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martedì, 08 aprile 2008

Dolce&Gabbana e Ferragamo nei guai con il fisco
Sembra che i big della moda non abbiano un buon rapporto con il fisco. Omessa dichiarazione Iva e Ires per la società lussemburghese Gado Sarl e infedele dichiarazione per Dolce&Gabbana Srl. Sono queste le contestazioni rivolte dall’Agenzia delle entrate alle due società cui fa capo il marchio Dolce&Gabbana, per un totale di 140 milioni di euro di imposte non pagate. Al centro di un altro caso c’è un processo tributario da 2 milioni di euro che riguarda la Sto.Tex Srl, controllata all’80 per cento dalla Dolce&Gabbana Industria spa. Per l’Agenzia delle entrate di Legnano la Sto.Tex non ha dichiarato nei libri contabili di aver rivenduto ben 126.679 prodotti di abbigliamento con il marchio D&G, che aveva acquistato dalla casa madre. La merce, sparita dai depositi, sarebbe stata rivenduta agli stockisti rigorosamente in nero. Un giro d’affari clandestino che avrebbe permesso alla Sto.Tex di nascondere redditi per 2 milioni e 445 mila euro. Un ricorso presentato dalla Sto.Tex è stato respinto il 13 febbraio dalla Commissione tributaria provinciale di Milano che ha confermato la multa.

Anche la casa di moda Ferragamo è finita nel mirino del fisco, che ipotizza un’evasione fiscale superiore ai 20 milioni di euro con l’accusa di “esterovestizione”. Un sistema diffuso per eludere le tasse: una o più società riconducibili allo stesso soggetto economico dichiarano di avere la sede centrale fuori del territorio italiano, in modo da sfruttare tassazioni agevolate in altri paesi, mentre l’attività economica viene di fatto amministrata e diretta dall’Italia. Nel caso di Ferragamo, i giudici della Commissione tributaria di Firenze hanno stabilito che la sede effettiva del gruppo non è in Olanda, ma nel nostro paese, visto che perfino i più semplici ordini di amministrazione interna (come l’acquisto di toner e stampanti) vengono decisi da Ferragamo Italia. (Fonte: Clean Clothes Campaign)

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aziende, economia italiana, economia internazionale, paradisi fiscali

mercoledì, 27 febbraio 2008

Spunta un elenco di italiani tra gli evasori in Liechtenstein

Se la Germania è sotto shock per lo scandalo dell’evasione fiscale che sta venendo a galla, l’Italia non si scompone più di tanto. Stando alle cifre, secondo il “Suddeutsche Zeitung” la cifra sottratta al fisco dovrebbe aggirarsi intorno a 3,4 miliardi di euro. Com’è noto a fornire alla magistratura tedesca l’elenco degli evasori è stato un ex dipendente della banca del Liechtenstein Lgt Group, Heinrich Kieber, al quale i servizi segreti hanno fornito una nuova identità, visto che nel materiale fornito apparirebbero anche i conti di molte organizzazioni criminali. Oltre ai 1.400 evasori tedeschi, dovrebbero esserci almeno 150 italiani, la cui lista è stata consegnata al vice-ministro dell'Economia Vincenzo Visco. La vicenda sta coinvolgendo le agenzie fiscali di 10 Paesi occidentali, oltre all'Italia anche Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Canada, Usa, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel la documentazione metterebbe in luce circa 4.527 fondazioni e “istituti” (soggetti giuridici previsti dalla legislazione del principato), di cui 3.100 stranieri. Intanto l’amministratore delegato di Deutsche Post si è dimesso, dopo 18 anni al vertice della società, dopo aver visto il suo nome tra gli indagati. Unc osa impensabile in Italia. (Fonti: Corriere delle Sera, Il Sole 24 Ore)

