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Se anche Unimondo si affida a Unicredit…
Pubblichiamo di seguito lo scambio epistolare tra
Cara Redazione di Unimondo,
Buongiorno, anzi no. Non vorrei sembrare sarcastico, ma la pubblicità di Genius la Carta di credito “etica” di Unicredit, la Banca armata principe della Lista delle Banche Armate di quest’anno, sul vostro sito, non mi sembra una genialata. Anzi.
Sono un assiduo frequentatore del vostro sito e non ricordo di aver visto mai nessuna pubblicità.
Iniziamo bene. Potete solo migliorare a questo punto.
Vi scrivo perché non mi spiego come sia possibile scivolare su queste cose così palesi.
Ho la sensazione che anche per un sussulto di dignità riceverete molte lettere su questa vicenda, piccate, deluse, dubbiose, arrendevoli.
E saranno gli stessi visitatori, navigando in Rete e volendo trovare informazioni sui danni degli istituti finanziari, ed in particolare sulle loro esposizioni nel facilitare e rendere possibile le transazioni e i pagamenti nel commercio di armamenti in giro per il mondo. Visitando il vostro sito.
Questa non è un’attenuante: è, per parte mia, un’aggravante.
Le notizie le sapete e quindi la conseguenza dovrebbe, doveva (sic!) essere automatica.
Mi sfogo, dunque, con voi altri, comunicandovi che secondo me Unimondo con la pubblicità delle Banche Armate è come l’Europa senza Illuminismo: inservibile.
Vi chiedo pertanto di provare a motivare questa scelta, mi riservo il diritto di rendere pubblica la vostra risposta, o non risposta perché voglio sapere chi è che ha deciso di rovinarvi/ci la reputazione
Perché, e concludo, vedere Unimondo.org sito parlare di Banche Armate e di fianco la pubblicità della Carta di credito “moschicida” di Unicredit, cioè una di queste, è come vedere una partita di calcio tra due squadre in finale. Quando l’arbitro fischia la fine della partita può non essermi chiaro se abbia vinto la cronaca delle banche armate o la Banca armata.
Escludo, però, che possiate aver vinto entrambi. In attesa di risposta
Risposta del direttore di Unimondo, Fabio Pipinato.
Gentile
La ringrazio per la Sua lettera alla quale non mi attardo a rispondere. Unimondo ha già fatto pubblicità ed è la prima volta che pubblicizza una “Carta” di un Istituto di credito. Trattasi di una decisione di cui, in qualità di direttore del portale, mi assumo
Provo ad interloquire per punti:
1) Da dieci anni Unimondo offre un’informazione puntuale e gratuita sulle banche armate e, per fortuna, non solo su quelle. Più volte ha denunciato le modalità di costruzione, traffico, smercio, responsabilità economiche, politiche e finanziarie del commercio di armi. Vorrebbe continuare a farlo.
2) Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.
3) Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento.
4) Come direttore devo tener conto anche delle risorse presenti nel CC di Banca Popolare Etica che il lettore responsabile potrà trovare in Home Page sotto la dicitura: “dona ad Unimondo”. Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono. All’aumento progressivo dei lettori negli anni non è sempre corrisposto un aumento delle donazioni.
5) Sto ricevendo molte lettere piccate, deluse, dubbiose ed arrendevoli. Alcune da parte di organizzazioni per noi importanti come Pax Christi. Chiederò alla redazione di pubblicarle. Siamo per il dialogo. Non è un caso che abbiamo un’intensa attività culturale, nei territori ove abbiamo sede, poco propensa alla contrapposizione. Ed è forse per questo che vorremmo sopravvivere al mercato che ha costi sempre più importanti, con il sostegno del mercato, per non sottrarci nel denunciare le storture del mercato stesso. So che si tratta di abitare una contraddizione ma per questo ho deciso di aprire un dialogo con i lettori meno arrabbiati come lei. Mi piacerebbe coinvolgere nel dialogo anche i funzionari di Unicredit ai quali girerò, con il Suo permesso, la Sua lettera e le lettere che giungono in redazione. Credo possa essere anche questa un’occasione d’interloquire in modo costruttivo, al di là delle categorie della guerra, che ci ha visto per un decennio o di qua o di là del muro.
