesi emergenti. Il culmine è il 2001, quando la Cina fa il suo ingresso nel Wto: la nazione più popolosa del mondo, che sotto Mao Zedong fu il teatro dell’esperimento più radicale di comunismo, irrompe nell’arena del capitalismo globale.
Il 2001 è l'anno di tutte le contraddizioni, contiene già i segnali del riflusso attuale. L’11 settembre impone all’America la sicurezza come priorità assoluta: ne soffriranno certe aperture all'immigrazione, e la fiducia nel multilateralismo. L’ingresso della Repubblica Popolare nel Wto è una bomba a scoppio ritardato. Col passare degli anni mette in difficoltà industrie tradizionali e fasce di classe operaia in Occidente. L’invasione del made in China apre in casa nostra i varchi alla demagogia populista, che promette un futuro migliore se solo si fermano le lancette della storia, e si erige attorno ai nostri paesi una Grande Muraglia anti-cinese. Stati Uniti e Unione europea avevano spinto sull’acceleratore della globalizzazione quando erano convinti di ricavarane i maggiori benefici. Le sorprese sono clamorose e innescano i ripensamenti. In seno al Wto europei e americani scoprono di non essere più i padroni del gioco. Si forma un'alleanza dell'emisfero Sud del pianeta, capitanata da India e Brasile, che mette sotto accusa le politiche agricole di Washington e Bruxelles e pretende accesso ai mercati ricchi. I paesi emergenti rimettono in discussione le regole quando le giudicano inique, e trovano alleati nel movimento alter-global o nelle ong umanitarie: è il caso dei brevetti sui medicinali, dove India Brasile e Thailandia sfidano la lobby dell’industria farmaceutica e sfornano prodotti "generici" a una frazione dei prezzi occidentali.
L'emergere di Cindia come il nuovo baricentro dell’economia globale ha un altro effetto choc che si riverbera a ondate progressive in tutto il pianeta: esplodono i consumi di energia e di alimenti, scatenando l’inflazione di tutte le materie prime, dal petrolio al gas, dai metalli al legname, dal riso ai cereali. Nel settore energetico la penuria e l’impennata secolare dei prezzi sconvolge i rapporti di forza. Nei paesi produttori torna a imporsi di prepotenza il ruolo dello Stato: dal Venezuela alla Russia è una catena di ri-nazionalizzazioni. Si ridimensiona il potere dei petrolieri occidentali: la Shell calcola che l’80% delle riserve petrolifere mondiali sono controllate da enti pubblici. Anche nel mercato agroalimentare la globalizzazione è vittima del suo successo. Grazie al boom economico dei loro paesi centinaia di milioni di asiatici possono permettersi una dieta più ricca. Ma i raccolti non hanno tenuto il passo con questa esplosione dei consumi. Ecco perché i governi produttori erigono ostacoli all’export per sfamare in precedenza i loro cittadini.
Il Tibet e i Giochi olimpici del 2008 segnano la caduta di un altro dogma del "pensiero unico": l’idea di un automatismo dei diritti umani, l’illusione che lo sviluppo capitalistico generi di per sé democrazia. Il colpo di grazia alla lunga avanzata della globalizzazione è venuto dal centro del capitalismo finanziario, l’America. La crisi dei mutui subprime non ha finito di mietere vittime e di seminare danni. Un dato è ormai certo: quando i banchieri di Wall Street e la classe operaia di Detroit convergono nel chiedere protezione allo Stato, è il segno che una fase storica sta cambiando.
Se anche Unimondo si affida a Unicredit…
Pubblichiamo di seguito lo scambio epistolare tra
Cara Redazione di Unimondo,
Buongiorno, anzi no. Non vorrei sembrare sarcastico, ma la pubblicità di Genius la Carta di credito “etica” di Unicredit, la Banca armata principe della Lista delle Banche Armate di quest’anno, sul vostro sito, non mi sembra una genialata. Anzi.
Sono un assiduo frequentatore del vostro sito e non ricordo di aver visto mai nessuna pubblicità.
Iniziamo bene. Potete solo migliorare a questo punto.
Vi scrivo perché non mi spiego come sia possibile scivolare su queste cose così palesi.
Ho la sensazione che anche per un sussulto di dignità riceverete molte lettere su questa vicenda, piccate, deluse, dubbiose, arrendevoli.