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aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali

lunedì, 25 febbraio 2008

Vuoi nascondere i soldi al fisco? Ti aiuta internet

Vuoi nascondere i soldi al fisco? Facilissimo, basta andare su internet e consultare uno dei tanti siti che spiegano per filo e per segno come aprire un conto in un paradiso fiscale. Basta poco: con soli 1.500 euro alcuni siti ti creano una società personale a Panama o nel Delaware. Oppure si possono contattare consulenti che offrono società già pronte e registrate presso le locali Camere di commercio, in Liechtenstein o Hong Kong. Addirittura è possibile avere doppi passaporti e schede telefoniche anonime. E poi consigli preziosi, per prendere la residenza all’estero e non lasciare traccia ad ogni prelevamento. Perché la Guardia di Finanza non fa una visita a questi intermediari telematici? Ogni anno sfuggono al fisco italiano almeno 270 miliardi di euro, che potrebbero essere utilizzati per sistemare scuole e ospedali e il fenomeno non riguarda solo i grandi della finanza. Naturalmente ci sono anche le banche: ormai è difficile trovare un istituto che non abbia le sue belle filiali in qualche piazza esotica o nel nord Europa, senza le quali sarebbe impossibile effettuare qualunque operazione di occultamento. Del resto non bisogna andare lontano, basta espatriare in Svizzera o al massimo in Irlanda. Google ad esempio operava in Italia attraverso una controllata di Dublino, dichiarando di svolgere nel nostro Paese solo un’attività marginale (cosa che consentiva all’azienda di presentare la dichiarazione dei redditi in Irlanda, molto più favorevole  a livello fiscale). Fortunatamente la Guardia di Finanza di Milano non ci ha creduto e sta indagando la società con l’accusa di evasione fiscale per circa 250 milioni di euro. (Fonte: Il Sole 24 Ore, 23/02/2008)

Postato da: robycuda a 08:47 | link | commenti (1)
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali

martedì, 08 gennaio 2008

Il Principe di Monaco aiuta l’ambiente

Complimenti a Il Mondo per la “marchetta” (nel gergo è un articolo incensatorio scritto in cambio di pagine pubblicitarie, ma in questo caso addirittura gratuito) offerta nientemeno che al principe di Monaco. Per chi non lo sapesse il Principato di Monaco è uno dei pochi paradisi fiscali rimasti nella Black list dell’Ocse, ossia la lista nera dei paesi che non collaborano con la magistratura degli altri paesi, coprendo di fatto coloro che hanno capitali (illeciti) da nascondere. Ma la lunga intervista di Enrica Dattoli sul numero scorso del mensile si sofferma sulle lodevoli iniziative del principe a difesa dell’ambiente. Solo a un certo punto sfiora l’argomento con la domanda: “Nel primo discorso da sovrano ha promesso che affari ed etica, denaro e virtù sarebbero stati indissolubili. Sicuro di aver fatto abbastanza?”. “Le cose non cambiano in una notte – ha risposto il principe. Ma se andiamo a guardare i rapporti di segnalazione di casi sospetti, di persone che, grazie al lavoro dei nostri servizi, siamo stati in grado di individuare e tenere lontano da Monaco, si vede che stiamo lavorando seriamente. Mi rifiuto di pensare che oggi Monaco venga descritto con uno Stato compiacente-lassista. Il lavoro che facciamo per la prevenzione è intenso e non possiamo permetterci errori”. Poi tutto continua con l’elogio delle mirabili iniziative ecologiche monegasche, fino all’ultima domanda filosofica: “Monaco resta però il regno degli high net worth individuals (tanto per essere chiari.., ndr). Che osa significa essere ricchi nel 2007?”. E la commuovente risposta di Alberto II, intrisa di spirito cristiano: “Credo voglia dire essere nella possibilità di aiutare gli altri. Non potrei tollerare di non preoccuparmi del prossimo. Si tratta di guardare a un quadro di più grandi dimensioni e cercare di vedere al di là della propria, personale condizione. Solo in questo modo si può raggiungere una sensazione di soddisfazione e gratificazione”.

Postato da: robycuda a 09:39 | link | commenti
opinioni, economia italiana, economia internazionale, paradisi fiscali

lunedì, 03 dicembre 2007

Come funzionano i paradisi fiscali. Ovvero la “Finanza contromano”

Come i paradisi fiscali e i processi finanziari ostacolano lo sviluppo umano e la lotta contro la povertà, in un testo chiaro e scorrevole scritto da Andrea Baranes, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale. S’intitola “La finanza Contromano” e si può scaricare direttamente da:

http://osservatorio.webhat.it/_modules/download/download/Finanza_Contromano.pdf

Postato da: robycuda a 10:50 | link | commenti
economia italiana, economia internazionale, paradisi fiscali

giovedì, 01 novembre 2007

Arrendiamoci alle banche. Avanti la Prossima

Credo che bisogna proprio arrendersi alle Banche, ai loro trucchi e giochi di specchietti. Hai voglia a provare a spiegare al risparmiatore che 9 volte su 10 i suoi interessi non coincidono, per nulla, con quelli della Banca che gli vende un qualsiasi prodotto finanziario e che, malgrado ampi e aggiornatissimi programmi di controllo dei clienti e delle loro esposizioni debitorie su tutto il sistema, le Banche continuano, irragionevolmente, ad applicare tassi altissimi sul denaro prestato benché coperto da garanzie reali (anche il 20-25%).