6) I lettori più affezionati si ricorderanno della polemica nell’anno del giubileo in occasione del Festival di San Remo. Ebbene, dopo pochi giorni è stata varata la legge per la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. La Campagna sdebitarsi ha voluto condividere anche con noi il successo. Sarebbe una vittoria di tutti se riuscissimo a trovare una via per un disimpegno formale dell’Istituto di Credito (al quale stiamo dando noi credito) dal finanziare l’export di armi a favore di un impegno graduale e fattivo per il sociale.
7) Iniziamo subito. Osserviamo che altri Istituti di credito riportano chiaramente il Bilancio Sociale, il Codice etico e ambientale e anche la loro policy in materia di "armamenti". Non ci dispiacerebbe ottenere la stessa trasparenza da Unicredit con i quali stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione.
Cordialità,
Replica di
Assolvo il mio compito, Gentile Direttore, nell’autorizzarLa, come da Lei richiestomi, a girare la mia lettera ai vertici di Unicredit, sperando possa, insieme a molte altre, insinuare nella Banca il dubbio che c’è una netta dicotomia tra quanto affermato e riportato dagli stessi, sul proprio sito http://www.unicreditgroup.eu, alla voce Sostenibilità.
Vi si legge infatti:
“Operiamo facendoci carico delle responsabilità connesse alle nostre scelte imprenditoriali nella consapevolezza che la sostenibilità nel tempo dell'impresa, intesa nella triplice accezione di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, sia elemento di competitività che favorisce anche lo sviluppo dei territori, del mercato e la coesione sociale” ed ancora: “La responsabilità sociale è parte della cultura aziendale; siamo convinti, infatti, che per fare bene il proprio lavoro sia necessario avere principi, target di gestione e comportamenti che consentano di determinare la nostra identità”
Ebbene, Le fa merito essersi assunto la responsabilità di aver consentito la pubblicità di un prodotto di Unicredit, venduto e promosso come etico, sul suo portale. Ma quella pubblicità confonde, consapevolmente, l’etica con la beneficenza.
Ovviamente non mi soffermo nel ricordarLe che, in termini quantomeno giuridici, c’è differenza ed anzi completo e obbligatorio distacco, tra Fondazioni bancarie e banche stesse, e quindi c’è quantomeno un errore di fondo nel pensare di promuovere un “interlocutore importante per il sociale come
Non mi soffermo perché nella sostanza io credo che siano la stessa cosa
Le scrivo e mi soffermo invece, con l’urgenza della gravità, del precipizio sempre più vicino, sempre più profondo, sempre più grande, che mi si para davanti e mi si concretizza dentro, quando leggo due passaggi, fondamentali, nella Sua lettera di risposta.
Il Suo punto 2 dice:
“Conosco il coinvolgimento di numerosi gruppi bancari nell’industria armiera. Tuttavia, pur non condividendo la linea di sostegno all’industria bellica, mi è sembrato di poter valorizzare l’attenzione al sociale che Unicredit sta compiendo. Forse vale la pena concentrarsi anche sulle “buone pratiche” degli istituti finanziari e non solo sui danni da essi compiuti. Come da sempre fatto.”
Ecco io credo che il punto (il vertice del contendere) stia qui. Le Fondazioni, le Banche, non sono affatto dimentiche nella gratuità. Perseguono giorno e notte una loro strategia multipla che ha un unico scopo quello di autopromuovere la loro attività di perseguimento del massimo profitto. Il resto è accidente.
Potremmo, se lo vorrà, aprire a margine un confronto su questo aspetto. Tra l’altro basterebbe ricordare i pronunciamenti dei Vertici aziendali sulla loro uscita dalla Lista Banche Armate. Come anche Lei ben sa: parola non rispettata.
