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Telecom e il socialismo boliviano
Continuano le trattative tra il governo boliviano e quello italiano sul caso Entel, la compagnia telefonica del paese andino controllata da Telecom Italia. Dopo aver acquistato il 47% della società in mano ai fondi pensione, il governo di Evo Morales intende ora acquisire un altro 50% nelle mani di Telecom, nell’ambito della strategia che punta a nazionalizzare i settori chiave del paese: gas, petrolio, miniere e telecomunicazioni. Gli italiani temono un esproprio e così si appellano alle regole del mercato, il governo boliviano accusa l’azienda di dovere allo stato 5 milioni di dollari di multe per evasione fiscale dal 2003 e di non aver effettuato gli investimenti dovuti dalla privatizzazione in poi. La compagnia da parte sua risponde di aver investito più della cifra concordata. In un’intervista al Manifesto del 6 maggio scorso, il vicepresidente Alvaro Garcia Linera spiega la politica economica del governo Morales: porre sotto il controllo statale almeno il 30% del Pil nazionale, ma in un modello economico pluralista, che riconosce diverse forme di gestione, dall’economia industriale alla microimpresa familiare fino all’economia contadina comunitaria. “Io non credo, come le sinistre arcaiche e avanguardiste, ha detto Linera, che il socialismo si imponga per decreto o per puro volontarismo ma attraverso i movimenti reali della società”.
Bolivia: avviate le trattative per nazionalizzare le telecomunicazioni
La commissione ministeriale creata per procedere alla nazionalizzazione della principale compagnia telecomunicazioni in Bolivia, la ‘Entel’, ha avviato i contatti con la società privata detentrice del 50% delle azioni, l’italiana Euro Telecom International (Eti). Lo ha detto il ministro dei Lavori pubblici, Jerges Mercado, membro del panel governativo, precisando che per ora si tratta di contatti informali. Mercado ha ricordato, però, che la commissione, nominata lunedì dal presidente Evo Morales, ha avuto incarico di completare le negoziazioni per il riacquisto della quota privata entro un mese e che se non si arriverà ad un accordo “si procederà per altre vie”. La società Entel fu privatizzata nel 1995 durante il precedente governo guidato da Gonzalo Sánchez de Lozada, quando l’allora società italiana ‘Stet’, poi assorbita dalla ‘Eti’, comprò la metà del pacchetto azionario per 610 milioni di dollari; la restante proprietà è per il 47,4% di fondi pensionistici boliviani e per 2,5% di impiegati della compagnia. Il progetto di “far tornare in mani boliviane” la compagnia ‘Entel’, per usare le parole del ministro Mercado, rientra in una linea complessiva del governo di nazionalizzazione dei settori produttivi fondamentali della Paese, primo tra tutti quello degli idrocarburi per cui è stata varata lo scorso anno un’apposita legge. (Fonte: Misna, 04/04/2007)
Telecom: per non dimenticare
Riportiamo di seguito l’ottima ricostruzione della privatizzazione di Telecom e degli eventi successivi fatta dalla trasmissione Report andata in onda ieri sera. Per non dimenticare.
Milena Gabanelli (in studio)
La Telecom e’ stata controllata dallo Stato fino al 1997, quando il governo Prodi decide di privatizzarla. Transitano Guido Rossi, Rossignolo e Bernabè. E poi nel 99 arriva qualcuno che fa un’offerta pubblica d’acquisto e si porta a casa, con una scalata in parte a debito, la più grande e strategica azienda del paese.
Sigfrido Ranucci (giornalista fuori campo)
Nel febbraio del 1999 Colaninno, Gnutti e oltre 180 imprenditori, ai quali si unisce anche l’ Unipol, lanciano la scalata alla Telecom attraverso la Bell. A finanziare l’operazione sono una serie di potenti banche come l’ americana Chase Manhattan che mette a disposizione 50 mila miliardi di lire. Ma l’operazione di Colaninno e Gnutti trasforma la piu’ importante società italiana di telecomunicazioni in un sistema di scatole cinesi. A capo c’e’ l’Hopa che controlla la Bell, che controlla l’ Olivetti che controlla la Tecnost che ha la maggioranza della Telecom. E il solo fatto che la Bell avesse la sede in Lussemburgo, ha comportato qualche problema.