No bisogna arrendersi perché le Banche sono abili a creare diversivi che fanno alzare in piedi tutti ad applaudire. E’ notizia di oggi, riportata su quasi tutta la stampa, che il secondo gruppo bancario italiano – Intesa San Paolo – aprirà la prima banca europea dedicata al sociale con il nome di: Banca Prossima. Non si legge, nemmeno come refuso, un minimo dubbio, una segnalazione di critica a questa operazione di marketing che dovrebbe far riflettere, i cittadini in genere e ancor più le realtà del Terzo settore.

Innanzitutto non è vero che è la prima banca con queste caratteristiche. In Italia, per es., c’è da quasi 10 anni una realtà creditizia che ha fatto e sta facendo scuola in questo settore e cioè Banca Etica, in Europa c’è pure una Federazione delle Banche Etiche ed Alternative (FEBEA).

Ma cosa si legge sulla stampa, che dimostra da sola l’ipocrisia di questo progetto? Tutti riportano la visione del Presidente della Banca IntesaSanpaolo, il prof. Giovanni Bazoli, che convinto di auto affiggersi una medaglia al merito evidenzia, invece, l’ipocrisia del progetto. Dice infatti: “le banche sono soggetti speciali che hanno il dovere di far crescere intorno a sé un’economia sostenibile”, qui allora dobbiamo capirci e provare a fare un poco di mente locale e vedere che per esempio SanPaolo è stato quest’anno il primo soggetto finanziario implicato nel mercato – legale - delle armi e quindi iscritto nella lista delle “Banche armate” ma soprattutto è partner economico e di capitali con Finmeccanica che non vende cioccolata. Inoltre Intesa nell’ottobre 2004 ha transato, cioè pagato, alla new Parmalat qualcosa come 160 milioni di euro per togliersi dai processi che la minacciavano. Poi il Gruppo è, come moltissimi altri, operatore qualificato con sedi e succursali nei Paradisi fiscali, sanzionato dalle autorità americane per scarso controllo sui fondi e trasnazioni passibili di ricciclaggio terrorista e direttamente - per conto dei clienti - IntesaSanpaolo specula sui mercati dei cambi e dei titoli col solo obiettivo di fare soldi.

Bazoli non contento continua convinto di fare bella figura, certo che nessuno in sala stampa lo contraddirà quando afferma: “C’è spazio per iniziative bancarie che non hanno come unico scopo il profitto ma combattere la povertà. Esiste un altro volto del capitalismo finanziario”. Bene, alzo la mano e domando cosa voglia dire questo nella pratica. Azzardo: per caso non intendeva dire che per Intesa il principale business è il profitto (senza guardare in faccia nessuno) e che continuerà a farlo? Qual è poi il principale volto del capitalismo finanziario? Quello che ha come Banca Prossima un patrimonio di 120 milioni di euro o la capogruppo IntesaSanpaolo che di soli utili nel primo semestre ne ha fatti di euro oltre 4 miliardi? O che solo di stock option l’ad Corrado Passera, nel 2006, ne ha incassati 25 milioni?

Suvvia non prendiamoci in giro e ricordiamo che sebbene abbia furbescamente scelto di non distribuire gli utili ai propri soci, Banca Prossima questi utili li guadagnerà – con tutta evidenza – sottraendo risorse ai più poveri e meno solvibili dei propri clienti che più di altri pagheranno caro operazioni e denaro preso in prestito. Ancora una volta il ricco si fa bello con i soldi degli impoveriti che gli pagano anche lo spot pubblicitario. Un’altra redistribuzione all’incontrario. E si sentono solo applausi. Roba da matti.

