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giovedì, 12 giugno 2008

Il grano alle stelle, maggiordomi cinesi e dieci piccoli indiani

di Monica Di Sisto e Antonio Onorati (da www.faircoop.it/fairwatch.htm)

Abbiamo sentito ripetere in questi mesi che se i prezzi internazionali del grano sono in crescita vertiginosa, e le strade del mondo si riempiono di persone affamate e arrabbiate, questo è colpa di cinesi e indiani che mangiano di più. I più cattivi, però, come al solito sono i cinesi: il loro consumo di carne totale tra maiale, manzo e varia animalità è cresciuto dal 1990 del 142%.

Il bestiame mangia tanti cereali e il disastro, condito con qualche eccesso di entusiasmo sui biocarburanti, è così servito: ben 40 Paesi sono stati scossi negli ultimi mesi da vere e proprie rivolte di gente a stomaco vuoto, e ben 21 di essi si trovano in quell'Africa già tanto martoriata.

Daryll E. Ray, dell'Agricultural Policy Analysis Center dell'Università del Tennessee però non ha creduto ad una ricetta così semplicistica e si è messo a verificare da vicino questo fenomeno, diremmo, gastronomico quanto macabro, dati alla mano. La prima sorpresa deriva dal fatto che se la Cina ha deciso di mangiare più carne, in realtà ne ha prodotta talmente tanta da rimanere saldamente un Paese esportatore netto. Ma c'è di più. Nel 1996 il USDA World Agricultural Outlook Board, la proiezione statunitense più autorevole sui mercati agricoli internazionali, aveva previsto che nel 2005, proprio per la crescita demografica e dei redditi incessante, la Cina sarebbe diventata un'importatrice netta di grano, con un flusso in entrata di almeno 10,7 milioni di tonnellate provenienti in gran parte dagli Stati Uniti stessi. La Cina, in realtà, con un gioco sapiente di produzione, di protezione del mercato interno alla faccia delle richieste di maggiore liberalizzazione che le rivolge incessantemente l'Organizzazione Mondiale del Commercio, e di un buon utilizzo del meccanismo dello stoccaggio, non ha avuto bisogno di guardarsi intorno: nel 2005, infatti, risultava essere ancora un esportatore netto di grano, con ben 15,2 milioni di tonnellate in viaggio intorno al mondo. Dunque se il mondo soffre la fame, e se quegli 850 milioni di persone che nel mondo la patiscono probabilmente aumenteranno nei prossimi anni, non è proprio colpa dei cinesi. Che cosa sta succedendo allora?

Se i prezzi agricoli crescono, perché i più affamati sono proprio i contadini?

Un paradosso vuole che circa tre quarti di quel miliardo e duecento milioni di persone che vivono in estrema povertà abitino in aree rurali, cioè a diretto contatto con quella terra che potrebbe e dovrebbe dar loro da mangiare a sufficienza, oltre che un reddito. Per di più l'agricoltura è stato un settore sempre più trascurato dagli investimenti pubblici: se tra il 1980 e il 2007 i Paesi industrializzati (OECD) hanno aumentato i propri aiuti allo sviluppo da 20 miliardi di dollari a 100 miliardi, negli stessi anni i fondi destinati a sostenere l'agricoltura sono scesi da 17 a 3 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali, secondo Via Campesina, non sono andati ai contadini.

Fino ad oggi abbiamo creduto che fossero i prezzi dei prodotti agricoli cronicamente bassi a costituire il principale ostacolo per la promozione economica e sociale dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. La verità è che i prezzi più alti che noi stiamo pagando non si traducono in maggiori guadagni per contadini e allevatori, ma vengono assorbiti dai trasporti, dall'industria agroalimentare e dalla grande distribuzione. Sempre secondo Coldiretti, infatti, dei circa 467 euro al mese che ogni famiglia destina in media per gli acquisti di alimenti e bevande, oltre la metà, per un valore di ben 238 euro, va al commercio e ai servizi, 140 (un 30%) all'industria alimentare e solo 89 (il 19%) alle imprese agricole. Anche la National Farmers Union statunitense è comparsa in audizione il primo maggio scorso davanti alla Commissione economica congiunta del Congresso a Washington e ha denunciato che, secondo i dati forniti dallo stesso ministero dell'Agricoltura, gli agricoltori e gli allevatori ricevono solo 20 centesimi di ogni dollaro che i consumatori spendono per l'alimentazione in casa e fuori casa. Il marketing, la trasformazione, la distribuzione e i servizi di vendita assorbono gli altri 80 centesimi.

Chi scommette sul cibo vince sempre

In questa partita stanno giocando sporco altri concorrenti che con la produzione agricola non hanno niente a che vedere: gli speculatori. Il mercato internazionale dei prodotti agricoli, infatti, riguarda solo il 10% della produzione globale. I contratti con cui si commercia questa parte limitata della produzione agricola che va sul mercato globale hanno, per la natura stessa degli approvvigionamenti, scadenze "future": fino a 18 mesi e oltre. I prodotti finanziari che consentono di investire nelle materie prime agricole (o commodities), e che determinano i loro prezzi internazionali, si chiamano per questo "futures" e sono "contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa". Chi ha disponibilità di capitale li può acquistare, e molti vi si sono rifugiati dopo la crisi dei prodotti finanziari legati ai mutui. I fondi di investimento, ad esempio, controllano il 50-60% del commercio del grano nei più grandi mercati internazionali di commodities. Un'agenzia calcola che l'ammontare del denaro investito in futures di commodities  è esploso dai 5 miliardi di dollari stimati nel 2000 ai 175 miliardi di dollari del 2007.

La maggior parte di questi titoli viene negoziata alla borsa di Chicago (Chicago Stock Exchange - CHX), che ha visto aumentare di un quarto dall'inizio dell'anno le attività nel settore agricolo. Secondo i dati CHX, i futures del grano (calcolati al prossimo dicembre) dovrebbero crescere del 73%, quelli legati alla soia del 52 e quelli dell'olio di soia del 44. Essi si possono negoziare senza spostare un chicco di grano, e si può contemporaneamente variarne la quotazione soltanto grazie alla capacità di acquistarne tanti scommettendo sui guadagni futuri e provocando, con questa sola mossa, l'aumento del loro valore. E' per questo che l'aumento della produzione di cereali, che è pure prevista dalla FAO nel suo ultimo rapporto di previsione sull'annata agricola in corso, non ha alcun impatto sui loro valori.

Qualcosa non va anche nel mercato globale

Non sono solo le speculazioni che rendono così instabile il mercato agricolo, ma anche la sua struttura e il suo carattere estremamente concentrato. I pochi, grandi operatori commerciali internazionali, ad esempio, hanno ritirato dal mercato degli stock per stimolare la crescita dei prezzi e rivenderli al meglio. In Indonesia, per citare solo un caso, la branca nazionale della Cargill al gennaio 2008 stoccava 13mila tonnellate di soia nei suoi silos di Surabaya, in attesa che il suo prezzo raggiungesse livelli record.

Alcuni gruppi transnazionali possono fare questo e altro, perché detengono il monopolio del mercato: il 60% dei terminal per il trasporto di granaglie negli USA, ad esempio, è di proprietà di quattro società: Cargill, Cenex Harvest, ADM e General Mills. Sono questi giganti, che assommano in sé, in un'integrazione verticale serratissima, i semi, gli inputs, le piantagioni, la produzione, la trasformazione, la distribuzione e anche un rilevante potere finanziario, alcuni tra i principali vincitori di questa partita.

Anche le compagnie dei semi e dell'agrochimica stanno andando più che bene. Monsanto, il primo gruppo mondiale nel commercio dei semi, ha riportato un 44% di aumento dei guadagni nel 2007. DuPont, il secondo in classifica, ha dichiarato che i suoi profitti sono aumentati del 22%, mentre Syngenta, che guida il mercato dei pesticidi ma è terzo tra i colossi dei semi, ha visto le sue entrate crescere del 28% nel solo primo quadrimestre del 2008. Procedendo nella filiera verifichiamo che anche i grandi trasformatori alimentari, alcuni dei quali sono anche grandi traders, stanno incassando parecchio. Nestlé, ad esempio, ha aumentato le sue vendite globali del 7%. Anche per i supermercati la crisi alimentare non sembra portare guai ma un grande business. La catena inglese Tesco ha registrato un aumento nei guadagni del 12,3% in più rispetto allo scorso anno, un rialzo record. La francese Carrefour e la statunitense Wal-mart hanno affermato che le vendite di alimentari sono la voce principale che ha incrementato il loro aumento di fatturato. E' chiaro che qualcosa non va come dovrebbe, e che le politiche agricole devono cambiare, a partire da quella europea.