Il suoi punti 3 e 4, inoltre, sono la resa, l’aspetto che più mi allarma. Lei scrive. “Il portale non gode di contributi né statali e né di enti locali. Alla fine del mese deve comunque quadrare i conti per garantire la retribuzione ai collaboratori. È legittimo il richiamo ai principi, ma la sostenibilità economica non può essere accantonata come un fattore irrilevante. Un’agenzia che offre un’informazione gratuita ha bisogno di entrate che ne garantiscano il funzionamento” e ancora “Se vi sono riserve sufficienti possiamo agire senza pubblicità alcuna ma se non ve ne sono dovremo accogliere alcune delle offerte che ci giungono”.
Qui, credo sia evidente, c’è la tragedia che demoralizza e toglie il fiato: la tragedia è che Lei Direttore ha scritto che senza i soldi delle armi non esisterebbe nemmeno Unimondo. Cioè che si possono prendere i soldi da chi si vuole, se servono per “fare del bene”. I soldi per fare informazione, solidarietà, giustizia, si possono prendere anche da chi li fa favorendo il commercio di armamenti? E questo che pensa?
Anzi, forse proprio questa è la domanda a cui Unimondo dovrebbe rispondere. Che siate voi a dircelo chiaramente, perchè siete anche voi che ci avete fatto sognare, sperare, impegnare e adesso avete il dovere di darci delle risposte. Convincenti.
Quale deve essere il grado di autosostenibilità economica ed etica di un’economia solidale che vuole avere pretese generali di ricostruzione del legame sociale e porsi come alternativa alla mercificazione della grande impresa capitalistica?
Infine, l’ultimo Suo punto Direttore, il settimo, dove conclude dicendo: “…Con Unicredit stiamo tentando di andare oltre la contrapposizione”, ecco io credo si debba saper gestire il conflitto e sapere che la contrapposizione non è un’onta.
Dobbiamo rilanciare la sfida di un uso alternativo del danaro con azioni di coinvolgimento diretto, di prossimità, di tangibile esempio che il danaro non è lo sterco del demonio, che deve (e può) essere benedetto dalla sola parola etica (o: non armata), ma è etico - con o senza parola - proprio per l’uso alternativo che se ne fa. Per disegnare/attrezzare nuovi sguardi e mettere a punto nuove mappe cognitive, nuove economie. Parlo di Mag, di Fondi Sociali di prossimità (modello Le Piagge), di sostegno diretto alle cooperative, di Banchi comunali di Mutuo soccorso, di monete locali - e di tutto quello che sapremo inventare e sperimentare.
Sono sempre più convinto, infatti, e concludo, che facendo questo nessuno riuscirà più a scipparci nulla (ne’ danari ne’ speranze). E allora sì che vedremmo lo stupore che serve, quello di queste Banche e Fondazioni (armate o non armate) che non si spiegheranno come possiamo fare a meno di loro, come possiamo stare - volontariamente - fuori dal loro sistema. La società è piena di stimoli, anche molti negativi, ma se ha un decalogo che regge, non è stupida, fa confronti. D’altra parte la spazzatura è sempre stata nelle strade, ma uno non se la porta a casa. Un saluto di pace, speranza e futuro.
No alla diga di Ilisu: dillo a Profumo
Scriviamo a Unicredit, per fermare il progetto della diga di Ilisu nel Kurdistan turco. Si può sottoscrivere la lettera disponibile al sito: www.dilloaprofumo.org. Partirà automaticamente un’email di protesta diretta ad Alessandro Profumo, amministratore delegato del Gruppo Unicredit, tra i principali finanziatori del progetto. Facciamo girare il più possibile il messaggio, la diga di Ilisu può e deve essere fermata in solidarietà con il popolo curdo. A proposito del gruppo UniCredit è recente la notizia che “questo gruppo con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d'appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato”, ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna “banche armate”.
Italia: nuovo record dell’export di armi. Unicredit prima "banca armata"
Nuovo record per l'esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un'autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo compratore di armi "made in Italy". Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall'Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.
Il 2007 registra la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all'Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma così quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata "restrittiva" come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.
Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l'Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistan e la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell'attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).
Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l'Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei "Programmi intergovernativi" che - per l'arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro.