Paolo Trezzi - Centro Khorakhané Lecco, ugomoi@libero.it

Postato da: robycuda a 17:18 | link | commenti (3)
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali, intesa-sanpaolo

mercoledì, 19 settembre 2007

Se anche Ctm si affida a Intesa Sanpaolo…

Ho letto la nota del Consorzio Ctm (Cooperazione terzo mondo, principale importatore italiano dei prodotti del commercio equo e solidale e struttura di servizio per le botteghe sparse sul territorio) del 14 settembre scorso, relativa all'accordo con Banca Prossima, controllata di Intesa-Sanpaolo dedicata all’economia solidale. Da quello che leggo, Ctm ha firmato una convenzione che consente ai soci (cioè alle botteghe) di accedere ai finanziamenti a condizioni agevolate di Banca Prossima, impegnando Intesa Sanpaolo a sostenere in diverse forme il commercio equo e solidale, dai finanziamenti ai produttori del sud del mondo alla promozione dei prodotti del commercio equo e solidale presso i 100.000 dipendenti del gruppo bancario. Questa convenzione si aggiunge ad altre già in vigore, tra cui quella con Banca Etica e con le Mag, e può essere utilizzata o meno dai singoli soci come meglio credano. In pratica ogni socio può scegliere tranquillamente Banca Etica o altri strumenti. Ctm dice che questo accordo consentirebbe di alleggerire molte botteghe che rischiano di chiudere, che le condizioni applicate sono le migliori finora ottenute e che ne deriverebbero vantaggi notevoli per il commercio equo. Tuttavia Ctm ha posto la questione etica e ha preteso che Intesa Sanpaolo fuoriuscisse dalla lista delle cosiddette "banche armate", decisoione che la banca aveva già preso un mese prima della firma della convenzione.

Possiamo fare due considerazioni. La prima è che la decisione del Gruppo bancario di uscire dal commercio di armi andrà verificata. Nella relazione di Caboto (banca controllata da Intesa Sanpaolo) del luglio scorso, la stessa banca risultava ancora tra i finanziatori di Finmeccanica, primo produttore ed esportatore di armi italiano. Per questo motivo dovremo aspettare l'anno nuovo per verificare il rispetto degli impegni da parte dell’istituto e, visti i precedenti con altre banche, non fidarsi è meglio.

L'altra considerazione è che se la mettiamo sul piano etico, Intesa Sanpaolo è da scartare a prescindere dal coinvolgimento nel mercato bellico. Il Gruppo specula regolarmente sui mercati di tutto il mondo, finanzia le maggiori (e peggiori) multinazionali a livello globale, ha finanziato progetti devastanti come il gasdotto Camisea in Perù, l'oleodotto Ocp in Equador e l'oleodotto Btc nel Caspio (ques'ultimo fermato grazie a una campagna di pressione della società civile), è presente stabilmente in paradisi fiscali ed è stata coinvolta nei casi Cirio, Parmalat e Bond argentini. Insomma Intesa Sanpaolo è parte attiva di un sistema finanziario globale che per sua natura sottopone le grandi aziende a pressioni sempre più forti per massimizzare i profitti a scapito dei lavoratori, dell'ambiente e delle comunità locali, alimentando la politica predatoria delle multinazionali, la disuguaglianza sociale e la finanziarizzazione dell'economia.

Detto questo, quanto sia oppportuno fare accordi con tali banche anche da parte dell'economia sociale è una questione vecchia. Ctm pensa così di poter "contaminare" l'economia e la finanza tradizionale con elementi di eticità, inducendo un cambiamento dall'interno o comunque facendo fare alla banca un passo in quella direzione, a parte i vantaggi immediati che deriverebbero al sistema del commercio equo. A mio parere il risultato è che a fronte di alcuni indubbi vantaggi per il commercio equo, non faremo che legittimare e dare lustro al marchio Intesa Sanpaolo, garantendogli una presenza anche nel sistema dell'economia solidale. Allo stato attuale è illusorio pensare di poter cambiare dall'interno istituzioni finanziarie di questa portata, integrate così saldamente nell'economia globale. Sarebbe come pensare di fermare un eurostar in corsa senza farsi travolgere. Domanda a margine: se le botteghe erano in difficoltà, perchè non riunire Banca Etica e tutti i soggetti della finanza etica e cercare insieme una soluzione, magari non così vantaggiosa ma sicuramente più etica?

Roberto Cuda

Postato da: robycuda a 16:54 | link | commenti (1)
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lunedì, 17 settembre 2007

Unipol: qualche domanda indiscreta

Giovedì scorso Unipol ha presentato a Bologna la nuova Unipol Gruppo Finanziario, holding di partecipazioni e servizi a cui faranno capo tutte le attività assicurative, bancarie e di risparmio gestito. Nel corso della conferenza stampa molte domande sulle possibili acquisizioni di una banca, utilizzando quel 1,9 miliardi di euro di capitale libero. Ecco alcune domande che nessun giornalista farà mai ai dirigenti di Unipol e di nessun’altra compagnia.