20 anni di politiche sbagliate

Forse il colpevole della crisi attuale, dunque, non era proprio il maggiordomo cinese come nel più scontato dei gialli. Sono stati i ben 20 anni di politiche di aggiustamento strutturale promosse nei Paesi del Sud ed in particolare in Africa da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale - che, in cambio di crediti d'aiuto, hanno chiesto ai propri beneficiari la riduzione del supporto e del finanziamento pubblico all'agricoltura, ma anche quella liberalizzazione del settore agricolo e dei mercati - che hanno portato i paesi del Sud (in particolare africani) a diventare da esportatori netti ad importatori netti di alimenti. Ma si è anche consolidata, nello stesso periodo, una politica europea incentrata sul modello industriale con vocazione esportatrice che ha favorito un tipo di produzione intensivo e insostenibile, oltre alla possibilità dei nostri prodotti di concorrere slealmente nel mercato internazionale creando il fenomeno del dumping.

Sono questi i modelli di intervento che hanno caratterizzato, a tutte le latitudini, gli orientamenti prevalenti delle istituzioni e degli attori economici in ambito agricolo. Schemi e automatismi che, come dimostra la crisi alimentare di oggi, non funzionano. Tuttavia anche oggi alcune grandi istituzioni propongono come soluzioni una maggior liberalizzazione anche grazie alla chiusura del ciclo dei negoziati commerciali lanciati a Doha nel 2001 dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Noi, invece, chiediamo un cambiamento netto di rotta a cominciare da politiche agricole forti, che tutelino l'agricoltura sostenibile e i mercati interni, in Europa come in Africa.

Che cosa possiamo fare per invertire la rotta?   

* Partecipare alla Campagna Terre Contadine-ItaliAfrica, firmando e diffondendo il Manifesto e partecipando alle attività previste. La campagna è promossa - in Africa - dalla Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli dell'Africa occidentale (ROPPA) che, dal 2000, unisce le piattaforme nazionali presenti nei dodici paesi della Regione e rappresenta oltre 50 milioni di contadini (costituendo la più grande federazione contadina dell'Africa). In Italia è sostenuta da alcune ONG (Terra Nuova e Crocevia che coordinano la campagna, e poi AUCS, CIPSI, CISV, COSPE, LVIA), organizzazioni agricole (Coldiretti, Aiab, Ari), associazioni ambientaliste e del commercio equo come [fair]. Questa iniziativa si inquadra nel programma di lavoro della Campagna per la Sovranità Alimentare.

(http://www.europafrica.info/italiano/home_ita.htm)   

* Gli organismi internazionali che si interessano di alimentazione (FAO) e di commercio (WTO, UNCTAD e IFAD), il Governo nazionale ma ancor di più gli Assessori alle Politiche agricole delle nostre Regioni, possono fare moltissimo per sviluppare la produzione del territorio in modo più sostenibile. Dobbiamo seguire attivamente le loro decisioni anche entrando in contatto con i nodi della Campagna Terre Contadine-ItaliAfrica, attraverso il sito http://www.europafrica.info/.    

* Possiamo cambiare la spesa. Comprare e mangiare frutta e verdura di stagione preferibilmente dai mercati di prossimità, acquistare prodotti locali, che hanno fatto meno strada. Coldiretti, che promuove una serie di iniziative per consumi alimentari a "chilometri zero", in casa come in trattoria, ha redatto un decalogo per ridurre l'impatto di ciò che mangiamo che si trova all'indirizzo

http://www.coldiretti.it/docindex/cncd/informazioni/299_08.htm. Scopri tutto anche sul mondo del biologico sull sito dell'Associazione italiana di categoria AIAB: http://www.aiab.info/   

* Possiamo partecipare alla costruzione di un sistema diverso di distribuzione, dando vita o aggregandoci ad un Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) Trovare quello più vicino a casa è facile: http://www.retegas.org/. C'è una mappa dei mercati direttamente promossi dai produttori (o farmer markets) all'indirizzo internet http://www.mercatidelcontadino.it/   

* Per i prodotti che arrivano da lontano, come il caffè, il tè, la cioccolata, ma anche magliette e tessuti di cotone, si possono preferire quelli biologici, quelli che arrivano da progetti di sviluppo rurale e locale e quelli del commercio equo e solidale. Informati visitando il sito dell'organizzazione di categoria http://www.agices.org/ , e il sito di [fair], che è partner della campagna http://www.faircoop.it/.

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mercoledì, 11 giugno 2008

Democrazia e mercato. Qualche perla dal Festival dell’economia di Trento

Riportiamo di seguito un ampio resoconto dell’interessante intervento di Luciano Gallino al Festival dell’Economia di Trento, seguito da alcuni estratti di altri significativi interventi e dibattiti. Per inciso, il Festival di Trento è un evento che attira una quantità incredibile di gente, su temi che non credevo suscitassero tanto interesse. Per capirci, capita raramente la domenica pomeriggio di vedere 120 persone in religioso ascolto di un docente americano che parla dei diritti di voto nelle imprese.

Globalizzazione e sfruttamento. L’analisi lucida di Luciano Gallino, docente di sociologia del lavoro

In Italia ci sono oggi 4-5 miloni di lavoratori cosiddetti “flessibili” con contratto regolare a scadenza, talvolta nemmeno a tempo pieno. Il termine di tali contratti è variabile, parliamo di giorni, settimane, mesi e talvolta anni,  e la retribuzione media mensile è di circa 800 euro. nei primi mesi del 2008 il 70% delle nuove assunzioni è a scadenza e solo il 15% a tempo indeterminato. Poici sono altri 5 milioni di lavoratori con contratto irregolare, di cui 2 milioni a tempo pieno, revocabile in qualunque momento. I passaggi tra questi due bacini sono facili. Dal 2003 al 2006 sono stati regolarizzati circa 850.000 lavoratori. Va detto che la moltiplicazione dei livelli di subappalto (meccanismo diffuso tra le aziende, che affidano alcune lavorazioni a scietà esterne, ndr)ha aumentato il lavoro irregolare, che alla fine tiene in iedi anche quello regolare.

Tutto questo trae origine dalla ristrutturazione globale del processo produttivo partito negli anni ’80, agevolata dal progresso tecnologico: le imprese vanno a produrre nei paesi dove il costo del lavoro è minimo e i diritti scarsi. Negli nni ’90 gli investimenti diretti all’estero sono confluiti per il 60% verso Cina e India, nazione quest’ultima che attira una quantità crescente di capitali. Molto meno della metà della produzione viene venduta all’interno del paese di produzione, tutto il resto viene esportato nei paesi dove le aziende hanno sede, cioè in maggioranza Usa ed Unione Europea. In Cina i lavoratori ricevono circa 50 centesimi di dollaro all’ora, senza contributi, e questo consente di vendere i prodotti a basso prezzo. Oggi mezzo miliardo di lavoratori occidentali, che ancora godono di tutele, subiscono la concorrenza di 1 miliardi di lavoratori non tutelati, che esercitano una pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro. Si tratta di un fenomeno senza precedenti. Aggiungo che il lavoro salariato non è mai stato così diffuso come oggi. Su tre miliardi di lavoratori, circa 1,3 miliardi non è in gradi di mantenere la famiglia.

La globalizzazione ha consentito al capitale di liberarsi dalle restrizioni introdotte dal movimento dei lavoratori e dagli stati. Non dimentichiamo infatti che la sfida non viene propriamente dalla Cina, ma soprattutto dalle imprese occidentali che vanno là a produrre. La sfida quindi si gioca sulla politica del lavoro. Dal 1994 al 2004 l’export è triplicato, prveniente per il 65% da nostre imprese.