Giovanni Pons - La Repubblica - Autore “L’Affare Telecom”
Non è ancora chiaro se la Bell avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia, al fisco italiano oppure secondo il fisco lussemburghese. E se le avesse dovute pagare, siccome poi sono avvenuti diversi passaggi successivi, appunto la vendita di quel pacchetto alla Pirelli, sostanzialmente a Pirelli e Benetton, l’incasso, la plusvalenza che si è formata, si trattava di diversi miliardi di euro... bisogna vedere se una parte sarebbe dovuta andare al fisco italiano oppure no. Per adesso non c’è andata.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Il trucco di questa catena di Sant’Antonio sta nell’aver riposto nella Bell, una quantità di azioni Olivetti inferiore al 30% del suo capitale. E questo ha permesso poi a Tronchetti di comprare la Telecom evitando di lanciare un’offerta pubblica di acquisto
Giovanni Pons
C’è stata una sorta di trattativa privata tra la Pirelli e Benetton, cioè tra i compratori e i venditori che in quel caso erano appunto gli azionisti della Bell, tra cui Colaninno e Gnutti ma anche altri, che hanno potuto beneficiare di un prezzo molto elevato proprio perché quella partecipazione permetteva il controllo poi a valle non solo dell’Olivetti ma anche della Telecom, della Tim, di tutto.
Giuseppe Oddo - Il Sole 24 Ore - Autore “L’Affare Telecom”
Ci hanno guadagnato i soci della Bell perché tutto il premio di maggioranza è stato incamerato da coloro che avevano scalato la società.
I piccoli azionisti guadagnarono, sostanzialmente all’epoca di Colaninno, ma poi non hanno visto il becco di un quattrino quando la società è stata comprata da Tronchetti.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Colaninno, Gnutti, i loro amici imprenditori e banchieri fanno il piu’ grande affare della loro vita: nelle loro tasche finiscono oltre 7 miliardi di euro. L’ex manager dell’ Unipol, Consorte e il suo braccio destro Ivano Sacchetti, intascano 50 milioni di euro per una ancora non meglio precisata “prestazione professionale”. Ma le scatole cinesi della Bell, hanno anche fatto sospettare di poca trasparenza. Non si è mai saputo chi ci fosse dietro l’ Oak Found, il fondo Quercia, con sede nelle Isole Cayman.
Giuseppe Oddo
Qualcuno dice che probabilmente potesse esserci anche lo stesso Colaninno dietro questo fondo.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Franco Bernabè, al vertice della Telecom nel 1999, cerca di opporsi alla scalata di Colaninno e convoca un’ assemblea degli azionisti alla quale però non si presentano né la Banca d’Italia ne’ il direttore generale del Tesoro
Giuseppe Oddo
D’Alema invitò Draghi a non partecipare a questa assemblea che poteva essere un passaggio importante diciamo per porre un freno alla scalata e che Draghi sostanzialmente non era d’accordo, aveva un punto di vista diverso e invitò D’Alema a mettere per iscritto sostanzialmente questa sua richiesta. Questa lettera è stata cercata anche di recente però non è mai uscita fuori.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Colaninno e Gnutti comprano la Telecom, ma la luna di miele con gli azionisti finisce presto perché invece di ridurre i debiti comprano in varie parti del mondo e alcune operazioni sono discutibili. Come l’acquisto della Seat, l’azienda delle pagine gialle. Il governo nel ‘96 decide di scorporarla dalla Stet, cioe’ dalla famiglia della Telecom. La privatizza e la vende per circa 850 milioni di euro alla “OTTO”, una finanziaria lussemburghese dove ci sono imprenditori italiani. Ma Gnutti e Colaninno pochi anni dopo la ricomprano pagandola però 6,7 miliardi di euro. E da chi la comprano? Gnutti e Colaninno comprano la Seat da quel gruppo che l’aveva acquistata in sede di privatizzazione. Ma dietro quel gruppo in parte c’erano anche loro.