Record anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. "Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d'appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di 'uscita progressiva dal settore' annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato" - sottolinea Giorgio Beretta della Campagna 'banche armate'. "Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c'è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale" - aggiunge Beretta.
Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se - data la natura delle operazioni - è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell'elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d'appoggio al commercio di armi.
"Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell'acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere" - conclude Beretta.
Derivati: la Corte d’Appello condanna il Credito Italiano (ora Unicredit)
La Corte d’Appello di Milano ha emesso sentenza di condanna dell’allora Credito Italiano (ora Unicredit) su una vicenda relativa ai derivati finanziari che risale al 1992. Tra gennaio e luglio di quell’anno infatti la banca aveva venduto strumenti derivati su valute a piccoli e medi imprenditori senza spiegare adeguatamente di cosa si trattava, contravvenendo a una serie di norme sulla trasparenza. La Corte d’Appello, che ha ribaltato la sentenza del Tribunale in primo grado, ha contestato 16 violazioni della normativa, tra cui il mancato rispetto del “principio di correttezza”, l’asimmetria informativa, l’uso di moduli prestampati per vendere gli swap. I dirigenti dell’Istituto sono stati condannati a pene dai sei ai 15 mesi. (Fonte: Plus – Il Sole 24 Ore, 08/03/2008)
Diga di Ilisu: scriviamo il nostro No a Unicredit
Ad Ankara una folta delegazione ha consegnato agli ambasciatori di Germania, Svizzera e Austria 1.300 lettere firmate da altrettanti cittadini a rischio sfollamento a causa della realizzazione della diga di Ilisu sul fiume Tigri, nel Kurdistan turco. Con tali lettere viene richiesto ai governi di questi paesi di ritirare le garanzie di credito già concesse dalle rispettive agenzie di credito all’export (ACE) nel 2007 alla austriaca Andritz AG, alla svizzera Alstom e alla tedesca Zueblin, imprese europee incluse nel consorzio che realizzerà l’opera. Tali garanzie sono state concesse nonostante i 150 punti critici individuati dalle stesse ACE, sulla base dei quali si dovranno apportare sostanziali modifiche al progetto, nel disperato tentativo di adeguarlo agli standard internazionali. Inoltre, i cittadini dell’area dichiarano che nel caso in cui la realizzazione del progetto Ilisu abbia luogo e le persone siano costrette a lasciare i luoghi d’origine, esse giungeranno in Germania, Svizzera e Austria e formuleranno richieste di asilo politico
Tale responsabilità ricadrà anche sul gruppo UniCredit che - attraverso la controllata austriaca Bank Austria Creditanstalt - contribuirà alla realizzazione dell’opera con un finanziamento di 280 milioni di euro. E’ per questo negli ultimi mesi un ampio cartello di associazioni italiane si è mobilitato affinché UniCredit esca dal progetto, così da scongiurarne la realizzazione.
Come ben evidenziato dai firmatari, tale progetto - se realizzato - porterebbe serie negative conseguenze alle loro esistenze, così come già sperimentato nel caso di altre dighe attive nel Kurdistan turco. Dichiarano, inoltre, che l’area - per migliorare le condizioni di vita di chi l’abita - non ha necessità di tale infrastruttura, ma piuttosto di investimenti per dare maggiore impulso ad un turismo ecologico e culturale, nonché all’attività agricola e all’allevamento.
Si ricorda che la diga di Ilisu - oltre allo sfollamento di più di 50.000 persone - sommergerà numerosi siti archeologi tra cui il sito Hasankeyf, cui l’essere considerato sito di importanza prioritaria dalla stessa Turchia non gli varrà
Vi invitiamo quindi a scrivere a Unicredit il messaggio che segue, da inviare a: info@unicreditgroup.eu
Vi scrivo per esprimere il nostro totale disaccordo, come Coordinamento Nord Sud del mondo, sul finanziamento di 280 milioni che il gruppo Unicredit intende concedere per contribuire alla costruzione della diga di Ilisu sul fiume Tigri, nel Kurdistan turco, per i motivi che certamente conoscete: il progetto è totalmente inadeguato agli standard internazionali e provocherà immensi danni ambientali, culturali e soprattutto umani (50mila sfollati senza compensazioni adeguate), oltre
Nome e Cognome
La Cei continua a fare affari con le “banche armate”
Tra i conti correnti aperti in 33 istituti di credito dall’Istituto per il sostentamento del clero della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) si trovano ben 13 banche che – in base ai dati dell'ultima Relazione del governo sulle esportazioni di armi italiane nel mondo – collaborano attivamente al commercio di armi italiane. Lo rivela un'inchiesta di Adista, il settimanale di "fatti e notizie del mondo cattolico", curata da Luca Kocci e disponibile online.