Sarà da vedere nei prossimi anni se l’incontro tra le due categorie di lavoratori – garantiti e non garantiti – avverrà verso l’alto o verso il basso. Le multinazionali spingono perché il punto di incontro avvenga a metà o verso il basso.

L’intervento delle istituzioni internazionali finora è stato piuttosto inefficace. L’Ocse ha emanato delle linee guida per le multinazionali (nel 2000 l’ultima versione), a cui si aggiunge anche l’ottimo documento dell’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) del 1976, composto da 26 articoli regolarmente disattesi dalla imprese. Il problema di fondo è che non sono previste sanzioni e nemmeno richiami.

Nel 2006 la Cina ha tentato di approvare nuovi requisiti per i contratti di lavoro, alzando alzando il salario minimo orario a 75 centesimi di dollaro, aumentando le tutele pubbliche, introducendo indennità di licenziamento e forme di negoziazione delle condizioni di lavoro in fabbrica. Ebbene, le Camere di Commercio Usa e Ue hanno fatto pressione sul governo cinese per ridurre tali requisiti, minacciando di portare le loro produzioni altrove. Il risultato fu che la versione definitiva delle legge, nel 2007, è risultata molto annacquata rispetto al testo originario, peraltro con scarse possibilità di applicazione. La cosa interessante è che lo stesso parlamento americano espresse indignazione, invitanto la Cina a non sottostare alla pressioni delle imprese.

Il fatto è che la democraziona ha lasciato andare il mercato troppo oltre e ora occorre una nuova regolamentazione dell’economia e del capitale finanziario. E’ possibile una politica globale del lavoro, utilizzando tutti gli strumenti internazionali a disposizione. Gli Usa ad esempio hanno una legge che risale addirittura al 1789 che autorizza chiunque nel mondo a rivolgersi a tribunali americani contro i danni subiti da imprese Usa. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito a un progressivo spostamento delle risorse: l’8% del Pil è passato dal lavoro dipendente e dal piccolo e medio lavoro autonomo ai profitti e alle rendite, appannaggio del 5-10% della popolazione.

La finanziarizzazione dell’economia? Ha inciso moltissimo sui processi descritti e a breve uscirà un mio libro sull’argomento. Gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensione, ecc) possiedono più del 50% dell’economia mondiale. Questi investitori fanno il loro lavoro, ossia massimizzare i rendimenti, almeno al 15%, ma così si comportano in modo irresponsabile, spingendo le imprese a sfruttare la manodopera. Dovremmo tornare alla vecchia separazione tra banche di deposito e banhe di investimento.

 

L’autocritica di Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera

Noi giornalisti diamo alle notizie il rielevo che meritano? Qui fuori ci sono gli operai della Sogefi (società che fa capo a De Benedetti, ndr) che protestano per non essere licenziati. A fianco c’è un piccolo gruppo del partito di di Di Pietro che fa volantinaggio contro la legge “salva Rete 4”. Quale dei due eventi è più importante. Sicuramente il primo, eppure ciò che interessa alla stampa è il secondo. Poi a un certo punto scopriamo che le liberalizzazioni non vanno avanti o che il mercato finanziario non è quel paradiso che pensavamo. C’è un diffuso conformismo culturale nelle redazioni.

Il problema oggi non è se riusciamo a togliere Rete 4 o salvare Rai 3, ma stabilire i confini tra servizio pubblico e privato. Personalmente farei una separazione netta tra i due: la parte pubblica deve essere alimentata dal canone e non deve avere problemi di odiens, deve fare inchieste e giornalismo investigativo che a volte noi non facciamo.

A mio avviso il giornalismo è anche un’impresa che deve afare utili, è proprio per rendersi indipendente da altri poteri. Il fatto è che la carta stampata sta vivendo una continua riduzione dei margini che porta a tagliara continuamente i costi, ma così si peggiora la qualità. Le cifre che riportiamo sul giornale vengono dagli uffici studi delle banche, che sono le stesse che poi vendono i titoli.

 

Più concessioni a Benetton. Qualcuno ne ha parlato?

Lo rivela Bruno Tabacci, deputato dell’Udc. “Il Parlamento ha votato recentemente una legge che allarga le concessioni autostradali: un regalo in cambio dell’impegno di Benetton in Alitalia. A parte la Stampa nessun giornale ne ha parlato: un caso?”


I fondi speculativi contro lo sviluppo delle imprese. Gustavo Ghidini, docente di diritto industriale all'Università Luiss Guidi Carli

L’azione dei fondi speculativi è contraria alla sviluppo a lungo termine delle imprese, che vengono scoraggiate ad investire in ricerca, sviluppo e innovazione. Questi fondi sono come locuste, agiscono unicamente nel breve termine. La Responsabilità sociale delle imprese? Basterebbe che le aziende facessero bene il loro lavoro, come fece un tempo Olivetti. Ci sono imprese che presentano bilanci sociali e poi fanno le cose peggiori verso gli utenti e i consumatori.

Luciano Gallino: Gli illeciti finanziari? Ci sono cause strutturali

Per gli illeciti finanziari a mio avviso ci sono cause strutturali. C’è un peso crescente degli investitori istituzionali, che esercitano enormi pressioni per ottenere rendimenti del 15% sul capitale investito e questo spinge le imprese nei quali vengono effettuati gli investimenti a manipolare i bilanci, a massimizzare i profitti a detrimento delle condizioni di lavoro, del risputo dell’ambiente e di produzioni etiche. Gli investitori dicono all’impresa: datemi il 15%, poi fate ciò che volete, producete quello che volete e come volete.

 

Franzo Grande Stevens, presidente della Compagnia di Sanpaolo, contro la finanziarizzazione dell’economia (e se lo dice lui..)

Assistiamo a una finanziarizzazione anomala dell’economia. La finanza non sostiene più l’economia ma specula sulle aziende cercando di trarne il massimo profitto. Le banche inoltre fanno accordi con le società di rating perché diano giudizi positivi sui loro titoli.

 

I ricchi stanno distruggendo il pianeta? Confronto tra Kempf e Cipolletta:

Hervè Kempf, giornalista di Le Monde, è autore di un libro dal titolo eloquente: “Perché i super-ricchi stanno distruggendo il pianeta”. A fargli da contraltare Innocenzo Cipolletta, presidente di Ferrovie dello Stato e in passatto direttore generale di Confindustria: un uomo dell’oligarchia descritta da Kempf, come lui stesso si è definito.

 

Kempf. Siamo sull’orlo di un precipizio e non sono io a dirlo, ma migliaia di scienziati in tutto il mondo. C’è una crisi ecologica senza precedenti e di portata globale, nella quale spicca la crisi del clima e della biodiversità, senza contare la contaminazione chimica. Inoltre stiamo registrando la sesta crisi di estinzione delle specie: la quinta è avvenuta 65 milioni di anni fa con la scomparsa dei dinosauri. E’ come una grande barca che sta andando dritta contro un iceberg, abbiamo al massimo 20 anni per cambiare direzione. In questi periodo inoltre assistiamo a una pesante crisi agricola, dovuta anche a fenomeni climatici, su cui ha inciso la forte siccità in Australia e le recenti bufere in Cina, di cui nessuno parla. Il petrolio d’altro canto è vicino al picco di produzione.

 

Cipolletta. E’ con un certo imbarazzo che partecipo a questa presentazione. Io faccio parte dell’oligarchia descritta da Kempf e sono un sostenitore della crescita ad ogni costo. Anche i poveri infatti hanno diritto di crescere al nostro livello e non occorre che noi riduciano i nostri standard di vita. C’è posto per tutti. Ma in Italia c’è una tendenza a chiudersi rispetto al mondo, ridurre i redditi dei ricchi e controllare la crescita.

Quando ci furono le due crisi petrolifere negli anni 70 si pensava alla fine del mondo, poi la tecnologia ha ridotto il consumo di energia e di materie prime per unità di prodotto. Oggi con il petrolio a quota 130 dollari saremo più incentivati a investire in tecnologia e a smaterializzare ulteriormente la produzione.