Cioe’ Gnutti e Colaninno con una mano vendono in quanto soci della Otto, con l’altra comprano in quanto proprietari della Telecom. 6,7 miliardi di euro, vengono pagati a scapito di migliaia di azionisti dalla Telecom per comprare una società che ha la sede sempre a Torino, a pochi metri di distanza. Eppure quella montagna di denaro e’ dovuta passare per il Lussemburgo.
Giuseppe Oddo
Da questi passaggi ci hanno guadagnato sostanzialmente i gruppi e le società estero-vestite dietro cui si nascondevano molti azionisti di nazionalità italiana che privatizzarono per 4 lire la società, mi pare di ricordare tra il ’96 e il ’97, poco prima della privatizzazione della Telecom.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Nel 2001, con il cambio di governo, arriva Tronchetti Provera. La sua catena di società e’ ancora più lunga di quella di Colaninno e Gnutti. Una torre di otto piani: in cima l’Mpsapa , l’azienda di famiglia, che controlla la Gpi, che controlla la Camfin che a sua volta controlla la Pirelli e company, nota come la Pirellina, che controlla la Pirellona, cioè Pirelli spa, che controlla l’Olimpia che controlla l’ Olivetti che finalmente controlla la Telecom.
Giuseppe Oddo
Uno dei fatti inspiegabili del passaggio di mano della Telecom da Colaninno a Tronchetti è questo prezzo esorbitante.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Tronchetti paga le azioni 4,17 euro, il doppio della valutazione di borsa. I soldi per comprare la Telecom arrivano ancora una volta dagli Stati Uniti. Nel 2000 Tronchetti vende la Optical technologies alla Corning. E’ la Chase Manatthan che aveva gia’ finanziato la scalata di Colaninno, che trova i miliardi di dollari da versare a Pirelli. La Corning paga l’Optical di Tronchetti, 160 volte il suo fatturato e sono bastati nove mesi per capire che razza di affare avesse fatto: un buco di 4,7 miliardi di dollari e 4000 dipendenti licenziati:
Giovanni Pons
Risulta abbastanza difficile comprendere come mai una società americana paga quelle cifre per un brevetto o un’attività nella fotonica che erano ancora nella fase abbastanza embrionale, insomma furono pagate delle cifre straordinarie.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
La prima operazione di Tronchetti, nonostante sia in una posizione di monopolio con le Pagine Gialle, e’ quella di comprare le pagine Utili, una piccola società controllata Fininvest messa in piedi dalla Mondadori e dall’On. Dell’utri. Un acquisto però che necessitava dell’ approvazione dell’ antitrust.
Giovanni Pons
Era abbastanza facile prevedere che l’autorizzazione non sarebbe arrivata. Ci fu una penale di 55 milioni se non ricordo male, di euro, che la Seat pagò alla Fininvest perché questa operazione non andò in porto. Questa penale a molti sembrò molto elevata perché non si capiva perché...
Si, insomma c’è qualcuno che l’ha messa in relazione ad altre, diciamo un po’ all’interscambio di favori che in quel periodo ci fu tra il gruppo guidato da Tronchetti e il gruppo Berlusconi ecco.
Sigfrido Ranucci (fuori campo)
Dal 2001 al 2006 sono anni in cui tutte le società di telecomunicazioni vanno male. Per Telecom però, i guai veri cominciano quando la storia delle spie finisce sulle prime pagine dei giornali. L’inchiesta si allarga e coinvolge i vertici della security Telecom e Pirelli. A luglio del 2006 Tronchetti Provera si presenta ai dipendenti e li rassicura.