E saranno gli stessi visitatori, navigando in Rete e volendo trovare informazioni sui danni degli istituti finanziari, ed in particolare sulle loro esposizioni nel facilitare e rendere possibile le transazioni e i pagamenti nel commercio di armamenti in giro per il mondo. Visitando il vostro sito.
Questa non è un’attenuante: è, per parte mia, un’aggravante.
Le notizie le sapete e quindi la conseguenza dovrebbe, doveva (sic!) essere automatica.
Mi sfogo, dunque, con voi altri, comunicandovi che secondo me Unimondo con la pubblicità delle Banche Armate è come l’Europa senza Illuminismo: inservibile.
Vi chiedo pertanto di provare a motivare questa scelta, mi riservo il diritto di rendere pubblica la vostra risposta, o non risposta perché voglio sapere chi è che ha deciso di rovinarvi/ci la reputazione
Perché, e concludo, vedere Unimondo.org sito parlare di Banche Armate e di fianco la pubblicità della Carta di credito “moschicida” di Unicredit, cioè una di queste, è come vedere una partita di calcio tra due squadre in finale. Quando l’arbitro fischia la fine della partita può non essermi chiaro se abbia vinto la cronaca delle banche armate o la Banca armata.
Escludo, però, che possiate aver vinto entrambi. In attesa di risposta
Risposta del direttore di Unimondo, Fabio Pipinato.
Gentile
La ringrazio per la Sua lettera alla quale non mi attardo a rispondere. Unimondo ha già fatto pubblicità ed è la prima volta che pubblicizza una “Carta” di un Istituto di credito. Trattasi di una decisione di cui, in qualità di direttore del portale, mi assumo
Provo ad interloquire per punti:
1) Da dieci anni Unimondo offre un’informazione puntuale e gratuita sulle banche armate e, per fortuna, non solo su quelle. Più volte ha denunciato le modalità di costruzione, traffico, smercio, responsabilità economiche, politiche e finanziarie del commercio di armi. Vorrebbe continuare a farlo.
2) Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.
3) Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento.
4) Come direttore devo tener conto anche delle risorse presenti nel CC di Banca Popolare Etica che il lettore responsabile potrà trovare in Home Page sotto la dicitura: “dona ad Unimondo”. Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono. All’aumento progressivo dei lettori negli anni non è sempre corrisposto un aumento delle donazioni.
5) Sto ricevendo molte lettere piccate, deluse, dubbiose ed arrendevoli. Alcune da parte di organizzazioni per noi importanti come Pax Christi. Chiederò alla redazione di pubblicarle. Siamo per il dialogo. Non è un caso che abbiamo un’intensa attività culturale, nei territori ove abbiamo sede, poco propensa alla contrapposizione. Ed è forse per questo che vorremmo sopravvivere al mercato che ha costi sempre più importanti, con il sostegno del mercato, per non sottrarci nel denunciare le storture del mercato stesso. So che si tratta di abitare una contraddizione ma per questo ho deciso di aprire un dialogo con i lettori meno arrabbiati come lei. Mi piacerebbe coinvolgere nel dialogo anche i funzionari di Unicredit ai quali girerò, con il Suo permesso, la Sua lettera e le lettere che giungono in redazione. Credo possa essere anche questa un’occasione d’interloquire in modo costruttivo, al di là delle categorie della guerra, che ci ha visto per un decennio o di qua o di là del muro.
6) I lettori più affezionati si ricorderanno della polemica nell’anno del giubileo in occasione del Festival di San Remo. Ebbene, dopo pochi giorni è stata varata la legge per la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. La Campagna sdebitarsi ha voluto condividere anche con noi il successo. Sarebbe una vittoria di tutti se riuscissimo a trovare una via per un disimpegno formale dell’Istituto di Credito (al quale stiamo dando noi credito) dal finanziare l’export di armi a favore di un impegno graduale e fattivo per il sociale.
7) Iniziamo subito. Osserviamo che altri Istituti di credito riportano chiaramente il Bilancio Sociale, il Codice etico e ambientale e anche la loro policy in materia di "armamenti". Non ci dispiacerebbe ottenere la stessa trasparenza da Unicredit con i quali stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione.