 

Kempf. Non sono contro la crescita, ma contro l’irresponsabilità. Ma è evidente che la crescita a tutti i costi non può funzionare. La crescita non misura la felicità, ha un forte impatto ecologico e ha dimostrato di non ridurre la disoccupazione. La nostra economia comunque sta aumentando i consumi e l’uso di materie prime, oltre ai rifiuti e ai gas serra: non si puà crescere senza consumare materie prime. Dobbiamo andare verso un sistema attento alle necessità umane e non a quelle dei ricchi. 40.000 euro spese per una Mercedes servirebbero a dare istruzione nei sobborghi di una città: l’impatto sul Pil sarebbe lo stesso ma l’effetto sociale di gran lunga maggiore, e senza pesare sull’ambiente.

 

Cipolletta. Quando tutti i cinesi avranno un’auto avremo un livello tecnologico maggiore e le auto saranno meno inquinanti. Consumare meno energia? Ma come? Vedo due strade: attraverso una dittatura “francescana” che lo impone o attraverso un sistema libero che utilizza meccanismi democratici: leggi, leva fiscale, ricerca. Non dobbiamo avere paura dei problemi, che ci saranno sempre.

 

Kempf. In India c’è già un problema energetico e di risorse idriche, che peggiorerà. Poi c’è il tema della disuguaglianza, che dagli anni ’80 è aumentata fortemente.

 

Sull’osservazione di Cipolletta ci permettiamo di aggiungere che quella della tecnologia è una finta soluzione. E’ vero che è aumentata l’efficienza e c’è un minore consumo di energia per unità prodotta, ma negli ultimi 20 anni le emissioni complessive di C02 sono aumentate visibilmente, soprattutto negli Usa,. Questo è avvenuto per due motivi: l’aumento dei consumi e quello che gli esperti chiamano “effetto rimbalzo”. Quest’ultimo è dovuto all’aumento della complessità sociale, come ha spiegato bene Mauro Bonaiuti in Obbiettivo decrescita. Un esempio: una fabbrica cinese consuma certamente più energia per unità di prodotto rispetto a una società di software europea, ma il costo ambientale per formare e mantenere un ingegnere esperto in software è di gran lunga superiore a quella di un operaio indiano (università, strade, trasporti, divertimenti, tempo libero, servizi, ecc.). Quanto alle auto cinesi, precisiamo che metà dell’impatto ambientale di un’autompbile è nella produzione e smaltimento dell’auto stessa e i cinesi ne avranno una molto presto, sicuramente prima che la tecnologia avrà risolto il problema del consumo.

Postato da: robycuda a 11:47 | link | commenti
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martedì, 27 maggio 2008

Terra Futura: dal Pil alla decrescita per sviluppo e benessere

"Bisogna smettere di conferire al Pil (Prodotto interno lordo) valenze che non gli appartengono: si tratta di un indicatore nato per misurare la produzione e l’efficienza di mercato. Esistono altri indicatori per misurare il benessere e la qualità della vita: usiamoli!". E' la dura critica che il presidente dell'Istat Luigi Biggeri ha rivolto oggi a economisti, sociologi e politici nell'ambito del convegno "Liberiamoci dal PIL" articolatosi lungo l’intera giornata di oggi a Terra Futura 2008, la mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale in corso alla Fortezza da Basso (Firenze) da ieri sino a domenica 25 maggio. "Ci sono numerosissimi indici proprio perché molti sono gli aspetti che si vogliono misurare. In più, Paesi diversi si sentono rappresentati da indicatori diversi, a iniziare da quelli in via di sviluppo: anche a livello internazionale noi statistici ci scontriamo contro muri e ostacoli, ed è questa oggi la sfida: arrivare ad indicatori condivisi, in cui la gente si riconosca" - ha continuato il presidente dell'Istat.

"Mercoledì prossimo presenterò come tutti gli anni la “Relazione sulla situazione economica del Paese” alla Camera dei Deputati – ha annunciato Biggeri – dove ripeterò quello che ho detto altre volte. Nel corso delle diverse legislazioni ho già richiamato all’attenzione dei Governi la povertà relativa: se ne è discusso un po’ e poi il silenzio. Ho portato all’attenzione i “jobless”, perché ci sono quasi 700 mila famiglie in Italia senza nessun occupato; ho portato all’attenzione il problema della casa per i giovani, che se vanno in affitto pagano anche 700 euro in media al mese. Mercoledì prossimo evidenzierò ancora una volta il problema dell’emigrazione: dall’analisi dei dati individuali su coloro che hanno chiesto il permesso di soggiorno, risulta che è molto alta la percentuale di quanti si sono ormai stabilizzati in Italia, con la famiglia, con il lavoro. I dati cioè dimostrano che se la società prende in considerazione azioni che possono servire per migliorare la situazione dei poveri e di chi si trova in situazioni di disagio, può rendere la nostra vita migliore. E io spero che questo avvenga anche con il contributo della statistica" - ha concluso Biggeri.

Sul bisogno di un sistema coerente di misurazione sono ritornati anche Mani Tese e la Coalizione Italiana Social Watch - organizzatori del convegno -, secondo i quali il ritardo dei Paesi (Italia in primis) nel raggiungimento degli Obiettivi della Campagna del Millennio dell’ONU dipende fra le altre cose dal fatto che non sappiamo misurare bene il benessere, che ogni Paese lo identifica in maniera diversa, e che tale valutazione dipende anche da chi la fa: economisti, statisti, sociologi. "Il rallentamento rispetto agli obiettivi osservato dall’Onu nel 2005 conferma quanto abbiamo sempre sostenuto - precisa Mariarosa Cutillo di Mani Tese/Social Watch - cioè che si deve riservare più attenzione ai diritti umani e alle politiche sociali, e questo riporta alla necessità di adottare gli indicatori che proponiamo ormai da anni".

Il Pil, inoltre, non fornisce alcuna indicazione rispetto alla distribuzione interna del reddito: questo l’aspetto sottolineato da Sabina Siniscalchi della Fondazione Culturale Responsabilità Etica. "Si sta ampliando il gap fra ricchissimi e poverissimi in Italia, con il quinto più abbiente del Paese che detiene il 39,1% della ricchezza, e il quinto più povero il 7,8%. Una situazione che, accanto alla riflessione sulla scarsità delle risorse, ci impone anche di continuare a fare pressione sulle istituzioni politiche per una più equa redistribuzione delle stesse".

Una parzialità, quella del Pil, che diviene evidente quando si usano altri indici di sviluppo, e allora le mappe del benessere dei Paesi vanno riscritte in maniera drastica: lo dimostra ad esempio il Quars (indice di qualità regionale dello sviluppo) elaborato da Lunaria, uno dei principali promotori della Campagna “Sbilanciamoci”. "Il Quars – spiega Tommaso Rondinella di Lunaria - valuta lo sviluppo di un territorio su misuratori altri: partecipazione democratica, salute, istruzione, educazione, qualità dell’occupazione e non più solo tasso di impiego, partecipazione democratica".

Secondo Maurizio Pallante del Movimento Decrescita Felice, l’idea di sviluppo passa anche attraverso il concetto di decrescita economica quale chiave della felicità e si realizza innanzitutto con «tecnologie che accrescano l’efficienza delle risorse diminuendo l’uso di materie prime, dunque efficienza energetica, riduzione dei rifiuti, coibentazione degli edifici. La seconda area di azione – prosegue - riguarda gli stili di vita, dunque le scelte di sobrietà, autoproduzione e riduzione degli scambi commerciali a parità dei servizi. Infine, fondamentale è il ruolo del governo locale, che deve agire attraverso delibere e atti dei consigli comunali, piani regolatori e energetici, ristrutturazione di edifici pubblici, regolamenti urbanistici".