Il settimanale ha "spulciato" la lista delle banche in cui la Cei ha aperto conti correnti per l'invio di offerte a sostegno dell'attività dei sacerdoti e, confrontandolo con l'elenco delle banche che - in base alla Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio - forniscono servizi in appoggio al commercio di armi italiane (qui l'elenco
Tra gli istituti in questione ci sono quelli del gruppo Intesa–San
"Oppure come Unicredit, al terzo posto della classifica delle "banche armate" con oltre 86 milioni di euro. O come il Banco di Brescia con 83 milioni di euro (che però ora fa parte, del gruppo Unione Banche Italiane il quale, ad ottobre, ha annunciato norme più restrittive in merito alla partecipazione al commercio di armi);
Le banche predicano bene e razzolano male. I casi Intesa Sanpaolo e Unicredit
E’ stato reso pubblico il nuovo rapporto della rete internazionale Banktrack, di cui fa parte anche l’italiana CRBM – Campagna per la riforma della Banca Mondiale, intitolato “Mind the Gap”. Le banche private stanno facendo dei progressi nello sviluppo di politiche che trattino aspetti sociali, ambientali e sui diritti umani legati alle loro operazioni, tuttavia questi progressi sono lenti e non paritari, dal momento che alcuni istituti di credito hanno fatti significativi passi in avanti ed altri sono rimasti al palo. Ma il punto nodale è anche un altro: c’è un imponente divario tra l’adozione di queste politiche e la loro applicazione, che spesso non avviene oppure avviene in maniera solo parziale.
Il rapporto usa i migliori standard internazionali in materia socio-ambientale e di diritti umani come punti di riferimento per valutare le politiche delle banche. Ben 30 i casi di progetti esaminati, che riguardano il settore estrattivo, minerario, ittico, forestale, idroelettrico e del traffico di armi. Sono 45 invece gli istituti di credito finiti sotto la lente di ingrandimento degli esperti di Banktrack.
Per l'Italia, i gruppi bancari presi in considerazione dal rapporto sono Unicredit e Intesa Sanpaolo, che a seguito dei processi di fusione hanno raggiunto una dimensione globale, e sono quindi quelli maggiormente sotto la lente delle organizzazioni e delle reti internazionali.
"La situazione appare molto diversa - ha proseguito Baranes - per i settori dove c'è meno attenzione o tradizionalmente più lontani dalle preoccupazioni delle banche italiane. Così sia Unicredit sia Intesa Sanpaolo hanno delle linee guida ancora molto lontane dai migliori standard internazionali in diversi ambiti di grande importanza, dal finanziamento delle attività minerarie e dell'industria estrattiva all'agricoltura, dallo sfruttamento della pesca a quello delle foreste, fino al considerare i diritti dei popoli indigeni o gli impatti sui cambiamenti climatici dei finanziamenti concessi."
"Unicredit e Intesa Sanpaolo - ha concluso Baranes - sono ormai delle banche che operano sui mercati di tutto il mondo, e sono spesso coinvolte in progetti con potenziali impatti ambientali, sociali o sui diritti umani. E' ora necessario che i due gruppi bancari adottino le migliori linee guida e policy esistenti a livello internazionale, in modo da riconoscere, valutare ed evitare tali impatti negativi, ma anche per dare l'esempio agli altri istituti di credito del nostro paese. Come per le altre banche, la reale diffetrenza consisterà poi nella concreta applicazione delle linee guida adottate".