- Cosa differenzia il Gruppo Unipol, controllata da un gruppo di cooperative, da altre imprese del settore?

- Qual è la vostra politica del personale? Esistono forme di partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale? Quali?

- Quali sono gli attuali stipendi del top management? E’ compatibile questa remunerazione con i principi cooperativistici e di solidarietà affermati dall’azionista di maggioranza? Sono state assegnate stock options?

- Esistono criteri etici nell’investimento degli asset? Quali? Sono stati effettuati investimenti nel settore degli armamenti e nel settore idrico? Come considerate tali investimenti?

- Sono stati fatti investimenti in Hedge funds o in operazioni speculative sulle valute?

- Quali contributi darà il nuovo gruppo al mondo cooperativo? Che vantaggi deriverebbero alle cooperative da un’acquisizione bancaria?

- Quali sono le strategie dell’azienda per la tutela del consumatore? Come vengono gestiti i reclami? Su cosa vertono le lamentele degli assicurati?

- La società è presente in paradisi fiscali? Quali?

- Quali partiti sono stati finanziati nelle ultime elezioni? In che misura?

Postato da: robycuda a 10:28 | link | commenti
aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali

venerdì, 14 settembre 2007

E’ l’estate della finanza

Di seguito l’intervento di Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) al convengo di Sbilanciamoci

E’ stata l’estate della finanza, senza dubbio. Non solo perché l’anno di lavoro si è chiuso con una riassestamento definitivo ed epocale del panorama bancario italiano – con le due mega fusioni e la creazione del trio italiano nella finanza globale, IntesaIMI, Unicredit-Capitalia, accanto alla già rilanciata Generali. Il mese di agosto è stato dominato dai timori della crisi finanziaria dei mutui sub-prime americani, cartolarizzati con molta allegria e poi crollati in seguito allo scoppio della bolla speculativa che ha gonfiato in maniera chiara a tutti per alcuni anni il mercato immobiliare a stelle e strisce. Decine di miliardi di Euro bruciati dalla Banca centrale americana e da quella europea – che si sono mosse in un tandem senza precedenti – per arginare il propagarsi della crisi al mercato del credito più in generale e così all’economia reale. Un passaggio che in realtà sta avvenendo lentamente ed i cui impatti li sperimenteremo in una certa misura nei prossimi mesi anche nella ricca Europa protetta dallo scudo dell’Euro.

Se guardiamo con attenzione a cosa è successo, scopriamo una verità banale, che società civile e movimenti sociali da tempo urlavano alle orecchie sorde dei banchieri e dell’economia globale. Anche se si specula tramite i meccanismi più sofisticati di una finanza virtuale – e nel campo delle cartolarizzazioni e della finanza strutturata il primo governo Prodi ha un triste primato di avanguardia in Europa arrivando addirittura a vendersi una parte del debito dovuto all’Italia dai paesi poveri – alla fine gli impatti ci saranno in termini reali per qualcuno: c’è sempre alla fine della catena qualcuno che perde. Ed anche i meccanismi che sono stati creati con l’obiettivo “democratico” di allargare il credito e la fiducia anche a quelli attori economici poveri che sono fuori del mercato – ma in realtà per sostenere una crescita economica drogata da una ossessiva propensione al sovra-consumo, come nel caso degli Usa – in realtà servono a scaricare i rischi su altri futuri poveri ma non sui pochi che gestiscono il circo della finanza globale. Molto interessante che anche insospettabili, come l’ex-Presidente Ciampi –ex chair della Commissione monetaria e finanziaria internazionale che guida l’Fmi, istituzione guida della liberalizzazione totale del mercato dei capitali sotto il dictat americano – hanno ammesso che oramai si è raggiunto il limite e bisogna regolare i mercati finanziari. Peccato però che nessuna delle voci mainstream ha avuto l’onesta intellettuale di riconoscere anche gli errori fatti negli ultimi decenni nell’impostare una globalizzazione finanziaria dei mercati a danno dei più poveri, nel Nord come nel Sud del mondo.