Tutti d’accordo quindi che il Pil sia stato usato indebitamente, tanto da diventare l’indicatore di riferimento che è oggi. Un problema dai contorni culturali, che chiama in causa la coscienza della società, cui spetta l’attività di pressione sulle istituzioni affinché si riapproprino di una capacità di analisi che vada oltre il Pil come unica misura di sviluppo e crescita complessiva dei Paesi. Al convegno di oggi, inoltre, presenti anche Victoria Johnson di NEF/Happy planet index, Roberto Lorusso della Campagna “DePILiamoci”, Stefano Bartolini dell’Università di Siena, Leonardo Becchetti dell’Università di Tor Vergata/Presidente Comitato etico di Banca Etica, Nello De Padova del Movimento Decrescita Felice. (Unimondo)

Postato da: robycuda a 09:23 | link | commenti
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lunedì, 19 maggio 2008

I mercati finanziari? Un mostro. Parola di Horst Kohler

“I mercati finanziari si sono sviluppati a tal punto da diventare dei mostri che ora devono assere domati”. Lo ha detto il presidente della repubblica tedesca, il democristiano Horst Kohler, in un’interviata a Stern. E ha aggiunto: “l’eccessiva complessità dei prodotti finanziari e la possibilità di organizzare con pochissimo denaro delle operazioni basate sulla leva finanziaria hanno permesso al mostro di crescere (…). Il settore finanziario non ha quasi più contatti con l’economia reale”. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 15/05/2008)

Postato da: robycuda a 09:45 | link | commenti
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mercoledì, 07 maggio 2008

Globalizzazione addio, il mondo torna al protezionismo

Riportiamo di seguito l’ottimo articolo di Federico Rampini apparso su Repubblica del 30 aprile scorso.

di Federico Rampini

La tendenza è così netta da mettere in allarme The Wall Street Journal, la Bibbia quotidiana del capitalismo americano. «Il mondo non è più piatto», sentenzia il quotidiano rovesciando il titolo del celebre saggio di Thomas Friedman. (Lo stesso Wall Street Journal è una vittima del riflusso: comprato l’anno scorso da Rupert Murdoch che si appresta a liquidarne il gruppo dirigente, il giornale finisce nella pancia di un semi-monopolio, anche nell’informazione Usa la concorrenza si riduce).

Dall’Ohio alla Pennsylvania e ora in vista del'Indiana, i due candidati democratici alle presidenziali hanno capito che nell'America dei colletti blu travolti dalla recessione i voti si conquistano attaccando il made in China e il Nafta: quell'accordo di libero scambio con Canada e Messico firmato da Bill Clinton, che segnò una tappa cruciale della globalizzazione.

L'Inghilterra, patria storica del liberismo, ha nazionalizzato la banca Northern Rock travolta dalla crisi dei mutui: era dai tempi di Harold Wilson negli anni Sessanta che il Labor Party non osava tanto. George Bush e il suo banchiere centrale Ben Bernanke non sono da meno. Insensibili a milioni di sfratti e pignoramenti di case delle famiglie meno abbienti, i repubblicani sono scattati in aiuto di Wall Street quando l’Sos è arrivato dai banchieri. La Bear Stearns evita il fallimento finendo nelle braccia della J.P. Morgan: in realtà anche quello è un salvataggio di Stato, interamente garantito con risorse pubbliche e cioè i fondi della Federal Reserve. Un vero spartiacque, un evento senza precedenti, perché dal 1929 l'America ha una rete di salvataggio riservata alle banche – studiata per proteggere i piccoli risparmiatori – ma la Bear Steerns è una "brokerage house" altamente speculativa, i cui clienti sono altre istituzioni finanziarie o grandi patrimoni. Di fronte ai cattivi esempi che vengono dalle roccaforti storiche del capitalismo, le potenze emergenti si adeguano. La Cina approfitta della crisi mondiale dei mutui per infiltrare il suo capitalismo di Stato nel cuore di Wall Street, Londra e Zurigo: a colpi d'investimenti miliardari entra nei consigli d’amministrazione delle banche occidentali la China Investment Corporation, "fondo sovrano" posseduto dalla banca centrale di Pechino (1.700 miliardi di dollari di riserve valutarie). In casa sua il governo cinese manipola apertamente le quotazioni della Borsa di Shanghai, per impedire che cada prima delle Olimpiadi. L'India, altro protagonista influente dell’economia globale, frena la sua apertura ai mercati in un settore cruciale, vietando ai suoi agricoltori di esportare riso. Perfino le elezioni italiane si possono inserire in questa tendenza.

La paura dell'immigrazione – che già ebbe un ruolo nel no francese alla Costituzione europea del 2005 – ha favorito la Lega e Alemanno; Tremonti cavalca il protezionismo; Berlusconi blocca Air France a costo di scaricare di nuovo un'Alitalia decotta sul contribuente italiano.

La destra italiana non ha mai creduto seriamente al mercato, adesso trova un alibi e una sponda nella revisione ideologica che serpeggia da Washington a Londra a Pechino. Segno dei tempi, la "liberal" Cnn ha dato in appalto una fascia oraria all'anchorman Lou Dobbs per una crociata contro l'immigrazione. Anche ai vertici delle grandi istituzioni internazionali – gli arbitri della globalizzazione – il mutamento degli equilibri è evidente. Dalla Banca mondiale ha dovuto dimettersi il neoconservatore Wolfowitz, scivolato su uno scandalo sessuale ma soprattutto isolato nel suo iperliberismo. Al Fondo monetario internazionale è arrivato un socialista francese, Dominique Strauss Kahn, che predica aumenti di spesa pubblica per contrastare la recessione.

 

Le cause di questa inversione di tendenza sono molteplici. La più ovvia è che la globalizzazione si è spinta molto avanti e prima o poi una battuta d’arresto era prevedibile. Il ciclo vittorioso del neoliberismo si può far risalire molto indietro. A metà degli anni Settanta avvengono le prime innovazioni della deregulation finanziaria; nel 1979-80 le privatizzazioni di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nel 1989 cade il Muro di Berlino e s'impone il "pensiero unico", il modello vincente è il mix fra liberaldemocrazia e capitalismo. Due anni dopo l’India esce da una lunga esperienza di socialismo protezionista e vara le liberalizzazioni che la lanciano verso lo sviluppo. Nel 1995 sulle ceneri del Gatt nasce il Wto (l’organizzazione del commercio mondiale) e accelera l’abolizione delle barriere agli scambi. Nello stesso periodo l’Europa costruisce il suo mercato unico e ne prepara il coronamento finale con l'euro.

Le crisi finanziarie che alla fine degli anni 90 scoppiano in America latina, nel sud-est asiatico, in Russia, danno all’Occidente un potere d’influenza smisurato: i governi in bancarotta sono costretti ad accettare i diktat del Fmi, il "pensiero unico" impone le ricette ai paesi emergenti. Il culmine è il 2001, quando la Cina fa il suo ingresso nel Wto: la nazione più popolosa del mondo, che sotto Mao Zedong fu il teatro dell’esperimento più radicale di comunismo, irrompe nell’arena del capitalismo globale.

Il 2001 è l'anno di tutte le contraddizioni, contiene già i segnali del riflusso attuale. L’11 settembre impone all’America la sicurezza come priorità assoluta: ne soffriranno certe aperture all'immigrazione, e la fiducia nel multilateralismo. L’ingresso della Repubblica Popolare nel Wto è una bomba a scoppio ritardato. Col passare degli anni mette in difficoltà industrie tradizionali e fasce di classe operaia in Occidente. L’invasione del made in China apre in casa nostra i varchi alla demagogia populista, che promette un futuro migliore se solo si fermano le lancette della storia, e si erige attorno ai nostri paesi una Grande Muraglia anti-cinese. Stati Uniti e Unione europea avevano spinto sull’acceleratore della globalizzazione quando erano convinti di ricavarane i maggiori benefici. Le sorprese sono clamorose e innescano i ripensamenti. In seno al Wto europei e americani scoprono di non essere più i padroni del gioco. Si forma un'alleanza dell'emisfero Sud del pianeta, capitanata da India e Brasile, che mette sotto accusa le politiche agricole di Washington e Bruxelles e pretende accesso ai mercati ricchi. I paesi emergenti rimettono in discussione le regole quando le giudicano inique, e trovano alleati nel movimento alter-global o nelle ong umanitarie: è il caso dei brevetti sui medicinali, dove India Brasile e Thailandia sfidano la lobby dell’industria farmaceutica e sfornano prodotti "generici" a una frazione dei prezzi occidentali.