Per scaricare il rapporto: www.banktrack.org (Crbm)
I segreti delle banche (e di Unicredit)
L'ONG belga Netwerk Vlaanderen, parte della rete internazionale BankTrack, ha pubblicato oggi un rapporto che esamina gli investimenti e i prestiti di 121 gruppi bancari in imprese e progetti accusati di pesanti violazioni dei diritti umani. Si va dalla vendita di armi a dittatori all'impedire alle comunità locali l'accesso alla terra e all'acqua, fino alle cooperazioni con gruppi paramilitari al coinvolgimento in esprori e rilocalizzazioni forzate e altri casi.
I gruppi bancari presi in esame provengono da 24 Paesi. Per l'Italia è Unicredit a figurare nel rapporto, in particolare tramite la banca tedesca del gruppo Unicredit, la HVB, che avrebbe partecipato a operazioni finanziarie con imprese che, tra le altre cose, investono in
Birmania. La stessa banca sarebbe inoltre coinvolta in alcune operazioni finanziarie verso la EADS, una delle più grandi imprese del settore delle armi in Europa, e attualmente sotto accusa perché alcuni suoi componenti sarebbero finiti nella stessa Birmania, malgrado l'embargo dell'Unione Europea.
Nel periodo considerato, che va dal 2003 al 2007, le 121 banche coinvolte in questi finanziamenti avrebbero assicurato prestiti legati a violazioni dei diritti umani per 13 milardi di dollari, emesso e sottoscritto prestiti obbligazionari per 28,4 miliardi e fornito consulenza per l'emissione di azioni per 14,8 miliardi di dollari Usa.
Secondo i promotori dello studio, si tratta di violazioni ben documentate. Malgrado questo, le banche coinvolte continuano a fornire prestiti e finanziamenti alle compagnie responsabili di queste violazioni. Per maggiori informazioni: http://www.banksecrets.be (Osservatorio Finanza)
Mediolanum pronta a comprare l’1,5% di Mediobanca
Grandi manovre intorno a Mediobanca o, meglio intorno al 9,39% di azioni messe in vendita da Unicredit dopo la fusione con Capitalia. Non daremmo questa notizia di gossip finanziario se non fosse che intorno a Mediobanca – il cosiddetto “salotto buono” della finanza - si concentrano ancora oggi gli equilibri del capitalismo italiano. Mediolanum è pronta a comprare l’1,5 % del capitale della banca, che si aggiungerà all’1,89% già in possesso della compagnia. Si tratta di oltre 12 milioni di azioni ad un prezzo di 15,85 euro ciascuna, per un investimento complessivo di 194,7 milioni di euro. L’operazione, che sarà effettuata per metà da Mediolanum Spa e per metà dalla controllata Mediolanum Vita, è in attesa del via libera del patto di sindacato Mediobanca. Al pacchetto messo in vendita da Unicredit hanno manifestato interesse anche la banca privata tedesca Sal Oppenheim,
Fondi comuni: il 70% è in mano alle banche
Il mercato dei fondi comuni di investimento italiani è appannaggio per il 70% dei primi otto gruppi bancari, il resto suddiviso tra gli altri 53 operatori dei 61 censiti da Assogestioni. Mentre negli Usa le società di asset management sono intendenti e si avvalgono di intermediari esterni per distribuire i loro prodotti (banche, broker, ecc) nel nostro Paese sono le banche stesse che distribuiscono ai clienti i prodotti dei loro fondi, non di rado in modo poco trasparente. Tra i principali operatori del mercato: Pioneer Investment Unicredit Capitalia (20,03% di quota di mercato), Eurizon Financial SanPaolo (17,3%), Credit Agricole-Intesa (11,78%), UbiBanca (4,70%), Arca (3,99%), Banco Popolare (3,85%), MontePaschi (3,59%), Bnp Paribas Bnl (2,97%) e JP Morgan Asset Management, unica sgr a non essere posseduta da una banca italiana, con il 2,93%. Intanto prosegue la fuga dal sistema italiano del risparmio gestito, che in ottobre ha registrato un rosso per 7,19 miliardi. (Fonte: La Stampa)