Nelle stesse settimane la polemica estiva balneare ha soprendentemente riguardato il tema della tassazione in Italia delle rendite finanziarie. Oltre il paradosso che nel nostro paese, così europeista a parole, anche il minimo adeguamento agli standard degli altri paesi guida del continente genera un dibattito provinciale e spesso disinformato, è emerso chiaramente un fronte trasvarsale che si oppone a quello che ogni sistema democratico maturo considererebbe una scelta necessaria se non naturale – si pensi al semplice dato di fatto che l’Inghilterra liberista di Blair e Brown tassa lo stesso le rendite finanziarie di più dell’Italia. Tassare le rendite finanziarie almeno al 20 per cento sarebbe il primo passo per reperire risorse per una vera redistribuzione della ricchezza ed allo stesso tempo per cercare di arginare le velleità provinciali dei piccoli risparmiatori italiani illusi di incrementare i loro salari – effettivamente al di sotto della media europea – tramite giochi d’azzardo sui mercati finanziari, spesso a loro danno. Come se il caso Parmalat fosse avvenuto decenni fa ed ormai archiviato come un disastro non più possibile.

 

Strettamente collegato alla questione rendite finanziarie, il governo ha continuato ad insistere sulla giusta necessità di contrastare l’evasione fiscale. Da qui la proposta di campagne della destra populista per uno sciopero fiscale che difficilmente diventerà realtà. Non sono mancati i casi per rendere appetibili anche al “popolino” l’emergenza evasione.

Valentino Rossi, mago del motomondiale, è stato colto in flagrante a sorpassare con astuzia il fisco italiano ricorrendo a spostamenti delle sue ricchezze in paradisi fiscali o altrove. Alla fine anche il vice-ministro Visco ha scoperto che esistono i paradisi fiscali e che bisogna iniziare a guardare come i ricchi italiani li usano per non ridistribuire la loro ricchezza ai connazionali. Anche in questa querelle, nessuno si è posto il problema di quantificare quanta ricchezza il nostro paese e l’economia reale perdono ogni anno a causa del fenomeno dei paradisi fiscali, su cui ruota una buona fetta della speculazione e dell’economia i criminale a livello internazionale. Si pensi solo che una stima conservativa della ricchezza custodita dai paradisi fiscali – come la Svizzera, che è dietro l’angolo, o le più esotiche Isole Cayman – parla di 11.500 miliardi di dollari, ossia il 23 per cento del PIL globale prodotto in un anno. Se a queste ricchezze si applicasse la tassazione minima prevista nell’area OCSE dei paesi ricchi, ogni anno sarebbero disponibili quasi 300 miliardi di dollari. Si pensi, ad esempio, che gli aiuti allo sviluppo degli stessi paesi ricchi verso quelli poveri ogni anno ammontano a solo un terzo di questo possibile gettito. E poi i governi, come quello italiano, non riescono a trovare risorse aggiuntive per questi aiuti nonostante i pomposi impegni presi e ribaditi a livello internazionale e sempre disattesi. Si pensi, inoltre, che ogni anno circa 350 miliardi di dollari lasciano i paesi poveri per spostarsi tramite i paradisi fiscali in quelli ricchi. Ad esempio i profitti non tassati dell’operato delle multinazionali circola per i Caraibi o la Svizzera. Senza parlare del giro di affari della corruzione, che spesso va a beneficio di intermediari del Nord e trova protezione dietro la confidenzialità commerciale garantita nei paradisi fiscali per gli spostamenti bancari.

Sarebbe precoce menzionare per il pubblico italiano l’annosa questione degli Hedge Funds o la sfida dei fondi aggressivi di Private equity, nonché il nuovo ruolo nella finanza globale dei nuovi mega fondi di investimento statali delle economie emergenti, Cina in testa, che spaventano il ricco occidente, il quale scopre lentamente i rischi enormi associati alla liberalizzazione indiscriminata del mercato globale dei capitali come promossa da questo a partire dalla fine degli anni ’70. Con il solito ritardo, il tema arriverà anche in Italia, magari non appena qualche fondo tipo Blackstone spacchetterà e svenderà in quattro e quattr’otto qualche importante impresa italiana – sono già cento, per la cronaca, le partecipazioni di questi fondi ad imprese italiane. E sarebbe anche da approfondire perché i fondi pensioni statali, come l’Inps, sempre più investiranno sui mercati globali visti i bassi tassi di interesse dei bond, incluse le infrastrutture, generando un nuovo rischioso eccesso di liquidità nel credito.