L'emergere di Cindia come il nuovo baricentro dell’economia globale ha un altro effetto choc che si riverbera a ondate progressive in tutto il pianeta: esplodono i consumi di energia e di alimenti, scatenando l’inflazione di tutte le materie prime, dal petrolio al gas, dai metalli al legname, dal riso ai cereali. Nel settore energetico la penuria e l’impennata secolare dei prezzi sconvolge i rapporti di forza. Nei paesi produttori torna a imporsi di prepotenza il ruolo dello Stato: dal Venezuela alla Russia è una catena di ri-nazionalizzazioni. Si ridimensiona il potere dei petrolieri occidentali: la Shell calcola che l’80% delle riserve petrolifere mondiali sono controllate da enti pubblici. Anche nel mercato agroalimentare la globalizzazione è vittima del suo successo. Grazie al boom economico dei loro paesi centinaia di milioni di asiatici possono permettersi una dieta più ricca. Ma i raccolti non hanno tenuto il passo con questa esplosione dei consumi. Ecco perché i governi produttori erigono ostacoli all’export per sfamare in precedenza i loro cittadini.

Il Tibet e i Giochi olimpici del 2008 segnano la caduta di un altro dogma del "pensiero unico": l’idea di un automatismo dei diritti umani, l’illusione che lo sviluppo capitalistico generi di per sé democrazia. Il colpo di grazia alla lunga avanzata della globalizzazione è venuto dal centro del capitalismo finanziario, l’America. La crisi dei mutui subprime non ha finito di mietere vittime e di seminare danni. Un dato è ormai certo: quando i banchieri di Wall Street e la classe operaia di Detroit convergono nel chiedere protezione allo Stato, è il segno che una fase storica sta cambiando.

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domenica, 04 maggio 2008

Se anche Unimondo si affida a Unicredit…

Pubblichiamo di seguito lo scambio epistolare tra Paolo Trezzi e il direttore di Unimondo Fabio Pipinato, a proposito della decisione di Unimondo di fare pubblicità a “Genius”, la Carta di credito “etica” di Unicredit. Inutile dire che la posizione di questo blog è assolutamente critica verso la scelta di Unimondo, tanto più che su Unicredit è in corso una campagna di pressione contro il finanziamento alla diga di Ilisu in Turchia, una delle opere infrastrutturali più devastanti degli ultimi anni. In ogni caso basta cliccare su “unicredit” in basso a sinistra di questo blog per capire quanto sia poco “etico” fare pubblicità a un tale marchio.

Cara Redazione di Unimondo,

Buongiorno, anzi no. Non vorrei sembrare sarcastico, ma la pubblicità di Genius la Carta di credito “etica” di Unicredit, la Banca armata principe della Lista delle Banche Armate di quest’anno, sul vostro sito, non mi sembra una genialata. Anzi.

Sono un assiduo frequentatore del vostro sito e non ricordo di aver visto mai nessuna pubblicità.

Iniziamo bene. Potete solo migliorare a questo punto.

Vi scrivo perché non mi spiego come sia possibile scivolare su queste cose così palesi.

Ho la sensazione che anche per un sussulto di dignità riceverete molte lettere su questa vicenda, piccate, deluse, dubbiose, arrendevoli.

E saranno gli stessi visitatori, navigando in Rete e volendo trovare informazioni sui danni degli istituti finanziari, ed in particolare sulle loro esposizioni nel facilitare e rendere possibile le transazioni e i pagamenti nel commercio di armamenti in giro per il mondo. Visitando il vostro sito.

Questa non è un’attenuante: è, per parte mia, un’aggravante.

Le notizie le sapete e quindi la conseguenza dovrebbe, doveva (sic!) essere automatica.

Mi sfogo, dunque, con voi altri, comunicandovi che secondo me Unimondo con la pubblicità delle Banche Armate è come l’Europa senza Illuminismo: inservibile.

Vi chiedo pertanto di provare a motivare questa scelta, mi riservo il diritto di rendere pubblica la vostra risposta, o non risposta perché voglio sapere chi è che ha deciso di rovinarvi/ci la reputazione

Perché, e concludo, vedere Unimondo.org sito parlare di Banche Armate e di fianco la pubblicità della Carta di credito “moschicida” di Unicredit, cioè una di queste, è come vedere una partita di calcio tra due squadre in finale. Quando l’arbitro fischia la fine della partita può non essermi chiaro se abbia vinto la cronaca delle banche armate o la Banca armata.

Escludo, però, che possiate aver vinto entrambi. In attesa di risposta 

Paolo Trezzi - Centro Khorakhanè Lecco, ugomoi@libero.it

 

Risposta del direttore di Unimondo, Fabio Pipinato.

 

Gentile Paolo Trezzi,

La ringrazio per la Sua lettera alla quale non mi attardo a rispondere. Unimondo ha già fatto pubblicità ed è la prima volta che pubblicizza una “Carta” di un Istituto di credito. Trattasi di una decisione di cui, in qualità di direttore del portale, mi assumo la responsabilità. Ho discusso della Sua lettera e della mia scelta con il CdA della Fondazione e la redazione. Le confesso che abbiamo opinioni divergenti. Come CdA non abbiamo la certezza di aver scelto bene, ma vorremmo aprirci al dialogo anche verso realtà che rimangono interlocutori importanti per il sociale www.unicreditfoundation.org.

Provo ad interloquire per punti:

1) Da dieci anni Unimondo offre un’informazione puntuale e gratuita sulle banche armate e, per fortuna, non solo su quelle. Più volte ha denunciato le modalità di costruzione, traffico, smercio, responsabilità economiche, politiche e finanziarie del commercio di armi. Vorrebbe continuare a farlo.

2) Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.

3) Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento.

4) Come direttore devo tener conto anche delle risorse presenti nel CC di Banca Popolare Etica che il lettore responsabile potrà trovare in Home Page sotto la dicitura: “dona ad Unimondo”. Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono. All’aumento progressivo dei lettori negli anni non è sempre corrisposto un aumento delle donazioni.

5) Sto ricevendo molte lettere piccate, deluse, dubbiose ed arrendevoli. Alcune da parte di organizzazioni per noi importanti come Pax Christi. Chiederò alla redazione di pubblicarle. Siamo per il dialogo. Non è un caso che abbiamo un’intensa attività culturale, nei territori ove abbiamo sede, poco propensa alla contrapposizione. Ed è forse per questo che vorremmo sopravvivere al mercato che ha costi sempre più importanti, con il sostegno del mercato, per non sottrarci nel denunciare le storture del mercato stesso. So che si tratta di abitare una contraddizione ma per questo ho deciso di aprire un dialogo con i lettori meno arrabbiati come lei. Mi piacerebbe coinvolgere nel dialogo anche i funzionari di Unicredit ai quali girerò, con il Suo permesso, la Sua lettera e le lettere che giungono in redazione. Credo possa essere anche questa un’occasione d’interloquire in modo costruttivo, al di là delle categorie della guerra, che ci ha visto per un decennio o di qua o di là del muro.

6) I lettori più affezionati si ricorderanno della polemica nell’anno del giubileo in occasione del Festival di San Remo. Ebbene, dopo pochi giorni è stata varata la legge per la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. La Campagna sdebitarsi ha voluto condividere anche con noi il successo. Sarebbe una vittoria di tutti se riuscissimo a trovare una via per un disimpegno formale dell’Istituto di Credito (al quale stiamo dando noi credito) dal finanziare l’export di armi a favore di un impegno graduale e fattivo per il sociale.

7) Iniziamo subito. Osserviamo che altri Istituti di credito riportano chiaramente il Bilancio Sociale, il Codice etico e ambientale e anche la loro policy in materia di "armamenti". Non ci dispiacerebbe ottenere la stessa trasparenza da Unicredit con i quali stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione.

Cordialità, Fabio Pipinato, direttore di Unimondo

 

Replica di Paolo Trezzi

 

Assolvo il mio compito, Gentile Direttore, nell’autorizzarLa, come da Lei richiestomi, a girare la mia lettera ai vertici di Unicredit, sperando possa, insieme a molte altre, insinuare nella Banca il dubbio che c’è una netta dicotomia tra quanto affermato e riportato dagli stessi, sul proprio sito http://www.unicreditgroup.eu, alla voce Sostenibilità.