Cordialità,
Replica di
Assolvo il mio compito, Gentile Direttore, nell’autorizzarLa, come da Lei richiestomi, a girare la mia lettera ai vertici di Unicredit, sperando possa, insieme a molte altre, insinuare nella Banca il dubbio che c’è una netta dicotomia tra quanto affermato e riportato dagli stessi, sul proprio sito http://www.unicreditgroup.eu, alla voce Sostenibilità.
Vi si legge infatti:
“Operiamo facendoci carico delle responsabilità connesse alle nostre scelte imprenditoriali nella consapevolezza che la sostenibilità nel tempo dell'impresa, intesa nella triplice accezione di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, sia elemento di competitività che favorisce anche lo sviluppo dei territori, del mercato e la coesione sociale” ed ancora: “La responsabilità sociale è parte della cultura aziendale; siamo convinti, infatti, che per fare bene il proprio lavoro sia necessario avere principi, target di gestione e comportamenti che consentano di determinare la nostra identità”
Ebbene, Le fa merito essersi assunto la responsabilità di aver consentito la pubblicità di un prodotto di Unicredit, venduto e promosso come etico, sul suo portale. Ma quella pubblicità confonde, consapevolmente, l’etica con la beneficenza.
Ovviamente non mi soffermo nel ricordarLe che, in termini quantomeno giuridici, c’è differenza ed anzi completo e obbligatorio distacco, tra Fondazioni bancarie e banche stesse, e quindi c’è quantomeno un errore di fondo nel pensare di promuovere un “interlocutore importante per il sociale come
Non mi soffermo perché nella sostanza io credo che siano la stessa cosa
Le scrivo e mi soffermo invece, con l’urgenza della gravità, del precipizio sempre più vicino, sempre più profondo, sempre più grande, che mi si para davanti e mi si concretizza dentro, quando leggo due passaggi, fondamentali, nella Sua lettera di risposta.
Il Suo punto 2 dice:
“Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.”
Ecco io credo che il punto (il vertice del contendere) stia qui. Le Fondazioni, le Banche, non sono affatto dimentiche nella gratuità. Perseguono giorno e notte una loro strategia multipla che ha un unico scopo quello di autopromuovere la loro attività di perseguimento del massimo profitto. Il resto è accidente.
Potremmo, se lo vorrà, aprire a margine un confronto su questo aspetto. Tra l’altro basterebbe ricordare i pronunciamenti dei Vertici aziendali sulla loro uscita dalla Lista Banche Armate. Come anche Lei ben sa: parola non rispettata.
Il suoi punti 3 e 4, inoltre, sono la resa, l’aspetto che più mi allarma. Lei scrive. “Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento” e ancora “Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono”.
Qui, credo sia evidente, c’è la tragedia che demoralizza e toglie il fiato: la tragedia è che Lei Direttore ha scritto che senza i soldi delle armi non esisterebbe nemmeno Unimondo. Cioè che si possono prendere i soldi da chi si vuole, se servono per “fare del bene”. I soldi per fare informazione, solidarietà, giustizia, si possono prendere anche da chi li fa favorendo il commercio di armamenti? E questo che pensa?
Anzi, forse proprio questa è la domanda a cui Unimondo dovrebbe rispondere. Che siate voi a dircelo chiaramente, perchè siete anche voi che ci avete fatto sognare, sperare, impegnare e adesso avete il dovere di darci delle risposte. Convincenti.
Quale deve essere il grado di autosostenibilità economica ed etica di un’economia solidale che vuole avere pretese generali di ricostruzione del legame sociale e porsi come alternativa alla mercificazione della grande impresa capitalistica?
Infine, l’ultimo Suo punto Direttore, il settimo, dove conclude dicendo: “…Con Unicredit stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione”, ecco io credo si debba saper gestire il conflitto e sapere che la contrapposizione non è un’onta.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio, che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata), ma è etico - con o senza parola - proprio per l’uso alternativo che se ne fa. Per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità (modello Le Piagge), di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare.
Sono sempre più convinto, infatti, e concludo, che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne’ danari ne’ speranze). E allora sì che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste Banche e Fondazioni (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema. La società è piena di stimoli, anche molti negativi, ma se ha un decalogo che regge, non è stupida, fa confronti. D’altra parte la spazzatura è sempre stata nelle strade, ma uno non se la porta a casa. Un saluto di pace, speranza e futuro.