Limitiamoci in conclusione alla notizia, meno nota al pubblico in questa lunga estate, dell’avanzamento del lavoro del gruppo di paesi – ormai 48, sempre sotto la guida francese e brasiliana – che hanno riconosciuto nella possibilità di applicare tasse di carattere globale ad alcuni settori particolarmente dannosi per le loro esternalità ambientali o sociali un modo per reperire risorse addizionali per i governi ed affrontare i problemi al cuore della globalizzazione – quali i cambiamenti climatici o le pandemie. Anche l’Italia ha partecipato all’incontro di Seul pochi giorni fa e continua in particolare a seguire il gruppo di lavoro sulla possibilità di applicare tassazioni sulle transazioni monetarie sul modello della Tobin Tax. Un altro impegno nel programma dell’Unione che rischia di rimanere sulla carta. Non c’è occasione migliore per co-organizzare insieme all’attivissimo governo norvegese un evento di carattere internazionale sul tema proprio a Roma nei prossimi mesi per cercare di stringere su proposte finalmente innovative e portare nelle stanze del palazzo le istanze portate avanti da anni dai movimenti sociali. Nel frattempo non si può che fare il tifo per l’Air France nella vendita dell’Alitalia, cosicché anche agli scali di Fiumicino e Malpensa si potrà applicare la tassa sui voli aerei, come già avviene dallo scorso anno per tutti i voli in partenza ed arrivo all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi – senza per altro aver intaccato i profitti della compagnia francese.

Antonio Tricarico

Postato da: robycuda a 11:36 | link | commenti
opinioni, aziende, economia italiana, economia internazionale, banche e armi, paradisi fiscali, unicredit, intesa-sanpaolo

lunedì, 16 luglio 2007

Intesa SanPaolo: qualche precisazione

Riporto di seguito il commento di Paolo Trezzi sulla notizia Intesa SanPaolo e qualche mia considerazione a seguire.

Caro Roberto, ho letto la notizia di apertura del tuo sito: "IntesaSanpaolo ha annunciato di uscire dalle Banche Armate". Bella notizia. Ma è anche vera? Io non ci sto capendo più nulla. Sarà che la testa mi rimbomba da settimane con la pubblicità palese e nascosta del lancio della nuova 500. L’auto dell’Italia! Però strano, la fanno in Polonia.
Su una moltitudine di siti internet – anche questo – viene appunto riportata la notizia che IntesaSanPaolo esce dalla Banche Armate. Non capisco se è cambiato il prodotto ma sono ancora di fronte al marketing. In questo caso dobbiamo, insieme, applaudire i creativi della banca. Io sono dell’idea, infatti, che sarebbe meglio che questi annunci non trovino spazi così ridondanti ed acritici. Per più motivi. Il primo più semplice è che sono soprattutto pubblicità gratuita ad una banca che è l’emblema della finanziarizzazione dell’economia, di un’economia altra alla nostra.
Il secondo proprio perché ha scopo pubblicitario sarebbe utile verificare la notizia, non vuole essere un paradosso ma la segnalo, in altre parole, dopo che questo pronunciamento si è verificato, mi sembra che non sia la prima volta, infatti, che le banche dicano una cosa e ne facciano altre su questo tema delle armi: (Intesa, Unicredit, BPMilano…)
Il terzo è che la Legge 185 – che resta una buona Legge - ha così tante scappatoie che non è verificabile totalmente se l’enunciato è poi stato rispettato. Mi sembra di non dire cose così nuove. Lo stesso Gianni Caligaris del Cda di Banca Etica o il Presidente delegittimato di BPM, Mazzotta, convengono su questo, sebbene loro lo strumentalizzino per ridurre l’aspetto negativo della presenza di BPM, socia di Banca Etica, in questa lista.
Non so se è possibile nascondere la presenza facendo concludere l’affare attraverso un conto aperto su una banca estera partecipata del gruppo: in Cina, Turchia, Russia, Albania o Croazia o sia sufficiente concordarsi con un’altra Banca per girare a Lei l’affare in cambio di un intervento di quest’ultima in altre proprie operazioni contabili/finanziarie.
Ma so invece che una settimana prima dell’annuncio di IntesaSanpaolo, anche questo sito ha riportato come la controllata Caboto SIM abbia per ragioni di regolamenti dovuto segnalare alla Borsa che il Gruppo Intesa ha partecipazioni e rapporti finanziari con realtà che delle armi hanno fatto un business fiorente. Finmeccanica in primis, Unicredit…
Allora a questo punto mi pongo e pongo 2 domande: è reale che una Banca delle dimensioni di IntesaSanpaolo possa troncare i rapporti con queste realtà?
Cioè, in altre parole, uscire dalla banche armate non significa o dovrebbe significare non avere rapporti, di nessun genere, (conti correnti, garanzie/pegni, depositi, azioni, obbligazioni, bonifici…) con queste realtà?
Ma soprattutto non è forse il caso di non legittimare – armata o non armata – una banca tradizionale essenza tentacolare della finanza dove il profitto è al primo posto?
Non è il caso, vale la pena ribadirlo, di cogliere l’occasione per rilanciare la reale sfida di un uso alternativo del denaro, che non può proprio essere conciliante con questo modello di sviluppo, con questo tipo di banche che, oltre alle armi giocano con la speculazione, con i cambi, con i paradisi fiscali, con il capovolgimento della redistribuzione del capitale/reddito dal povero al ricco (pensiamo al credito al consumo), con le stock options milionarie dei manager, con la precarizzazione e sfruttamento del lavoro? Che sono impregnate della religione del massimo profitto a tutti i costi… che sono in due parole: finanza e non economia?
Perché altrimenti, banalmente, hanno ragione IntesaSanpaolo o Nestlè (armate o non armate che siano). Loro credo senza difficoltà indirizzano più danari alle cause sociali, ai produttori del sud del mondo che tutta la finanza etica ed il commercio equo messi assieme. La Banca Prossima (la banca "etica" di Intesa) ha già 40.000 clienti e notevolmente più danari di tutti. La Nestlè con il suo caffé equo anche se riconosce solo il 10% dei proventi ai propri produttori contro il 20% di quello delle Botteghe, vendendone il 300% in più dà, di fatto, più danari agli impoveriti.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata) ma è etico - con o senza parola - proprio dall’uso alternativo che se ne fa di esso per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie.
Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità modello Le Piagge, di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare. Sono sempre più convinto che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne danari ne speranze). E allora si che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste banche (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema.
Un abbraccio, Paolo Trezzi - Centro Khorakhané Lecco,
ugomoi@libero.it