Vi si legge infatti:

“Operiamo facendoci carico delle responsabilità connesse alle nostre scelte imprenditoriali nella consapevolezza che la sostenibilità nel tempo dell'impresa, intesa nella triplice accezione di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, sia elemento di competitività che favorisce anche lo sviluppo dei territori, del mercato e la coesione sociale” ed ancora: La responsabilità sociale è parte della cultura aziendale; siamo convinti, infatti, che per fare bene il proprio lavoro sia necessario avere principi, target di gestione e comportamenti che consentano di determinare la nostra identità”

Ebbene, Le fa merito essersi assunto la responsabilità di aver consentito la pubblicità di un prodotto di Unicredit, venduto e promosso come etico, sul suo portale. Ma quella pubblicità confonde, consapevolmente, l’etica con la beneficenza.

Ovviamente non mi soffermo nel ricordarLe che, in termini quantomeno giuridici, c’è differenza ed anzi completo e obbligatorio distacco, tra Fondazioni bancarie e banche stesse, e quindi c’è quantomeno un errore di fondo nel pensare di promuovere un “interlocutore importante per il sociale come la Fondazione  e invece promuovere il brand commerciale.

Non mi soffermo perché nella sostanza io credo che siano la stessa cosa 

Le scrivo e mi soffermo invece, con l’urgenza della gravità, del precipizio sempre più vicino, sempre più profondo, sempre più grande, che mi si para davanti e mi si concretizza dentro, quando leggo due passaggi, fondamentali, nella Sua lettera di risposta.

Il Suo punto 2 dice:

“Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.”

Ecco io credo che il punto (il vertice del contendere) stia qui. Le Fondazioni, le Banche, non sono affatto dimentiche nella gratuità. Perseguono giorno e notte una loro strategia multipla che ha un unico scopo quello di autopromuovere la loro attività di perseguimento del massimo profitto. Il resto è accidente.

Potremmo, se lo vorrà, aprire a margine un confronto su questo aspetto. Tra l’altro basterebbe ricordare i pronunciamenti dei Vertici aziendali sulla loro uscita dalla Lista Banche Armate. Come anche Lei ben sa: parola non rispettata.

Il suoi punti 3 e 4, inoltre, sono la resa, l’aspetto che più mi allarma. Lei scrive. “Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento” e ancora “Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono”.

Qui, credo sia evidente, c’è la tragedia che demoralizza e toglie il fiato: la tragedia è che Lei Direttore ha scritto che senza i soldi delle armi non esisterebbe nemmeno Unimondo. Cioè che si possono prendere i soldi da chi si vuole, se servono per “fare del bene”. I soldi per fare informazione, solidarietà, giustizia, si possono prendere anche da chi li fa favorendo il commercio di armamenti? E questo che pensa?

Anzi, forse proprio questa è la domanda a cui Unimondo dovrebbe rispondere. Che siate voi a dircelo chiaramente, perchè siete anche voi che ci avete fatto sognare, sperare, impegnare e adesso avete il dovere di darci delle risposte. Convincenti.

Quale deve essere il grado di autosostenibilità economica ed etica di un’economia solidale che vuole avere pretese generali di ricostruzione del legame sociale e porsi come alternativa alla mercificazione della grande impresa capitalistica?

Infine, l’ultimo Suo punto Direttore, il settimo, dove conclude dicendo: “…Con Unicredit stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione”, ecco io credo si debba saper gestire il conflitto e sapere che la contrapposizione non è un’onta.

Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio, che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata), ma è etico - con o senza parola - proprio per l’uso alternativo che se ne fa. Per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità (modello Le Piagge), di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare.

Sono sempre più convinto, infatti, e concludo, che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne’ danari ne’ speranze). E allora sì che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste Banche e Fondazioni (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema. La società è piena di stimoli, anche molti negativi, ma se ha un decalogo che regge, non è stupida, fa confronti. D’altra parte la spazzatura è sempre stata nelle strade, ma uno non se la porta a casa. Un saluto di pace, speranza e futuro.

Paolo Trezzi - Centro Khorakhané Lecco, ugomoi@libero.it, www.esserevento.it  

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domenica, 27 aprile 2008

Generali, Algebris e gli speculatori

Tutto è finito con la minaccia di una causa legale. Al termine di un’estenuante assemblea degli azionisti, a minacciare il Gruppo Generali è stato l’implacabile Davide Serra, amministratore delegato dell’hedge fund Algebris, da qualche tempo alla ribalta delle cronache finanziarie per il suo attivismo un po’ sopra le righe. Algebris - azionista con lo 0,5% - rimprovera a Generali una gestione “conservatrice” che deprimerebbe le potenzialità della compagnia. Eppure il Leone ha numeri la record: negli ultimi due anni ha aumentato gli utili del 52% a quasi 3 miliardi di euro nel 2007, aumentando del 77% il dividendo, ed è una delle poche società che non ha subito i contraccolpi della crisi finanziaria, grazie una politica prudente di investimento. Ma per Serra non basta. Secondo Algebris il top management guadagna troppo rispetto agli omologhi europei, indipendentemente dalle performance della società, e investe poco in azioni della compagnia. Ma gli stessi dirigenti in carica sono troppo vecchi (il presidente Bernheim ha 83 anni) e inadeguati alle trasformazioni del mercato, serve un solo Ceo (ora ce ne sono due) e un responsabile finanziario di “caratura internazionale”. Poi biosogna ricalcolare alcuni indicatori come il combined ratio (rapporto tra spese/sinistri e raccolta premi) e il cost ratio, stabilire strategie e obiettivi certi in un programma a 3-5 anni rispetto agli utili per azione, dividendi e risultato operativo. Insomma alla base c’è un problema di costi, che va affrontato al più presto. Un’azione decisa su questo fronte potrebbe portare gli utili intorno a 4,7 miliardi nel 2010.

Algebris inoltre ha fatto di tutto nelle ultime settimane per conquistare la presidenza del Collegio Sindacale (organo che controlla la correttezza e la legalità della gestione di una società), che per legge spetta alle minoranze. Quel ruolo gli consentirebbe di partecipare anche ai comitati esecutivi. A tal fine è riuscito a estromettere a colpi di ricorsi il candidato di Benetton, che la Consob ha ritenuto non idoneo a rappresentare le minoranze (visto che Benetton fa parte della maggioranza di Mediobanca, che a sua volta controlla Generali). E ieri appunto, il colpo di scena, quando l’assemblea si apperstava a votare il candidato di minoranza presentato da Assogestioni, Eugenio Colucci e Serra ha minacciato di trascinare la compagnia in tribunale. Motivo: Colucci non avrebbe i requisiti prescritti dalla legge.

In ogni caso il botta e risposta tra Serra e Bernheim è stato istruttivo. Serra è un ragazzo di 37 anni che pensa di essere in un film di Oliver Stone, degno rappresentante di quella classe emergente di speculatori che scambiano le aziende per delle mucche da mungere fino all’ultima goccia. Ha annunciato battaglia in assemblea e così ha fatto, facendo intervenire anche suoi collaboratori e avvocati fisicamente uguali a lui (stessa faccia e stesso taglio di capelli) e in possesso di una sola azione. Bernheim ha detto che i fondi di private equity e gli hedge funds a volte hanno risanato delle aziende, ma ne hanno distrutte molte altre. Verissimo. Aggiungiamo i rischi di crisi sistemiche, indotte dalla operazioni spericolate di questi fondi, come richiamato più volte dallo stesso Fondo Monetario internazionale. Peccato che le stesse Generali abbiano deciso pochi mesi fa di investire 8 miliardi in strumenti alternativi, tra cui soprattutto hedge funds e private equity.