(…)
Milena Gabanelli (in studio)
Non passano due mesi e si dimette. La Telecom è piena di debiti e il consigliere di Prodi, Rovati presenta un piano di riassetto che prevede l’aiuto dello stato attraverso l’ingresso della cassa Depositi e Prestiti. Tronchetti Provera considera questo piano un’interferenza inaccettabile e se ne va. Sta di fatto che i conti non sono belli. La Practice Audit e Banca della Solidarietà su incarico della Cgil ha fatto un’analisi dei conti dei bilanci dal 99 fino al 31 12 2006. le voci che adesso vedremo sono alcune indicative.
Sergio Cusani
In questa tabella si può vedere che nel 1999 i terreni e fabbricati erano in carico a costi storici perché vengono dalla Sip, dalla Stet, quindi sono immobili già ammortizzati, antichi insomma a costi molto bassi, per 5 miliardi, nel giugno 2006 si sono ridotti a 789 e a fine 2006 vedremo dai dati di bilancio si riducono praticamente, si azzerano quasi. Hanno venduto tutto il patrimonio immobiliare, quindi quindi immobili ad uso uffici e destinati alle centrali, che è finito a diversi fondi e una parte anche a Pirelli Real Estate che è una società che fa parte della catena di controllo della Telecom e la Telecom. ha però, gli immobili che ha ceduto, li ha ripresi in affitto in leasing a 30 anni.
Milena Gabanelli
Una buona parte della vendita di questi immobili è stata fatta a trattativa privata, si potrebbe dire che Tronchetti ha venduto a se stesso per esempio 1.270.000 mq a 787 euro al mq.
Sergio Cusani
Non sono robe, terreni agricoli in campagna che si possono vendere per un’azienda che fa telecomunicazioni. Quindi sono tutte strutture che sono funzionali all’attività d’impresa.
Se lei vede nel 1999 il debito verso gli obbligazionisti era 984 milioni di euro. Alla fine del periodo siamo arrivati a 33,4 miliardi di euro rappresentati in bond collocati sul mercato di mezzo mondo.
L’utile netto consolidato, quindi di tutto il gruppo Telecom non solo in Italia, ma anche nel mondo produce in questo periodo 15 miliardi di utili e ne distribuiscono 21,9, quindi quasi 22. Quindi distribuiscono 7 miliardi di euro in più di quanti utili hanno prodotto a livello consolidato di gruppo, a livello mondiale. Hanno dovuto prendere questi soldi dalle riserve. È come qualcheduno che si vende l’argenteria di casa per far fronte al pagamento dell’affitto alla proprietaria (e i proprietari sono sempre loro stessi).
Sergio Cusani
Mentre si riducono le immobilizzazioni materiali, le immobilizzazioni immateriali si moltiplicano per un numero elevatissimo. Si passa da 853 milioni a 48 miliardi. Significa che si investe su una speranza futura di ricavare reddito, quindi si investe su una speranza, sul futuro. Anche altre aziende hanno questa voce, ma per esempio la società Telefonica spagnola che era una piccola azienda quando Telecom nel 1999 era già un grande gruppo, adesso invece è diventata un’azienda più importante di Telecom e metà di questa cifra è in investimenti in avviamento, ma una parte importante di questa cifra è perché hanno comprato aziende che producono reddito mentre questo non produce reddito.
Nel 1999 il gruppo Telecom capitalizzava in borsa 114 miliardi di euro, a fine 2006 ne capitalizza 42 miliardi di euro con una perdita di 71 miliardi di euro di capitalizzazione, quindi hanno bruciato un valore di 71,7 miliardi, tenga presente che siamo a dicembre, ad oggi, parliamo al 16 marzo, a ieri esattamente, la capitalizzazione era circa 40 miliardi di euro, quindi ancora inferiore rispetto a dicembre. Io questo lo definirei senza tanti complimenti il cosiddetto risparmio tradito: quelli che hanno investito quando valeva 114, oggi si trovano un valore dell’azienda, del gruppo di 42.