Caro Paolo, come sai la penso sostanzialmente allo stesso modo, fermo restando che la notizia andava data, almeno per dovere di cronaca. Ben venga quindi la tua precisazione. Invito anche a cliccare sulla voce "intesa sanpaolo" sulla sinistra del blog per visualizzare tutte le notizie riguardanti la banca, positive (poche) e negative (tante). Per il resto che dire, credo che la scelta di Intesa Sanpaolo sia un segnale importante non tanto per le virtù della banca, quanto per il fatto che nemmeno il primo (o secondo) gruppo bancario italiano può trascurare le istanze della società civile, organizzata o meno. E’ solo un primo piccolo passo su una strada che si prospetta lunga e in salita e che procede in parallelo con la promozione di un’economia "altra". Le campagne di pressione sono solo uno dei tanti strumenti per cambiare le cose, non certo l’unico. Per la banca è certamente un'occasione di marketing, ma a mio avviso il dato importante è che la pressione dal basso abbia indotto un cambiamento nell'istituto, che senza tale pressione non sarebbe mai avvenuto. Del resto l'articolo del Sole 24 Ore di qualche anno fa sulle lamentele dell'industria armiera che non trovava sostegno nelle banche, proprio a causa delle campagne di pressione, è significativo. Tornando alla nostra banca, semplicemente credo che abbia voluto assecondare i desideri di una parte della società che considera importante anche per i legami con il mondo cattolico, verso cui non intende assolutamente perdere immagine. Questo non legittima Intesa Sanpaolo, come spiego sempre negli incontri che ho occasione talvolta di tenere, la quale resta la protagonista di una finanza dalla quale bisognerebbe uscire. Giusti anche i "se" e i "ma" che segnali e soprattutto il caso Caboto, che merita un approfondimento, magari proprio a partire dalle dichiarazioni impegnative contenute nel comunicato dell’Istituto. Appena ho un po’ di tempo mi ci metto (ma ben vengano anche contributi esterni…). A presto, Roberto

Postato da: robycuda a 18:02 | link | commenti (1)
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