Non ultimo, il problema della trasparenza, che Serra pretende dagli altri ma si guarda bene dall’applicare in casa propria. Algebris Investments Llp viene costituita il 28 aprile 2006 a Londra da Algebris Global Financials Fund, un fondo privato di investimento, creato in data 14 giugno 2006 e con sede, manco a dirlo, nelle Isole Cayman. Abbiamo appreso ieri che tra i soci aderenti c’è anche Intesa Sanpaolo e Santander, ma non sappiamo nulla di più. Chi sono gli altri soci? E soprattutto – senza volere per forza trovare l’intrigo - cosa ci sta dietro? E’ vero infatti che questa bagarre intorno a Generali ha dato ad Algebris una notorietà che diversamente non avrebbe mai avuto. E’ vero che la classe dirigente del Leone guadagna cifre scandalose e Bernheim non è un adolescente. E’ vero anche che Algebris fa il suo interesse di speculatore. Ma forse questo non basta a spiegare un accanimento senza esclusione di colpi contro l’attuale vertice, che tutto sommato ha portato la redditività della compagnia a livelli mai raggiunti prima, mentre il primo trimestre 2008 ha registrato una crescita a due cifre. Generali è al centro di interessi che vanno ben oltre un posto al Collegio Sindacale e del fondo Algebris sappiamo veramente troppo poco. Forse sta qui la chiave di tutto. Nota a margine: tra in vari interventi, un socio ha chiesto notizie sulle condizioni di lavoro presso le attività della compagnia in Cina e India. L’amministratore delegato Giovanni Perissinotto ha risposto che vengono applicate condizioni migliori della media. R.C.

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lunedì, 21 aprile 2008

La guerra del pane e gli speculatori nell'ombra

Pubblichiamo di seguito l’editoriale di Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, apparso sul sito della Campagna http://www.crbm.org/

Molti analisti internazionali e personalità di spicco, incluso l'ex premier italiano Prodi, hanno di recente scoperto la crisi alimentare che sta generando rivolte in gran parte del Sud del mondo. Ovviamente in tanti hanno eseguito l'esercizio di individuazione delle cause della “crisi del pane e del riso”, puntando il dito su una fantomatica complessità della globalizzazione, responsabile di queste storture insieme alla “leggerezza” della mano invisibile del mercato, che perciò andrebbe dolcemente accompagnata. Le cause addotte sono: la domanda rapidamente crescente di India e Cina – inclusi prodotti “superiori” come la carne che richiedono più utilizzo di prodotti della terra – l'aumento del prezzo del petrolio e prodotti derivati per l'agricoltura e poi l'impatto sempre più tangibile dei cambiamenti climatici, principalmente nei Paesi più poveri dell'Africa sub-Sahariana e nel Sud dell'Asia. Ma soprattutto la nuova “competizione” tra cibo e prodotti agricoli per fini energetici, ossia i biocombustibili. Che di bufala si trattasse, quella dei biocombustibili in alternativa a quelli fossili per arrestare il riscaldamento globale, è subito diventato chiaro, anche se Usa, Ue e Brasile hanno cercato prima di spingere nuove colture a vantaggio delle solite compagnie energetiche “fossili”, per poi avviare un’ipocrita discussione sul ripensamento da fare. Ma mentre il legame tra crisi energetica e climatica e crisi del cibo è stato individuato, quello tra crisi finanziaria e guerra del pane non viene stranamente mai discusso.

La Banca mondiale da Washington chiude i suoi incontri di Primavera con il Presidente Zoellick – capo negoziatore Usa al commercio per anni ed esperto di sussidi agricoli perversi e liberalizzazioni a scapito della sovranità alimentare del Sud del mondo – che chiede più aiuti alimentari per i poveri affamati. Ma non sarebbe politically correct per i burocrati di Washington ammettere che una parte importante dell'aumento dei prezzi è dovuto a fenomeni finanziari puramente speculativi, come nel caso del prezzo del greggio. Infatti, nonostante dopo decenni il trend del prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari si sia invertito al rialzo, la volatilità è sempre elevata e favorisce gli speculatori, a partire da hedge funds e altri attori che giocano d'azzardo sul mercato dei derivati. Insomma, c’è chi si sta letteralmente arricchendo sulla fame dei poveri. Le liberalizzazioni commerciali hanno poi favorito le grandi concentrazioni della distribuzione – oggi 5 trader controllano circa la metà del mercato agricolo globale – generando una dittatura di pochi che tramite il 12 per cento della produzione mondiale – quella che va sui mercati internazionali – impongono i prezzi del rimanente 88 per cento che rimane sui mercati locali. Sembra assurdo, ma in questo mondo post-fordista la questione della terra rimane il vero problema al centro della redistribuzione mancata della globalizzazione liberista. Solo con una sovranità alimentare ed il necessario controllo della terra – anch'essa sempre più oggetto di speculazioni da parte dei private equity fund – da parte delle comunità, si sconfiggerà la fame. Ma sarebbe troppo per i “globalizzatori compassionevoli” ammettere che le liberalizzazioni commerciali e dei capitali affamano.

Antonio Tricarico

Postato da: robycuda a 09:25 | link | commenti
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sabato, 15 marzo 2008

Tibet: NO alle Olimpiadi di sangue

dal blog di Beppe Grillo

L’Italia non deve partecipare alle Olimpiadi di Pechino. I Giochi Olimpici sono bagnati del sangue dei tibetani. A Lhasa sono morte almeno 100 persone, alcune bruciate vive. Protestavano nell’anniversario della sanguinosa repressione cinese del 1959.

Il buddismo non è una religione di conquista, non ha causato stragi secolari come le religioni monoteiste. Il buddista può essere ucciso, ma non uccide. Il governo cinese minaccia nuove stragi se i tibetani non cesseranno le manifestazioni entro lunedì. Li minaccia a casa loro, in una nazione occupata. Minaccia un popolo costretto in gran parte all’esilio. Di cui ha distrutto i monasteri. Di cui vorrebbe cancellare l’identità con una immigrazione selvaggia.

I tibetani sono uno dei popoli più pacifici della terra. Da decine di anni è in atto nei loro confronti un piccolo olocausto dagli occhi a mandorla, ma l’Occidente volta sempre la testa dall’altra parte. Pecunia WTO non olet. Né Valium, né lo psiconano hanno voluto ricevere il Dalai Lama in visita in Italia lo scorso autunno. E’ stato trattato come un paria, prima gli affari, poi i diritti civili. I nostri grandi statisti: la vergogna internazionale d’Italia.

Gli atleti italiani rinuncino alle Olimpiadi. Facciano outing contro la dittatura, sarà la migliore azione della loro vita. Figli e nipoti ne saranno fieri. Molti taliani gliene daranno merito. Li ospiterò a casa mia durante le Olimpiadi e, come rimborso, li pagherò come personal trainer.

Le Olimpiadi di Pechino non si possono celebrare sui massacri di Lhasa. Per ogni finale olimpica, per ogni premiazione ci sarà il ricordo di un tibetano assassinato e di una Nazione stuprata sotto gli occhi indifferenti del mondo. Ho incontrato il Dalai Lama a Milano. Ho incontrato un uomo buono, aperto, disponibile, ma assolutamente determinato a restituire la libertà al suo popolo. Lo saluto da questo blog. No alle Olimpiadi di sangue.

Postato da: robycuda a 17:24 | link | commenti (1)
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mercoledì, 13 febbraio 2008

CENSURA 'LEGALE'

Ricevo e pubblico di seguito la lettera di Paolo Barnard, ex giornalista di Report. Barnard per chi non lo conoscesse è un bravissimo professionista, che ama la verità e la sa raccontare. Da parte mia, per quello che può valere, tutta la solidarietà. Ricordo in particolare la sua trasmissione sul Wto (World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del commercio) che citai spesso nelle serate che tenni durante la campagna contro le politiche nefaste di questa istituzione. E’ un esempio di ottimo giornalismo, appassionato e competente, che sa tradurre la complessità in un linguaggio chiaro per tutti. La storia che segue è triste, anche perché coinvolge la responsabile di una trasmissione che apprezzo. La Gabanelli ha già risposto con un’altra lettera e Barnard ha replicato punto per punto. Che dire? Mi viene in mente che dovremmo avere tutti – giornalisti e operatori della comunicazione – più coraggio. Molto di più. Roberto Cuda

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. E' la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.

Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggioLittle Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA). farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.

Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

 

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla R